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Come ridursi all’editoria

20 Dicembre 2012

Come ridursi all’editoria

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Prima della corsa alla presenza editoriale sui media digitali è consigliabile un ripensamento del mestiere editoriale.

Marco Arment, creatore della rivista minimale The Magazine (e anche di Tumblr e del servizio di lettura differita Instapaper), proprio nell’introduzione a The Magazine scrive quanto segue.

Di solito le cose vengono fatte nel modo in cui vengono fatte per una buona ragione. A volte invece le cose vengono fatte come vengono fatte soltanto perché nessuno le ha ancora messe in discussione.

Lo splendido saggio di Craig Mod Subcompact Publishing (e il discorso che gli si è generato intorno, in rete) fa esattamente questo: mette in discussione il modo in cui le cose sono state fatte, pensate e dette da chi si occupa di editoria, diciamo nel corso degli ultimi due anni.

Nel design di prodotto l’esercizio mentale più semplice è procedere per addizioni. È il modo più semplice per far sembrare nuova una cosa vecchia. L’esercizio più difficile è riconsiderare il prodotto nel contesto dell’adesso. Un adesso che può essere molto diverso dall’allora in cui un certo prodotto è stato originariamente concepito.

Capita che le rivoluzioni vengano condotte coi metodi della conservazione. Cercando forme e modi nuovi di pubblicare contenuti, solo raramente ci ha sfiorato il pensiero di eliminare. La tendenza naturale, come riassume Mathew Ingram su GigaOm è accumulare:

La maggior parte delle riviste e dei quotidiani sembrano chiedersi: “Come possiamo prendere tutta la roba che abbiamo già e infilarla a forza in questo nuovo contenitore?”

Lo stesso hanno fatto i lettori. Realizzare qualcosa che sia molto più della semplice trasposizione digitale di una rivista o di un libro cartaceo, come spesso si sente desiderare, coincide molte volte nella visione del pubblico con l’aggiunta progressiva di strati: esperienze multimediali e interazioni, senza chiedersi se ce ne sia davvero bisogno per dare a un certo tipo di prodotto la sua forma ottimale.

Al contrario, Craig Mod individua come vettori del cambiamento più radicale pubblicazioni che sono vere e proprie unità funzionali minime di contenuto: The Magazine e Matter, ad esempio. Il linguaggio dello sviluppo software definisce queste unità come minimal viable product. Nel nostro caso, siamo alla ricerca di un minimal viable publishing.

Il primo passo è procedere per riduzioni. Eliminare ogni elemento ridondante serve a sgombrare il campo e imporre confini: qual è il prodotto più semplice ed efficace che posso costruire con gli strumenti a mia disposizione? La risposta è semplice in modo disarmante: pubblicazioni periodiche molto brevi, composte di pochi, curatissimi contributi di alta qualità. Solo testo, rarissime le immagini, assolutamente nessuna interazione né multimedialità. A quanto pare, funziona.

E, come scrive John Pavlus su MIT Technology Review, non si tratta di scienza missilistica, ma dell’applicazione alla pubblicazione contenutistica di strategie mutuate dallo sviluppo software e dal product design. Ragionamento, dedizione e buonsenso, nessun effetto speciale.

L'autore

  • Ivan Rachieli
    Ivan Rachieli, 30 anni, laurea in letteratura russa, master in editoria. Ha lavorato in GeMS con gli ebook, e in ZephirWorks con le applicazioni web. Un giorno mollerà tutto e se ne andrà sul lago Bajkal, per dedicarsi finalmente alle cose serie, come ad esempio la caccia col falcone. Se avete voglia di conoscerlo meglio, potete fare due chiacchiere con lui su Twitter @iscarlets o leggere il suo blog.

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