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Fate studiare internet dai banchi di scuola

30 Luglio 2010

Fate studiare internet dai banchi di scuola

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Che si facciano affari, o semplicemente si viva, tutti dovrebbero essere preparati all'uso consapevole della rete, fin da piccoli. Ma se si prende questa strada le conseguenze sono imprevedibili

Una previsione per il futuro possiamo farla, per una volta con una ragionevole certezza di azzeccarci: internet è qui per restare. A lungo. Per carità, di certo cambierà, è sempre cambiata di continuo, ma internet nel suo complesso, in forme diverse, resterà fra noi. Di conseguenza – e basta estrapolare i dati che abbiamo registrato in questi ultimi dieci anni – influenzerà in modo sempre più forte la vita di tutti noi, in tutti gli ambiti (o quasi, tanto per non esagerare). Forse non è il caso di ritornare col tormentone dei nativi digitali, che sono più una categoria dello spirito che una demografica; non stiamo a disquisire di digital divide e di next generation network. Quello che conta è che internet è diventata una colonna portante di società, cultura, relazioni e business.  E lo sarà sempre di più. Punto. Per questo, modesta proposta, dovrebbe diventare materia obbligatoria nelle scuole. A tutti i livelli.

Un’utopia scolastica

Un’educazione a internet sarebbe molto utile per tutti i bambini e i ragazzi. Da un lato sotto il profilo di crescita: imparare a usarla per accrescere la propria conoscenza e imparare, per studiare, per socializzare. Da un altro per permettere loro di integrarsi efficacemente nel mondo che sta arrivando, dando un alfabetizzazione digitale la cui mancanza domani avrebbe gravi conseguenze. Ma anche da lato dell’autodifesa. A parte l’ovvio tema degli adescamenti, della pedofilia e di tutte le altre nefandezze, non è un segreto per nessuno che nel phishing e in altre trappole per gli allocchi del genere ci caschino ancora troppe persone. Più che per stupidità, per ignoranza.

Lo so, si tratta di un’utopia. Altri sono i problemi della scuola: il problema di un tempo pieno che pare non si riuscirà a tenere in piedi, il problema di materie (tipo la geografia) che sono a rischio perché considerate non sufficientemente importanti, il problema delle lingue straniere, in un mondo dove l’Italiano – pur amato ed apprezzato – non è certo la lingua franca della cultura e della scienza e del business. E dove lo stesso italiano è spesso conosciuto male dai ragazzi (gli autoctoni, non gli immigrati). Per non parlare del problema, fortissimo, della latitanza di un’educazione civica che insegni la buona educazione, la sensibilità alle cose di tutti, una cultura del vivere bene insieme. Di fronte a queste emergenze, lasciamo perdere, forse in un’ideale età dell’oro futura ci sarà modo e denaro per fare formazione su queste cose e anche su internet.

Il dramma aziendale

Scendendo però più sul fattibile, l’insegnamento di internet, del suo uso e del suo marketing, delle sue strategie, delle sue applicazioni, dovrebbe essere reso obbligatorio, in forme diverse, in tutti i percorsi universitari. Stando stretto su ciò che conosco, cioè il business e il marketing, vi sparo un aforisma: non c’è cliente peggiore di colui che crede di sapere. Subito dopo, al fotofinish, arriva il cliente che non sa e ha paura. I miei peggiori clienti, dentro le agenzie e come consulente, sono stati quei clienti che “sapevano di Internet” che avevano “letto che”, a cui avevano “detto che”, quelli che usavano poco internet ma estrapolavano la loro particolare esperienza all’universo dei navigatori. Ah, sì, mettiamoci dentro anche quelli che ne sapevano troppo, i nerd, i geek, gli smanettoni, quelli bravi bravi ma privi della consapevolezza di rappresentare una punta dell’iceberg, convinti che sia questione di giorni perché il 95% della popolazione italiana usi quotidianamente Foursquare.

Insomma, la gente che non ha idea ma che prende lo stesso le decisioni. I clienti, i committenti che sono ignoranti (nel senso asettico del termine) ma non ascoltano perché non sono stati sensibilizzati. O meglio, educati. E se si vedono cosi tanti siti inguardabili, magari tecnicamente ineccepibili (in quante aziende è ancora l’It che fa internet e pensa al sito in termini di “user” e non di persone) ma che cozzano contro qualsiasi logica di marketing e comunicazione. Un accorato appello dunque verso l’insegnamento obbligatorio dell’internet marketing, ricordando che c’è una parte del marketing che si chiama marketing del no-profit, un’altra che si chiama marketing culturale e così via. Perché una logica di marketing funziona su tutto, se per marketing, a differenza di quello che pensano tanti clienti e tanti opinionisti disinformati, intendiamo la disciplina che serve a capire di cosa la gente ha bisogno, che cosa desidera; ed organizzarci per darglielo al meglio.

Se si ragiona in termini di soddisfare le esigenze delle persone che dovranno usare il nostro sito, qualsiasi tipo di sito facciamo, non potremo sbagliare (almeno non molto…). Ma tenete presente che io sono uomo di marketing ed è quindi normale che cerchi di convincere della bontà della mia merce e del marketing in generale. Le opinioni (vostre) possono giustamente e auspicabilmente differire. Qui però il discorso inevitabilmente si complica, perché per arrivare all’internet marketing è necessario prima studiare il marketing. Che più che un insieme di tecniche, è un modo di pensare. Ed è qui che sta il vero problema. Dovremo rendere obbligatorio, nelle scuole di ogni ordine e grado, insegnare a pensare. Che delirio. E qui mi fermo, sconfitto dall’utopia del mio pensiero.

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