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Dubbi e ombre in USA sulle iniziative anti-terroriste

06 Novembre 2001

Dubbi e ombre in USA sulle iniziative anti-terroriste

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Diminuisce il supporto popolare per la guerra, scoppiano le polemiche sulla sicurezza tecnologica negli aeroporti, al vaglio le strategie legali contro l'USA Patriot Act.

Apparentemente vige la solita flemma di stampo anglosassone, ma di patate bollenti ce ne sono sempre parecchie in giro, eccome. Tra filtri e silenzi informativi, va scemando il supporto popolare per la guerra, mentre sui grandi media cresce la fobia dell’anthrax di pari passo col sempre vincente richiamo al patriottismo. Ad una settimana dall’entrata in vigore dell’USA Patriot Act, le associazioni pro-privacy stanno valutando le strategie migliori per lanciare le battaglie legali centrate sull’incostituzionalità di alcune norme specifiche. E non mancano le polemiche sulla sicurezza negli aeroporti, dalla quasi-conferma della privatizzazione degli addetti all’efficacia delle nuove tecnologie in arrivo, soprattutto quelle biometriche.

“Il software di riconoscimento facciale negli aeroporti non funziona e non ci porta né ordine né libertà.” Questa la conclusione di un rapporto ad hoc curato dall’American Civil Liberties Union, dove si sottolinea innanzitutto l’elevata quantità di errori dovuto allo scanning del volto. Ciò sulla base di precedenti dati diffusi dal Dipartimento della Difesa ed altre agenzie governative, in cui si citano numerosi casi di falsi positivi e falsi negativi — nel senso di accoppiamenti erronei con foto presenti nel database oppure al contrario il via libera per ricercati ufficialmente non schedati. Senza contare, ha insistito Takeo Kanade, professore di computer science e robotics presso la Carnegie Mellon University, come sia tutt’altro che facile creare le “condizioni ottimali” per scattare foto ben fatte a tutti i passeggeri nella tipica confusione che regna all’interno degli aeroporti. Aggiungendo tuttavia che alla fin fine, il sistema può essere impiegato come filtro: “se la polizia dovesse controllare in tal modo 10.000 persone su un milione, ne varrebbe comunque la pena.”

Similare la posizione delle poche ma agguerrite corporation cui è affidata la gestione dei sistemi di sicurezza negli aeroporti. Secondo il CEO di Visionics, “la tecnologia biometrica trova applicazione soprattutto come prima linea di difesa.” Garantisce un 90 per cento di successi, con un ritmo di 15 volti passati al secondo, ciascuno dei quali viene ridotto a 84 byte di dati, immediatamente confrontati con il database centrale composto da decine di migliaia di ID biometriche di criminali, terroristi e ricercati vari. Confermando però “una manciata di falsi allarmi” che avvengono quotidianamente in ogni aeroporto del territorio nazionale. Tutto ciò sembra suggerire, concludono i portavoce di ACLU, che i sistemi biometrici finirebbero per “lasciar passare un certo numero di sospetti per bloccare invece persone innocenti”, provocando così di fatto la diminuzione della vigilanza e sprecando preziose risorse umane onde risolvere i vari problemi in loco. Creando in definitiva un falso senso di sicurezza.

Sulla polemica in corso se ne innesta subito un’altra, forse perfino più aspra, relativa alla posizione degli addetti alla sicurezza negli aeroporti. Nei giorni scorsi il Senato aveva approvato all’unanimità un disegno di legge che prevedeva il passaggio al rango di impiegati federali di tali addetti. Manovra atta a favorire la trasparenza in un ambito assai delicato, viste le molte pecche delle società private finora impiegate — dalla bancarotta alle pessime condizioni di lavoro ai sempre più comuni buchi, non ultimo proprio quello delle armi improprie lasciate passare l’11 settembre. L’amministrazione Bush si era però dichiarata pubblicamente contraria, in particolare per l’opzione (automaticamente concessa ai dipendenti federali) di organizzarsi in sindacati, le fatidiche union. Le pressioni della Casa Bianca, insieme al pesante lavoro di lobby delle mega-corporation del settore, ha convinto la Camera a dire no alla proposta legislativa, pur se con un margine risicato. Toccherà ora ai rappresentanti dei due partiti trovare un compromesso, e al momento nessuno sa come andrà a finire. Divergenze politiche e operative che testimoniano il crescente surriscaldamento del clima generale.

Acque agitate, pur se non immediatamente, si preannunziano anche sul fronte della legislazione “anti-terrorista” entrata in vigore la settimana scorsa. Le varie associazioni a difesa dei diritti civili, dalla stessa ACLU a Electronic Privacy Information Center a EFF e molte altre, stanno preparandosi al lancio delle previste battaglie legali. Obiettivo primario: ottenere l’incostituzionalità di svariate norme specifiche contenute nell’USA Patriot Act. Strategia similare a quella portata avanti (con successo) in opposizione al Communications Decency Act nel 1996. Stavolta però sembra impossibile fare il bis in senso preventivo come accaduto allora — quella legge non venne mai applicata. Visto il clima emergenziale, è da escludere esista spazio per portare in tribunale ora richieste a sostegno dell’incostituzionalità della segretezza per perquisizioni e controlli e-mail, ad esempio. Più probabile, ha chiarito David Sobel di EPIC, l’attesa dei primi casi dubbi da usare come dei precedenti in netto contrasto con il quarto emendamento alla costituzione, il quale vieta esplicitamente “perquisizioni e sequestri eccessivi.”

Sorge tuttavia un grosso ostacolo: gli esperti legali spiegano che, proprio perché gran parte dei controlli avverrà in totale segreto, l’FBI finirebbe per collezionare una gran quantità di dati senza però mai renderli pubblici né tantomeno usarli nei procedimenti giudiziari. A meno che ovviamente le autorità non siano super-certe delle accuse accumulate. Uno scenario a dir poco preoccupante, come dimostra il caso ancora irrisolto delle oltre 1.000 persone tuttora detenute perché sospettate di implicazioni con i terroristi, ma di cui non si riescono a sapere neppure le generalità nonostante varie pressioni di avvocati e media. Assurdamente, in mancanza di ogni informazione sull’applicazione concreta delle norme contestate, cadrebbe così nel vuoto ogni tentativo di avanzare richieste di incostituzionalità. Ai gruppi pro-privacy non resta dunque che vagliare attentamente come e quando far partire le più adeguate strategie legali.

Infine, un’ultima nota di riflessione: un sondaggio condotto a fine ottobre da CBS e New York Times rivela che il 18 per cento degli interpellati si dichiara convinto che il governo USA sia capace di “difendere adeguatamente i propri cittadini”. Quasi la metà di quel 35 per cento registrato invece un mese addietro. Sulla base di questo ed ad altri dati in discesa, l’Associated Press titola: gli Americani iniziano ad avere dubbi sulla guerra. Che sia vero?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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