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Frena la petizione Bundestux, sale alla ribalta Lindows

18 Febbraio 2002

Frena la petizione Bundestux, sale alla ribalta Lindows

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Dalla Germania agli USA, due diversi aspetti dell'eterna contrapposizione Linux-Microsoft

Partiamo stavolta con un aggiornamento sulla petizione prodotta da Bundestux di cui si è parlato la settimana scorsa. Il documento, che in Germania continua a suscitare buona attenzione sia online che offline, preme sul Parlamento tedesco affinchè s’impegni a sostenere prodotti open source nei sistemi istituzionali. Il testo contiene anche espliciti, e forse controproducenti, attacchi a Microsoft, la cui secca replica non si è fatta certo attendere. A riscaldare ulteriormente il dibattito arriva ora un rapporto tecnico, apparso sulla testata Heise.de, che potrebbe rivelarsi una sorta d’impasse per l’intera iniziativa. In pratica l’indagine raccomanda l’impiego dell’open source in alcuni ambiti, ma ribadisce la superiorità di Microsoft per ogni altra esigenza.

Commissionato dal Bundestag e curato dall’agenzia berlinese Infora dopo cinque mesi di test e raffronti in laboratorio, lo studio conferma la superiorità dei sistemi aperti per utilizzi specifici quali mailserver e groupware. La soluzione Mini-Linux ha stravinto nella categoria server. Ciò è dovuto, in parte, ai frequenti problemi di sicurezza associati con i sistemi di posta elettronica targati Microsoft. Tuttavia, Windows si conferma il sistema più adeguato per le funzionalità desktop, e delle cinque combinazioni esaminate quella open source al 100 per cento si piazza all’ultimo posto. Si profila cioè uno scenario che vede Windows 2000 integrato con software open source, ad esempio per fileserver e printserver. Si tratta in definitiva di una sorta di compromesso, con tendenza a confermare lo status quo pur se con qualche necessario aggiornamento verso sistemi aperti. Nel senso che, suggeriscono i ricercatori, gli sforzi e i fondi necessari per una completa riorganizzazione dell’infrastruttura informatica statale produrrebbero risultati poco apprezzabili.

Pur a fronte del pieno supporto per l’open source di società quali IBM e SuSE, i dati della riceca potrebbero dunque costituire le fondamenta su cui i parlamentari finiranno per basare la decisione finale. Anche perché diversi deputati vorrebbero por fine quanto prima al bollente (e polemico) dibattito innescatosi, evitando di trasformare il parlamento in una sorta di cavia per esperimenti politico-informatici. D’altra parte è vero che alcuni parlamentari sostenitori dell’iniziativa Bundestux sono rimasti alquanto delusi dai risultati dello studio di Infora. E il rappresentante socialista Jörg Tauss non esita a sottoscrivere una soluzione a metà strada pur di procedere oltre. Ovviamente non è ancora detta l’ultima parola: finora sono oltre 20.000 le firme apposte in calce alla petizione pro-Linux, e la campagna prosegue.

A complicare ulteriormente le cose nel contrasto a tutto campo tra Microsoft e Linux, ecco l’arrivo, negli Stati Uniti, di Lindows. Come rivela il nome, si tratta di una start-up dedicata alla creazione di un nuovo sistema operativo capace di supportare entrambe le piattaforme. Fondata lo scorso anno a San Diego da Michael Robertson, già ideatore di MP3.com, l’azienda fa tesoro del software messo a punto dal progetto Wine, iniziativa open source che mima sotto Linux i comandi usati dal software Windows. La versione 1.0 del LindowsOS verrà prossimamente immessa sul mercato USA al prezzo di 99 dollari, mentre al momento è disponibile una ‘sneak preview’ per un numero ristretto di utenti. Nella definizione della software-house, si tratta di un sistema “moderno, economico e di facile impiego.” Ma la notizia di questi giorni è la diffusione delle argomentazioni legali in risposta a una precedente denuncia di Microsoft. Quest’ultima lo scorso dicembre aveva presentato istanza davanti a un giudice federale per bloccare l’utilizzo del nome Lindows, onde evitare ogni possibile confusione per i consumatori.

Tesi del tutto ingiustificata, ribattono i dirigenti della start-up californiana. Un rapido sondaggio dei 750 utenti registrati ha infatti rivelato come nessuno abbia minimamente confuso i due nomi. “Non uno solo degli interpellati ha considerato Microsoft coinvolta in qualche modo come produttore o sponsor di Lindows OS né in quanto proprietaria o gestore di Lindows.com,” si legge nella nota legale. La quale non si limita alle tesi difensive, ma rilancia su una questione sempre calda nel mondo high-tech, quella relativa al copyright su termini d’uso comune. Lo stesso Windows non sarebbe cioè che un nome generico per indicare una funzione tipica di ogni sistema operativo, argomento tra l’altro già usato con successo dal gigante informatico in una diatriba legale del 1988 contro Apple. Puntualizza il CEO Michael Robertson: “Prescindendo da quanto denaro possa spendere un’azienda, a questa non dovrebbe consentito di prevenire altre entità dall’uso di un termine descrittivo ampiamente diffuso nel settore, specialmente nel caso in cui tale azienda sia stata riconosciuta colpevole di tattiche illegali allo scopo di costruire e mantenere il proprio monopolio.”

Giocoforza l’azione di Microsoft ha rallentato il lavoro di Lindows, rinviando l’uscita della versione beta del sistema operativo già prevista a dicembre. Al contempo però ciò ha regalato alla start-up la necessaria spinta pubblicitaria per mettersi in bella mostra non soltanto nel giro Linux. Anzi, secondo il vicepresidente del marketing John Bromhead, la battaglia legale in corso potrebbe risultare assai positiva per il futuro di Lindows. Anche perché, aggiunge, “esistono buone possibilità che Microsoft possa perdere il trademark su Windows.” E se alla fine dell’iter giudiziario dovesse andar proprio male, sono già pronti alcuni nomi di riserva in sostituzione di Lindows. Il prossimo scontro in aula per la presentazione delle tesi orali di entrambe le parti è fissato a fine febbraio.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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