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Il ’68 e la Rete

16 Luglio 2001

Il ’68 e la Rete

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Alla fine degli anni Sessanta gli universitari occupano la Rete e trasformano quello che era in quel momento un progetto militare nel luogo in cui costruire l'estensione virtuale della loro rivoluzione

È il 1968, l’anno in cui viene pubblicato il documento storico che sancisce l’ingresso delle università nel mondo delle reti. Si tratta dell’Rfc985, con il quale, dopo aver creato una backbone in grado di collegare cinque università, la National Science Foundation decide di utilizzare il protocollo Tcp/Ip per la propria rete. In questo modo, la rete delle università, la NsfNet, avrebbe utilizzato lo stesso protocollo della rete militare Arpanet. Sono i primi vagiti della Internet che conosciamo.

Dopo aver dismesso l’uniforme, l’Internet civile comincia a crescere e ad accogliere le risorse di tutte le reti minori già esistenti. Se nel 1986 Internet conta circa 5.000 computer tra loro collegati, nel 1987 il numero è salito a 28.000. Oggi i computer interconnessi sono 6 milioni, per un totale di 300 milioni di navigatori.

L’invasione degli universitari sul terreno dei militari ha consentito la nascita di quella Rete che è spesso apparsa come la concretizzazione e l’estensione degli ideali del ’68: la rivoluzione Internet, come spesso è stata chiamata. Ma si tratta di una rivoluzione che passa di solito inosservata. Per molti la Rete continua a essere al massimo l’estensione della propria cassetta della posta, oppure un ufficio postale sempre a disposizione. Per altri un mondo frenetico fatto di dotcom e di startup, di Nasdaq e di trading online.

Anche i giovani internauti restano un po’ stupiti quando sentono pronunciare la parola “rivoluzione”. Comunicare con un sacco di amici e di amiche in tutto il mondo o trovare quasi tutto quello che si vuole per i propri studi è formidabile. Ma è anche una rivoluzione?

Eppure, sono molti i settori in cui la Rete ha generato delle forti scosse telluriche, andando a rimettere in discussione la morfologia delle sedimentazioni socioculturali. Se qualcuno ha parlato di “rivoluzione liberale”, altri hanno preferito “rivoluzione libertaria”, individuando diversi parallelismi con il ’68.

Se pensiamo a slogan come “viva l’effimero!” e “ce ne freghiamo delle frontiere”, che hanno caratterizzato il Maggio francese, ci rendiamo subito conto di come riflettano la filosofia della Rete. Nel 2000 sono state inviate 10 miliardi di e-mail che sono giunte a destinazione attraversando decine di frontiere in pochi attimi. Anche le 15 milioni di home page presenti in Internet sembrano riflettere lo spirito di frasi come “qui si spontaneizza”, che nel ’68 si trovavano scritte sui muri delle facoltà. “Non liberatemi, ci penso da solo”: gli utenti intervengono, discutono, si coordinano, non sono più spettatori passivi.

Per non parlare dell’idea di comunità che ha contraddistinto fin dalle sue origini la Rete: come non pensare alle comunità degli anni settanta, con i loro ideali di libero scambio, di opposizione alla censura e all’insegnamento indottrinato. In effetti, in Internet i professori scendono dalla cattedra e discutono con gli studenti, il sapere si socializza nei gruppi di discussione, i cittadini intervengono nei forum comunali.

Insomma, la rivoluzione Internet è in corso, trasporta parole e desideri, minaccia i poteri costituiti. La Rete è ancora giovane, ma sta già rivoluzionando il concetto stesso di rivoluzione.

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