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Digitale terrestre, il punto della situazione

01 Dicembre 2009

Digitale terrestre, il punto della situazione

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Oggi tocca alla Campania, regione dopo la quale la quota di popolazione passata alla nuova piattaforma televisiva toccherà il 30%. Luci e ombre di una transizione ancora lunga

«Il digitale terrestre è quella roba che, pagando, ti consente di vedere male la televisione che prima vedevi bene gratis». Così Luciana Littizzetto, seduta sopra la scrivania di Che Tempo che Fa su RaiTre, ha sintetizzato la situazione dell’Italia dello switch-off. Quella della Littizzetto – la quale da torinese doc è stata direttamente coinvolta nello spegnimento delle trasmissioni televisive analogiche che da oggi interessa la Campania e che nel corso del 2009 ha già interessato la Valle d’Aosta, il Piemonte occidentale, il Trentino Alto Adige e il Lazio – non è però l’unica voce. Le si affianca il vice ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, tanto ottimista da dichiarare che «in Italia, in base alle ultime proiezioni, è possibile che la digitalizzazione dell’Italia venga anticipata al 2011».

I dati sembrano effettivamente dare ragione al vice ministro: al termine dello switch-off campano, salirà al 30% la percentuale della popolazione italiana passata alla ricezione digitale terrestre. E i decoder venduti dal 2004 a oggi supereranno di gran lunga i 21 milioni di pezzi contati al termine del mese di settembre, portando ancora più in alto il dato di penetrazione del DTT che già oggi interessa il 51% delle famiglie italiane. Fra due posizioni diametralmente opposte, è facile intuire dove stia la verità. A metà strada fra il disastro totale e l’entuasiasmo ministeriale ci sono i cittadini e i consumatori che hanno dovuto aggiornare il proprio televisore, familiarizzare con un nuovo apparecchio, spolverare i cavi scart sul retro del mobile del salotto, salire sul tetto con l’antennista e orientarsi fra gli scaffali dei negozi di elettronica: sono loro i protagonisti della switch-off in Italia. Un tema, quello del digitale terrestre, che si traduce in un insieme di vantaggi e disagi, conditi da una buona dose di occasioni mancate (ma non ancora perdute). Vediamoli tutti, uno per uno.

Un nuovo approccio

Una migliore qualità video e un maggior numero di canali sono i mantra di chi declama i vantaggi dell’introduzione del digitale terrestre nel sistema televisivo italiano. Che con il digitale terrestre si veda meglio, che il video sia ora pulito, nitido, senza riflessioni o effetti neve è un dato di fatto. Le operazioni di transizione di questi mesi però ci hanno insegnato che questo miglioramento non è un evento automatico nel 100% dei televisori installati. O per lo meno, non lo è se non a seguito di un processo fisiologico di adeguamento alle caratteristiche della nuova tecnologia. Con gli switch-off talvolta cambiano le postazioni di trasmissione, si riattivano vecchie frequenze, e l’intervento dell’antennista in alcuni casi è l’unica soluzione per ristabilire lo status quo televisivo. La scarsa tolleranza del mondo digitale – che non ammette vie di mezzo e si posiziona sui due estremi del “vedi perfettamente” o “non vedi nulla” – talvolta penalizza situazioni di provvisorietà caratterizzate da antenne ribaltate e da cavi consumati dal tempo che nel mondo analogico consentivano comunque una ricezione.

Superati questi ostacoli, di nuovi canali disponibili ce n’è tanti da far saltare la memoria di alcuni televisori che non hanno sufficienti posizioni per elencarli tutti. Accanto alle iniziative gratuite dei grandi broadcaster – Rai4, il nuovo canale di Carlo Freccero per i giovani adulti, ha fatto boom di ascolti nelle regioni all digital e Boing, il canale Mediaset per i giovanissimi è diventato in settembre l’ottava rete nazionale per ascolti – ci sono le tv locali, che sperimentano e con enormi sforzi tentano di valorizzare un enorme patrimonio di risorse di trasmissione e di rapporti col territorio. Nei prossimi giorni partirà anche Cielo, il canale gratuito di Sky per il digitale terrestre: da Santa Giulia promettono che non si tratterà di un promo-vetrina, ma di un vero e proprio canale con una sua dignità editoriale diretta ad un target dai 18 ai 35 anni. Le novità non mancano neppure nei programmi a pagamento, a partire dai nuovi canali di Mediaset Premium – che in dicembre ha ancora aumentato la propria offerta di cinema – fino all’offerta di sport e documentari di Dahlia. Non manca nemmeno una lauta offerta dedicata agli appassionati del genere hard.

