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Decreto Urbani, utenti in fuga dall’ADSL

19 Maggio 2004

Decreto Urbani, utenti in fuga dall’ADSL

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La controversa stretta legislativa sul file sharing sta inducendo molti utenti a considerare inutile l'ADSL e le connessioni in banda larga in generale. Un altro esempio di come leggi medievali strangolino lo sviluppo della tecnologia in Italia, ma anche un segno di come molti utenti abbiano perso il senso di cosa è davvero Internet

Di fronte ai deliri legislativi del decreto Urbani, molti utenti stanno meditando un gesto estremo. Non si tratta di creare pagine Web oscurate, di partecipare a manifestazioni di piazza o di commettere atti di disubbidienza civile, ma di fare una scelta forse meno appariscente ma non per questo meno drammatica: rinunciare alla banda larga. Chiudere l’ADSL, insomma.

La domanda che circola sempre più intensamente nei newsgroup, nei forum e nei blog di tutta Italia è molto schietta: se è proibito scaricare musica e film da Internet, se si rischia addirittura la galera, che cosa me ne faccio dell’ADSL?

Inutile negarlo: le connessioni in banda larga si sono moltiplicate come formiche a un picnic perché tutti sanno che la banda larga significa poter accedere ai circuiti P2P per scaricare musica, film e telefilm. Il fatto che la stragrande maggioranza (ma non la totalità) di questi scaricamenti sia in violazione del diritto d’autore, e che sia illegale da sempre, anche prima del decreto Urbani, non ha certo scoraggiato gli utenti.

La Banda della Banda Larga

Anzi, un forte incoraggiamento agli utenti è arrivato proprio dai provider, che non hanno avuto scrupoli nel trarre lauti ricavi da questo boom, pur sapendo benissimo che la ragione per la quale così tanti utenti aprivano contratti ADSL era violare la legge. Hanno fatto finta di niente in nome del profitto, senza neppure una scritta piccina piccina per dire “occhio gente che scaricare DJ Francesco è reato”.

Ancor oggi, molti provider insistono a pubblicizzare l’ADSL evidenziandolo come via di accesso al file sharing. La demo dell’ADSL nella pagina principale di Tin.it, per esempio, parla disinvoltamente di inviare e ricevere “foto, filmati e canzoni in un batter d’occhio”. Non c’è la minima avvertenza sul rispetto del diritto d’autore. E Tin.it non è certo l’unica a comportarsi così: Libero.it addirittura fa un sondaggino chiedendo “Quanto spesso scarichi filmati, scarichi canzoni?”.

E poi ci si domanda come mai gli utenti della Rete non sanno di violare la legge quando scaricano musica e film vincolati dal diritto d’autore. Perché dovrebbero porsi il dubbio, visto che i portali che li conducono per mano in Internet si guardano bene dal sollevare il problema e anzi presentano il file sharing indiscriminato come comportamento normale e desiderabile?

Ma adesso, grazie al putiferio sollevato dal decreto Urbani, molti utenti hanno finalmente “scoperto” (o sono stati messi di fronte all’evidenza) che scaricare musica e film è quasi sempre illegale. Questo, in un certo senso, è l’unico merito del decreto: ha sollevato finalmente un problema sul quale gravava un silenzio complice. E così si prospetta una rinuncia in massa alla banda larga.

File sharing accecante

Un abbandono diffuso dell’ADSL per tornare alle connessioni telefoniche dial-up sarebbe un risultato davvero imbarazzante, per un governo che spinge per l’adozione diffusa di Internet al punto di includerla fra le sue famose “tre I”: significherebbe tornare indietro tecnologicamente di almeno cinque anni. Ma gli imbarazzi governativi sono trascurabili di fronte al danno che una massiccia disdetta dei contratti in banda larga causerebbe alla cultura e alla comunità Internet italiana.

Infatti, checché ne dicano i provider, “banda larga” non è sinonimo soltanto di musica scaricata a scrocco. Avere una connessione veloce ma soprattutto permanente apre la porta anche a occasioni di conoscenza che un accesso dial-up rende impossibili. L’abbagliante abbondanza dei circuiti P2P ha reso molti utenti ciechi al fatto che con l’ADSL e la fibra ottica si può fare molto di più che scaricare paccottiglia musicale preconfezionata o polpettoni hollywoodiani. Con la banda larga si può fare il salto da spettatori ad attori, da consumatori a creatori.

