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High-tech tra riprese, investimenti e problemi

21 Novembre 2003

High-tech tra riprese, investimenti e problemi

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A Silicon Valley torna il venture capital e vanno forte le reti sociali, ma ancora poche le donne in carriera

Sembra in ripresa l’economia high-tech. O quantomeno: parecchi osservatori giurano sulla fine della parabola discendente. Tra i segnali sparsi a conferma di una simile tesi, arrivano i dati dei recenti movimenti del venture capital nella Bay Area di San Francisco. Il sondaggio, MoneyTree Survey, è stato condotto da PricewaterhouseCoopers, Venture Economics e dalla National Venture Capital Association. Nel terzo trimestre fiscale del 2003 il settore ha prodotto investimenti pari a 1,38 miliardi di dollari, in contemporanea con un mercato azionario in leggera salita. La marginale flessione rispetto al trimestre precedente (1,49 miliardi di dollari) rientra nel tipico margine di errore di queste statistiche.

Il trend complessivo pare dunque suggerire che il ritmo d’investimenti vada facendosi stabile e consistente. Come suggerisce l’analogo andamento a livello nazionale, con investimenti di 4,2 miliardi di dollari, ovvero 8,7 per cento in meno rispetto al secondo trimestre. Comunque sia, le cifre rimangono al di sopra di quelle segnalate nel primo trimestre, che gli esperti finanziari ritengono testimoniare il livello più basso del ciclo d’investimenti. Molte speranze poggiano sulla biotecnologia, che stavolta ha attirato più denari del tradizionale settore in cima alla classifica degli investimenti, quello del software.

Ma i venture capitalist vanno aprendo il portafogli anche per una generazione relativamente fresca di start-up: i cosiddetti di “social network”, vale a dire entità che aiutano la gente a trovare nuove amicizie (e amori) oppure occupazioni migliori in ambienti professionali del giro high-tech. Gran parte di queste aziende hanno il quartier generale a Silicon Valley, area da sempre motore delle possibili variazioni sul connubio tecnologia-umanità. È il caso ad esempio di Friendster.com, specificamente mirato ai “young professional” della Bay Area, che nel primo semestre di attività ha superato il milione e mezzo di utenti registrati. Avviato a inizio 2002 da Jonathan Abrams, a seguito della rottura con la sua ragazza, Friendster.com si è rapidamente imposto come modalità semplice e aperta per agevolare i contatti dei single con gli amici degli amici — costruendo così una serie di ragnatele di contatti fidati dove poi ‘pescare’ le persone giuste non solo per incontri romantici ma anche da assumere in ditta o con cui avviare nuove partnership commerciali.

Gran parte del sito rimane gratuito, ma presto è prevista l’introduzione di tariffe in alcuni casi specifici, come nel caso si vogliano contattare persone che ancora non si conoscono. Se Friendster riuscirà a mantenere una crescita a lungo termine e a guadagnare qualcosa, il mercato di questo tipo di reti sociali networking attirerà sicuri investimenti, sostiene l’agenzia di venture capital Draper Fisher Jurvetson. La quale sta considerando di mettere dei soldi nel rivale LinkedIn, start-up che promuove specificamente il business networking, guidata da Reid Hoffman, ex-dirigente di PayPal e tra gli attuali finanziatori di Friendster. Una volta creata una rete personale con i propri contatti, gli utenti di LinkedIn possono cercare altre persone fino a quattro livelli lontani (amici degli amici degli amici degli amici).

Altri siti in rampante ascesa sono Rapt, Spoke e Ryze, mentre tra gli ultimi arrivati va segnalato Tribe Networks di San Francisco, con l’obiettivo di combinare le idee di Friendster e di craigslist, forse la comunità online più stagionata della zona. Tribe.net si definisce un servizio “dove gli amici aiutano gli amici a trovare qualsiasi cosa, dal lavoro al ristorante preferito.” Finora vi hanno investito nomi quali Washington Post e Knight Ridder, catena di quotidiani che include il San Josè Mercury News, mentre hanno avanzato proposte altri venture capitalist.

Ma se l’high-tech californiano sembra (sul punto di) risvegliarsi, reti sociali incluse, rimane irrisolto un grosso problema: il divario continuo tra uomini e donne in ambito professionale. Anche qui la campana viene suonata da un recente rapporto curato da Catalyst, organizzazione nonprofit mirata all’avanzamento delle donne nel mondo business. Secondo i dati della ricerca, almeno un terzo degli interpellati concorda sulle difficoltà tuttora esistenti per la carriera delle donne nell’high-tech. A conferma si cita tra l’altro la scarsa presenza femminile (l’11,1 per cento) tra i dirigenti delle maggiori aziende dell’elenco Fortune 500. Secondo Ilene Lang, presidente di Catalyst, “le barriere e la domanda dell’industria high-tech sono assai simili a quelle delle industrie tradizionali. Sorprende invece notare come in un settore che si auto-considera meritocratico, sia uomini che donne percepiscono una scarsa accettazione della presenza femminile.”

A conclusione del rapporto, si suggeriscono alcuni passi concerti onde abbattere una volta per tutte tali barriere: includere le donne nei programmi per l’avanzamento nella carriera, fornire opportunità per l’interazione con altre donne di successo e seguire una maggior flessibilità a livello manageriale.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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