Il digitale terrestre non ha però solo aumentato lo zapping compulsivo delle famiglie. Ha introdotto per venti milioni di italiani un nuovo concetto di televisione, quello di un apparecchio con cui il consumatore diventa attivo ed esercita una scelta. Il televisore nell’era digitale si trasformerà da sintonizzatore in monitor e funzionerà come un hub di intrattenimento audiovisivo verso cui convergeranno i segnali di diverse piattaforme. Con il digitale terrestre la tv ha cominciato anche in Italia a diventare un oggetto di questo tipo, spingendo i telespettatori a collegare un apparecchio al proprio televisore per continuare a vedere le normali trasmissioni tv. La scelta del telespettatore espressa non solo sulla base di quale programma vedere, ma attraverso la selezione di quale piattaforma usare e di quale forma di fruizione adottare – sia essa di flusso, on demand, sincrona, asincrona, a pagamento, gratuita, passiva o interattiva, di intrattenimento o ludica – è un cambiamento importante. Perchè crea i presupposti per aprire nuove strade al pluralismo nel sistema televisivo, dando nuova linfa agli investimenti del mercato e insieme arricchendo le voci informative che raggiungono il cittadino.

Nella giungla del mercato

Decoder e televisori che diventano obsoleti nel giro di un anno o due, uno switch-off con troppe alternative e poche soluzioni, l’alta definizione che non è chiaro come si faccia a vedere sono l’altra faccia del nuovo ruolo del telespettatore nel sistema televisivo, lasciato solo fra agguerriti operatori concorrenti. Le cronache di questi ultimi mesi sembrano ritagliate da un avvincente thriller a sfondo economico: Rai, Mediaset e Telecom fondano una società con la quale acquistano degli spazi sullo stesso satellite di Sky con l’obiettivo di trasmettere i programmi del digitale terrestre gratuito anche alle zone non coperte dal segnale terrestre. La società si chiama Tivù e le trasmissioni di TivùSat partono il 31 luglio 2010.

Nel frattempo la Rai non firma il nuovo contratto per i canali tematici sulla piattaforma Sky e li trasferisce sul digitale terrestre. La sempre più frequente abitudine di oscurare alcune trasmissioni sulla piattaforma satellitare di Murdoch fa gridare al complotto di RaiSet contro le tv del media mogul australiano. Sky risponde lanciando la digital key, un accessorio che aggira il problema consentendo ai suoi abbonati di visualizzare i programmi del digitale terrestre sui decoder satellitari. Mediaset ricorre contro Sky all’Autorità Antitrust e nel frattempo risponde alla partenza di 30 nuovi canali satellitari in alta definizione trasmettendo partite in HD su Premium. Che però non si possono vedere, se non con un apposito decoder che trasforma in apparecchi antiquati i milioni di televisori HD con ricevitore digitale terrestre integrato appena acquistati.

Il consumatore, già disorientato dal dover cambiare le proprie abitudini catodiche analogiche, si trova nel mezzo di due linee nemiche che si affrontano senza esclusioni di colpi. Pressato dalle scadenze ministeriali per gli switch-off regionali, ma solo raramente informato correttamente sui reali rischi e sulle opportunità del nuovo sistema televisivo digitale che sta nascendo, il telespettatore acquista. Scoprendo talvolta solo pochi giorni dopo di avere in casa un apparecchio che non rispecchia le sue esigenze di consumo televisivo.

Le regole che non ci sono

Ciò che rischia di penalizzare di più il consumatore è l’eventualità di dover cambiare un decoder o un televisore con una frequenza – e una spesa – maggiore rispetto a quanto previsto. E se la trasformazione del decoder in un apparecchio di consumo – come è già accaduto col telefonino – è probabilmente uno dei sogni proibiti dei costruttori di device, è proprio questo uno dei disagi su cui si dovrebbe lavorare per rendere più agevole il processo di switch-off nazionale. L’associazione DGTVi che riunisce i broadcaster impegnati nella transizione al digitale terrestre ha provato proprio per questo motivo a lanciare dei bollini di garanzia che, applicati sugli apparecchi in vendita, garantiscono il consumatore sulle loro funzionalità, e sulla loro sopravvivenza agli eventi di mercato.
Sono nati così il bollino bianco per i tv con ricevitore digitale terrestre integrato e abilitazione ai programmi pay, il bollino blu per i decoder interattivi abilitati alle offerte pay. A cui sono seguiti il bollino Gold per i decoder HD interattivi abilitati alla pay tv e il bollino Grigio per i decoder zapper con lista automatica dei canali ed aggiornamento software garantito. Ora, a completare un quadro che è difficile definire sistematico, si è aggiunto un quinto bollino, il Silver. Che identificherà i televisori HD con ricevitore digitale terrestre ad alta definizione integrato e con interfaccia CI+ per vedere i contenuti a pagamenti in alta definizione.