Cinque anni di Napster e soci hanno abituato molti navigatori della Rete a concepire Internet come un semplice deposito da cui attingere passivamente, una sorta di canale radiotelevisivo pay per view in cui c’è molto view e poco pay. Nella foga di scaricare tutto lo scaricabile, si è perso di vista il fatto che Internet è una rete fatta dagli utenti per gli utenti, fatta per distribuire idee (ed è per questo che dà così tanto fastidio ai potenti). La Rete è uno strumento di comunicazione alla pari: tutti parlano con tutti.

Con la banda larga, ognuno può creare il proprio sito senza le restrizioni dei portali che offrono spazio Web; può pubblicare le proprie foto e i propri filmati (legalmente, essendo automaticamente titolare dei loro diritti) e condividerle con gli amici e i parenti lontani (se anche loro hanno la banda larga). Se si torna al dial-up, bisogna rinunciare a tutto ciò che “pesa” sulle connessioni, compresa la grafica: quindi certamente niente filmati, ma anche poche foto.

Con la banda larga diventa possibile creare un’opera e diffonderla a chiunque: libri, poesie, immagini, disegni, persino interi film. Guardate su TheForce.net cos’hanno saputo fare i fan di Guerre Stellari e di Indiana Jones con i loro costumi autoprodotti e i loro software di montaggio digitale: ricordate il filmino che sognavate di fare da bambini? Be’, loro non si sono limitati a sognare: l’hanno fatto. Non saranno Kurosawa, ma sono creativi. E il loro lavoro è scaricabile legalmente. Lo stesso vale per tante band emergenti, che hanno scelto Internet come canale per diffondere la propria musica e farsi conoscere, rendendo legalmente scaricabile la propria produzione. Esistono in barba alle aspirazioni monopolistiche dei discografici perché esiste la banda larga: niente banda, niente band.

Provate a partecipare a un forum o una chat usando una connessione dial-up. Ma preparatevi ad attese snervanti e bollette salate. E ovviamente, niente webcam. Senza banda larga, scaricare le immancabili patch di Windows e il software diventano imprese costose e interminabili. Una chiacchierata in video con amici e parenti lontani è altrettanto fuori discussione. Una rapida Googlata per risolvere un dubbio o trovare un’informazione diventa una nuotata nella melassa. Dite addio anche alla posta che arriva in tempo reale: dovrete tornare ai tempi in cui vi collegavate periodicamente per vedere se c’era posta per voi. Ve li ricordate?

Piani di distruzione

Ma a prescindere dall’uso specifico che se ne fa, l’accesso in banda larga è prezioso soprattutto perché cambia la struttura della Rete: la rende più democratica. Quando si è permanentemente connessi, si diventa parte di Internet a tutti gli effetti: si è alla pari con gli altri siti. Collegarsi in dial-up significa invece affacciarsi fugacemente alla Rete in modo passivo e subalterno, senza mai farne veramente parte e senza potervi contribuire: Internet diventa come la televisione, insomma. Significa lasciare che Internet venga popolata di contenuti generati dai soliti quattro gatti dei grandi media istituzionali e commerciali, e significa tornare all’informazione centralizzata e controllata.

Molti hanno visto il decreto Urbani, e gli altri provvedimenti recenti che colpiscono il file sharing con la finezza di martellate contro i marmi di Michelangelo, come tentativi di imbavagliare la Rete. La Rete dà fastidio: il giocattolo che sembrava un’occasione per fare soldi è sfuggito di mano a chi pensava di poterlo manipolare. L’informazione che circola liberamente, senza filtri e senza censure, impensierisce chi è abituato al controllo. E allora il giro di vite serve a ricordare chi comanda.

In condizioni come queste, è facile lasciarsi tentare dall’idea di “boicottare” questi tentativi liberticidi protestare chiudendo i contratti in banda larga. Ma così facendo, si rischia in realtà di fare il gioco degli imbavagliatori: quale modo migliore per risolvere il problema del controllo di Internet che indurre la gente a non frequentare la Rete? Che bisogno c’è di controllare un canale d’informazione, se tanto non lo usa nessuno?

Pensateci, prima di disdire.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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