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Digitale a cavallo dei diritti pubblici

08 Gennaio 2004

Digitale a cavallo dei diritti pubblici

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Sentenze a favore del file-sharing, problemi per certe info legali sul web

Diverse le notizie interessanti arrivate nel periodo vacanziero concentrandosi stavolta su sentenze e faccende giudiziarie legate al digitale. Per il file-sharing musicale, giudici olandesi e statunitensi decidono a favore degli utenti anziché delle major, mentre in Norvegia viene confermata l’innocenza di “DVD Jon” per la creazione del noto deCSS, programma capace di scardinare le protezioni tecnologiche dei DVD. Sempre in ambito legale, ecco in USA il salto di qualità nell’uso del web come risorsa pubblica per materiali processuali. È quanto ha fatto, a sorpresa, la pubblica accusa californiana nella vicenda che vede coinvolto Michael Jackson, provocando applausi ma anche aperte critiche.

Si parte dalla conferma di assoluzione formale per Kazaa da parte della Corte Suprema olandese. L’azienda non può essere ritenuta responsabile delle infrazioni al copyright commesse usando il proprio software gratuito. Viene così ribadita la sentenza dello scorso anno, gettando definitivamente alle ortiche l’istanza presentata dal consorzio locale che cura gli interessi dell’industria discografica, il quale chiedeva l’imposizione a Kazaa di una multa superiore ai 120.000 dollari giornalieri. “Un’importante precedente per l’affermazione della tecnologia peer-to-peer in Europa… una vittoria storica per l’evoluzione di internet e per i consumatori”: così hanno commentato a caldo i cofondatori del più popolare programma di file-sharing. Senza dimenticare come un’analoga decisione fosse già stata presa da un giudice federale nei confronti degli altri software di file-sharing Grokster e Streamcast, con appello previsto per febbraio 2004.

E proprio da Washington arriva una notizia forse ancor più promettente per gli appassionati dello scambio online. L’industria discografica non può obbligare i provider a identificare gli utenti sospettati, punto cruciale della campagna anti-pirateria lanciata mesi addietro dalla Recording Industry Association of America. I tre giudici della Court of Appeals per il District of Columbia hanno ribaltato la precedente sentenza che, facendo leva sul noto Digital Millennium Copyright Act, aveva colpito il provider Verizon. L’avvocato di quest’ultimo ha definito la sentenza d’appello “un’importante vittoria per tutti gli utenti internet e per i consumatori.”

Analoghe le reazioni alla decisione della Corte Suprema norvegese per la quale Jon Johansen, che nel 1999 ha realizzato il deCSS rendendolo pubblico via internet, non ha agito illegalmente. Ulteriore smacco per la grande industria, stavolta cinematografica, che chiedeva invece punizioni esemplari per “DVD Jon”. Prese nel loro insieme, queste sentenze non fanno dunque che gettare benzina sul fuoco, vista la campagna da tolleranza-zero avviata dalle major dell’intrattenimento, alla disperata di ricerca di soluzioni per tappare le falle delle vendite. Ma, fattore ancor più vitale, vanno contribuendo alla necessaria apertura di un dibattito pubblico oramai iper-polarizzato con posizioni tipo “pirati” contro “poliziotti” del copyright. Dando spazio (e ragione) agli interessi degli stessi utenti, di tutti noi, sostanziali protagonisti del digitale ma fin troppo spesso lasciati fuori dagli scenari tecno-legali odierni.

In tal senso va vista anche la recente decisione di Tom Sneddon, District Attorney della Santa Barbara County, nella California meridionale, con l’avvio di un apposito sito per illustrare i dettagli della vicenda giudiziaria che vede coinvolto Michael Jackson. Iniziative insolita per alleggerire la pressione dei media, e di conseguenza del pubblico, con accesso riservato ai giornalisti accreditati. Ma se alcuni esperti definiscono la diffusione di tali documenti “una svolta per l’accesso pubblico”, altri la pensano in maniera diametralmente opposta. Il rischio é quello di minare alla base lo spirito dell’intero ambiente giudiziario, ingigantendo l’aspetto da circo che il dibattito in aula finirà con l’assumere. Questa l’opinione di William Weston, professore presso la Concord Law School, prima scuola di legge a offrire corsi di laurea interamente online: “Seminando su internet i dettagli delle accuse contro Jackson, si diminuisce la dignità della corte, rimettendo il caso interamente nelle mani dell’opinione pubblica”. Ribatte Katrina Dewey, editor del quotidiano legale LA Daily Journal: il passaggio ad una maggiore trasparenza online anche in casi vistosi come quello di Jackson va visto come ulteriore avanzata di un settore che ha già visto mutamenti importanti e inattesi grazie all’avvento del digitale.

È vero, infatti, come da tempo il fenomeno blog si sia ramificato in una sfilza di “blawgs”, siti curati da testate specializzate come pure da avvocati e parti in causa, spesso specificamente mirati a processi in corso. Basti citare il “primo blog riservato alle cause d’appello” o quelli di pop culture legati al successo del network televisivo CourtTV (thesmokinggun.com e crimelibrary.com). Ormai consueto anche il ricorso al web come strumento primario per diffusione (e ricerca) di informazioni varie da parte degli studi legali di ogni parte del globo. Ma è chiaro come il salto di qualità imposto dal PM californiano stia portando alla luce posizioni ed effetti imprevisti.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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