Il problema della sopravvivenza dei decoder e dei televisori però non è l’unico tormento dei cittadini. C’è una seconda questione importante, quella della “once in a lifetime opportunity” del dividendo digitale. Che se pur non influisce direttamente sulle abitudini e sulle spese dei consumatori di oggi, rischia – se non affrontata correttamente – di avere impatti di rilievo sulle caratteristiche del sistema dei media dei prossimi anni. Fra i vantaggi dell’introduzione della trasmissione digitale terrestre ci sono l’aumento dei canali disponibili via etere: la maggiore efficenza nell’utilizzo delle frequenze di trasmissione televive si potrebbe quindi tradurre nell’assegnazione di alcune di queste a servizi diversi da quelli tv.

Almeno, questa è la convinzione del Commissario Ue per i Media e la Società dell’Informazione Viviane Reding, la quale ha dichiarato che «con il passaggio dalla tv analogica alla tv digitale, un’imponente quantità di risorse frequenziali si renderanno disponibili per altri usi, in particolare per la banda larga wireless. Ciò implica che tali frequenze potranno ora essere destinate a servizi nuovi e innovativi che utilizzano lo spettro radio, dall’internet senza fili a telefoni cellulari dalla tecnologia più avanzata e a nuovi canali tv interattivi e ad alta definizione». Aggiungendo che tramite il coordinamento «a livello europeo dell’assegnazione delle frequenze che sono state liberate – il cosiddetto “dividendo digitale” – ai nuovi servizi si potrebbero ottenere benefici per l’economia quantificabili tra i 20 e i 50 miliardi di euro».

Secondo quanto affermato recentemente da Etno, l’associazione europea degli operatori di telecomunicazioni, Francia, Germania, Svezia, Danimarca e Gran Bretagna hanno già deciso di liberare una parte delle frequenze liberate dagli switch-off per i servizi di comunicazione elettronica, ma l’Italia ha finora stabilito una procedura di riassegnazione delle frequenze del dividendo digitale alle sole trasmissioni televisive, seppur realizzate da nuovi operatori. E ha rinviato ad altri momenti, e presumibilmente ad altri strumenti, la risoluzione di un digital divide strutturale che non abilita la totalità della popolazione italiana all’accesso dei collegamenti in rete a banda larga, e ne esclude una parte da quella che Stefano Rodotà ha definito «la vera novità delle tecnologie dell´informazione e della comunicazione, che forniscono ai cittadini di uno stato democratico il potere di elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere e organizzarsi nella società».

Un sistema in evoluzione

Un processo di transizione del sistema di trasmissione televisiva già avviato in alcune regioni non può che andare a compimento in tutta la nazione. Il digitale terrestre consegnerà nel 2012 ai telespettatori italiani l’accesso a una piattaforma televisiva digitale multicanale di base, alla quale sempre più consumatori affiancheranno altre forme di consumo di prodotti audiovisivi, scelti in base alle esigenze personali ed alla disponibilità economica. Considerare la trasmissione televisiva terrestre un servizio a carattere universale impone però di ricordare che non tutti i telespettatori potrebbero desiderare di adottare un servizio di tipo evoluto, o di affrontare  una spesa aggiuntiva al canone per il servizio pubblico. Occorrono regole che tutelino proprio questi cittadini, ed è doveroso concentrarsi ora sul creare le condizioni per rendere il processo di transizione al sistema televisivo digitale il meno possibile dispendioso e disagevole per i consumatori, aumentando al tempo stesso i vantaggi che ne derivano per la comunità.

Una volta compreso la tv digitale ha portanto nel sistema televisivo italiano una maggior tensione concorrenziale, e una volta accettato che questa non può che giovare sia alle aziende che ai consumatori, è il momento di definire il quadro della competizione al netto delle evoluzioni tecnologiche in atto. Uno dei primi passi potrebbe essere quello di delineare un piano di utilizzo delle frequenze a livello nazionale che ponga fine definitivamente all’anomalia del far-west italiano e che al tempo stesso garantisca la pluralità del sistema, l’accesso ai servizi di banda larga su territori attualmente esclusi e risarcisca gli operatori degli svantaggi economici legati all’eventuale perdita di frequenze di trasmissione. Al tempo stesso, occorre definire al più presto una serie di caratteristiche degli apparecchi di ricezione televisiva, dai tv digitali ai decoder, che costituiscano livelli crescenti di complessità e raffinatezza del servizio e che guidino e garantiscano il consumatore. I bollini DGTVi potrebbero rappresentare in questo senso un ottimo territorio di partenza per disegnare un quadro di sistema in cui accesso di base ed evoluzione del sistema siano i due elementi posti sui piatti della bilancia. Si tratta, insomma, di incanalare le inquietudini di un mercato concorrenziale in una serie di interventi la cui somma concorra a migliorare il benessere dei consumatori, dei telespettattori e dei cittadini.

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