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È giusto che Google paghi la cultura francese?

22 Gennaio 2010

È giusto che Google paghi la cultura francese?

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Una commissione del governo francese suggerisce che tassare il motore di ricerca sarebbe una buona idea per dare ossigeno all'industria cultural-musicale

Ordine. Legge & ordine. Come sappiamo è un po’ questo l’approccio francese al complicatissimo tema dei diritti delle opere d’ingegno, dei contenuti diffusi legalmente o molto meno legalmente in Rete. Combattere la pirateria per proteggere la propria industria culturale (molto protetta, basta pensare alle disposizioni legali che impongono l’uso della lingua gallica). In questo quadro l’apposita Commissione governativa (di cui, nota di colore, fa parte il produttore discografico della first lady Carla Bruni) prevede la possibilità auspicabile di tassare i portali con una bella tassa sulla pubblicità, i cui proventi sarebbero usati per sussidiare la nascita di nuovi siti per la vendita (legale) di prodotti culturali come musica, libri e così via.

Il tutto ammantato da una visione etica/sociale di protezione del pluralismo culturale, mettendo un qualche tappo allo straordinario predominio di alcuni player macroscopici nel campo della diffusione legale di contenuti (per l’aspetto illegale, più che le tasse si useranno i bastoni). In questo modo si farebbe anche giustizia delle colpe di Google, con un assioma semplicissimo: la pirateria è male, i pirati cercano file da scaricare su Google (e simili), quindi Google deve pagare per i danni provocati, se non in maniera diretta attraverso una imposizione compensatoria che ricorda le tasse sui CD vergini – uno straordinario caso di presunzione di colpevolezza nei confronti di chi compri questi supporti digitali, vere e proprie armi del delitto.

Tassa sulle intenzioni

Le critiche non sono mancate, e c’è chi sostiene ad assurdo che se si imbrocca la strada della correità non si sa dove vada a finire. In effetti anche il provider è complice. E chi produce i computer, i dischi fissi, le memorie digitali, i cellulari; chi mi dà l’elettricità per alimentare i download illegali, i produttori di router, persino chi mi affitta la casa, locale dedicato ad attività criminali – tassiamoli tutti, dunque (oddio, tanto assurdo non è, visto che da noi questa legge sta passando).

A quanto risulta Google, il principale bersaglio data la sua posizione dominante nel campo della pubblicità online avrebbe saggiamente adottato una posizione di apertura conciliatoria, insomma, un “parliamone”. Quanto a Facebook, Microsoft, AOL o Yahoo anche loro ci stanno facendo la loro bella pensata, questo è chiaro, in quanto non solo la tassa francese colpirebbe i propri proventi locali ma costituirebbe un pericoloso precedente per infinite altre amministrazioni nazionali sempre affamate di nuove risorse fiscali cui attingere fondi. Colpendo, possibilmente, i ricchi per dare (si spera) ai poveri.

Il Robin Hood dei ricchi

Il rischio è che di questi finanziamenti non vadano a sostenere giovani, alternative, innovative start-up con mission culturali alternative ma che i proventi delle tasse vadano a supportare le attività legali ma ancorate a modelli troppo “tradizionali” dei soliti noti. Cambiando tutto per non cambiare nulla. Non che la torta sia poi così grossa, dato che si stima che il gettito potenziale dell’imposta potrebbe aggirarsi su poche decine di milioni di euro l’anno, tutto sommato più uno statement che altro.

Ma uno statement importante, un segnale forte dal governo, se sposerà la tesi della commissione, che ritiene un obiettivo primario promuovere le vendite legali di musica online – ad esempio attraverso la distribuzione alla gioventù locale di carte prepagate da usare per l’acquisto di musica digitale a un prezzo competitivo, grazie alla cortese sovvenzione fiscale da parte di portali, provider e chissà chi altri. E con i soldi delle tasse promuovere anche digitalizzazione di libri, la vendita (legale) di film online e così via. Un segnale che è stato subito colto con passione dalla società francese degli autori e compositori, che l’ha definita «audace e pertinente» (e sopratutto foriera di benefici per la corporazione – che i suoi problemi di questi tempi ce li ha).

Il solito rivale

Un segnale anche di una accresciuta rivalità tra Google e il mondo cultural-istituzionale francese, che sta lavorando all’alternativa “made in France” di Google Books; partendo dal database Gallica della libreria nazionale, costruire un repositorio di testi digitalizzati – in cui i diritti dei copyright non siano così discutibili come nel caso di Google – con il quale molti autori sono furiosi perché ritengono violati dal gigante americano i propri santi diritti di proprietà sulle opere del loro brillante ingegno. Poi, tanto per complicare le cose, proprio con Google i francesi vorrebbero fare una partnership, data la complessità di procedere alle digitalizzazioni dei libri con annessi e connessi.

Staremo a vedere, anche se già l’Unione Europea ha chiamato un time out sulla proposta francese, sottolineando che i propri esperti dovranno valutare l’idea prima che sia messa in pratica. Non è però che l’Europa politica stia assumendo posizioni più liberistiche sul tema dei diritti e dei content: è solo che tassare gli americani per promuovere i francesi e le loro imprese sa tanto di aiuto di stato. Scommettiamo che la tassa ci sarà lo stesso, ma che i proventi invece di servire in un qualche modo ad un allargamento (ufficialmente benedetto) delle cultura, finiranno nel calderone del deficit pubblico?

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