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Cruciale l’open source per la PA e per l’innovazione USA

05 Maggio 2003

Cruciale l’open source per la PA e per l’innovazione USA

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Il consiglio comunale di New York esamina pro e contro del software aperto, mentre parte un importante progetto della Open Source Applications Foundation

La pubblica amministrazione USA si mostra sempre più interessata all’open source. Come per altri paesi, Italia inclusa, anche qui è in atto un processo generalizzato per valutarne le opzioni disponibili (pur se nel disinteresse dei grandi media e su scala ridotta rispetto alle potenzialità, almeno per ora). In Oregon, Texas e Oklahoma prosegue da tempo il dibattito sulle eventuali politiche ad hoc da implementare, mentre il comune di New York va raccogliendo elementi concreti su vantaggi e svantaggi dei programmi open source. Sul fronte dell’innovazione, invece, ecco la Open Source Applications Foundation lanciare un progetto aperto ai contributi dei programmatori di tutto il mondo, grazie anche ad un grant delle istituzioni universitarie.

Per quanto concerne la PA statunitense, a New York sono delle audizioni con esperti (pro e contro) del settore. Qualche giorno fa la commissione su Technology in Government for the New York City Council ha organizzato una riunione dal titolo “Panoramica sulle politiche municipali sul software open source,” sotto la direzione dallo stesso presidente del consiglio comunale, Gale Brewer. Faccenda non certo da poco, considerato tra l’altro che il budget annuale cittadino riservato all’info-tech oscilla sui 750 milioni di dollari. Pur trattandosi tuttora di una fase esplorativa, “è stato positivo aver messo in luce tutte le varie questioni,” ha spiegato Bruce Bernstein, presidente della New York Software Industry Association (NYSIA). Quest’ultima si definisce entità non di parte, poiché annovera aderenti favorevoli a sistemi sia open source che proprietari. Funzione della NYSIA è stata quella di selezionare e invitare una serie di esperti di ambo le parti, alcuni dei quali si sono dimostrati “molto ferrati e molto convincenti nell’esprimere le proprie opinioni,” ha aggiunto lo stesso Bernstein.

Tra questi va segnalato Aron Trauring, CEO di Zoteca, azienda specializzata con base a Manhattan, che ha snocciolato davanti ai consiglieri tre questioni importanti. Complessivamente i prodotti Microsoft non sono meno costosi di quelli Linux, è anzi vero il contrario, purché i manager si mantengano aggiornati su questi ultimi. Dal punto di vista strettamente legato alla produzione, il software open source consente di reinvestire a livello locale quelle risorse risparmiate grazie a riduzione o eliminazione dei costi di licenza. Restando contrattualmente legati ad un unica software-house, si rischia di bloccare la flessibilità e la compatibilità operativa, come accaduto recentemente ad un ospedale cittadino nell’estrazione di dati importanti da un particolare programma, operazione resa infine possibile solo ricorrendo all’ulteriore, costoso apporto del rivenditore originale.

Da parte sua Andrew Brust, presidente di Progressive System Consulting, non ritiene necessario aggiungere alcuna legislazione specifica per la scelta del miglior del software adatto alla PA. Ciò nel senso di lasciare sempre carta bianca agli esperti informatici in loco. “I professionisti dell’info-tech dovrebbero avere mano libera nella scelta del software di cui abbisognano,” ha tra l’altro affermato Brust. Il quale conosce bene l’ultra farraginoso sistema locale per la ricerca e l’acquisto dei programmi, avendo lavorato per il dipartimento informatico cittadino, e ha ventilato dubbi sul fatto che tale sistema sia cambiato granché nei 15 anni da cui ha lasciato quell’ambito per passare al settore privato. È insomma il caso di evitare possibili “conseguenze non intenzionali di legislazioni dalle buone intenzioni”. Posizione questa sostanzialmente condivisa dallo stesso Department of Information Technology and Telecommunications, il cui rappresentante Roy Bergman è intervenuto nel corso della medesima audizione. Segnalando un’importante posizione: sostanzialmente il dipartimento ha già deciso di rendere l’open source lo standard per alcuni progetti. Sembra quindi poco utile introdurre nuove normative, almeno per il comune della Grande Mela – pur se in tal senso sembra invece orientato lo stato dell’Oregon, dove si prevede che ogni processo per l’acquisto di software debba includere dei progetti open source.

Nel frattempo va segnalata la recente iniziativa avviata dalla Open Source Applications Foundation, dovuta a Mitch Kapor, figura-chiave dell’informatica USA, e ad altri programmatori interessati a creare una nuova piattaforma aperta per l’innovazione. Nei giorni scorsi sono stati diffusi online i sorgenti della prima versione di Chandler, pacchetto open source che funge da manager per dati personali, e-mail e calendario. L’iniziativa è il corollario dello stanziamento di 98.000 dollari assegnato al progetto da parte della Andrew W. Mellon Foundation. Il tutto mira in particolare a verificare l’efficacia di Chandler, attualmente diretto a individui e piccoli business, su scala assai più ampia, in particolare per le necessità di università di grandi dimensioni.

In tal senso il denaro stanziato dalla Mellon Foundation riafferma la centralità di mantenere l’architettura informatica del futuro aperta e gratuita al massimo livello possibile. Tendenza in cui vanno annoverati analoghi contributi, tra cui quello della William e Flora Hewlett Foundation di Menlo Park che, insieme alla stessa Mellon, ha sostenuto gli sforzi del Massachusetts Institute of Technology nella messa online del materiali per i vari corsi interni. Oppure il grant della MacArthur Foundation verso progetti in grado di “contribuire alla creazione di un equilibrio tra le necessità dei creatori e del pubblico nelle pratiche, regolamentazioni e leggi nell’ambito della proprietà intellettuale”. Nello specifico, il vicepresidente per la ricerca presso la Mellon non fa mistero delle proprie simpatie per l’open source, chiarendo come quel denaro servirà a “finanziare software che deve essere liberamente disponibile per uso accademico, per la didattica e per la ricerca.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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