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Come cambiare lavoro ed essere preparati a farlo

24 Gennaio 2024

Come cambiare lavoro ed essere preparati a farlo

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Nel mondo di oggi, cambiare lavoro è sempre più spesso una scelta pianificata, guidata da motivazioni che non necessariamente riguardano il reddito.

Alcune risposte che cercavi per aiutarti a cambiare lavoro

  1. Come preparare un piano B
  2. Perché siamo il frutto dei nostri errori
  3. Che cos’è la SWOT Analysis
  4. Come apprendere il più possibile mentre cambi lavoro
  5. Che cosa succede oggi nel mercato del lavoro

1. Come preparare un piano B

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  • Coltivare la flessibilità cognitiva, fare ginnastica mentale, fare tutti i giorni Pilates delle sinapsi. Come ha spiegato il World Economic Forum, nel futuro conterà quanto velocemente e facilmente riesci a saltare avanti e indietro fra le diverse modalità di pensiero: matematico, creativo, critico.
  • Adottare una mentalità Flintstones permanente. Hai presente? Gli uomini della pietra lavoravano in proprio, come imprenditori per cercare quotidianamente acqua e cibo. Ecco, siamo tutti CEO di noi stessi, siamo tutti, per citare una definizione dell’economista Tom Peters (1997, Fast Company). Siamo tutti Me, Inc.
  • Individuare la nostra proposta unica di valore, purpose dal latino proponere, o proporre.
  • Avere chiare le buyer personas, ossia a chi offrire la nostra proposta.
  • Dare vita a un customer journey, ossia come ingaggiare i potenziali clienti della nostra offerta.
  • Il consiglio più grande è seguire un esempio, quello di Dante ALighieri: a 37 anni si trovò a dover cambiare strada, esiliato da Firenze, era il 1302. E che cosa fece? Non si abbatté e iniziò un percorso all’interno di sé, scrivendo tra il 1308 e il 1321 la Divina Commedia, uno dei libri più belli al mondo.
  • Ricordarsi che il dizionario è l’unico posto al mondo dove la parola successo viene prima della parola sacrificio. Vengo dal mondo della passione per la musica: le mani, le corde vocali o il fiato non vanno da sole. Bisogna allenarsi quotidianamente, ore, ore, ore, ore e ore. Dal 5 maggio 2017, per fare un esempio concreto, mi alzo tutti i giorni alle 5 mattina per preparare un post su LinkedIn che dia attenzione e generi attenzione. Per avere attenzione devi, infatti, dare attenzione: è quello che provo a fare quotidianamente.
  • Strettamente correlata al sacrificio, è la mentalità quotidiana da Day 1. It’s always day one, come dice Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Non dobbiamo considerarci mai arrivati. Bisogna cercare anzitutto le domande alle nostre passioni, prima ancora delle risposte. Le domande sono spesso le risposte. Più che domandarsi cosa cambierà nei prossimi dieci anni, il lavoro più utile è domandarsi cosa non cambierà. Come dice Stella Adler, fondatrice del metodo delle 42 domande (adottato da Marlon Brando, Al Pacino e Robert De Niro), acting is knowing, not showing. Prima di andare in scena bisogna porsi le giuste domande.
  • Da ultimo, cercare sparring partner con i quali confrontarsi e dai quali avere consigli. Non fidiamoci solo dell’io. Rileggiamo al contrario la parola io e aggiungiamo la lettera n, otterremo la parola noi. Cerchiamo di fare la somma con le nostre passioni, non la differenza. Yes, We can ci porterà più lontano di Yes, I can. Non importa quanto sia brillante la tua mente o la tua strategia: se stai giocando da solo, perderai sempre contro chi gioca in gruppo.

2. Perché siamo il frutto dei nostri errori

Noi siamo il frutto di errori. Dalle prime molecole auto-replicatesi del brodo primordiale, il nostro codice genetico si è creato, così com’è ora con 46 cromosomi, proprio grazie a una sequenza di errori cumulativi vantaggiosi. Come descritto magistralmente da Richard Dawkins (Il gene egoista, Arnoldo Mondadori Editore, 1976-1989), i geni con più probabilità di sopravvivenza e che in centinaia di milioni di anni sono sopravvissuti fino a oggi, sono stati quelli che avevano tre caratteristiche principali: longevità, fecondità e fedeltà di copiatura.

Leggi anche: Il cambiamento in 5 risposte ad alto potenziale

Longevità perché le molecole che avevano a disposizione un tempo maggiore per produrre copie di sé stesse popolavano di più il pianeta, a parità di altre condizioni; di conseguenza, si creava nella popolazione di molecole una tendenza evolutiva verso una maggiore longevità.

Fecondità perché se il replicatore di tipo A fa copie di sé stesso in media una volta alla settimana, mentre quello di tipo B fa copie di sé stesso una volta all’ora, non è difficile capire che molto presto le molecole di tipo A saranno in minoranza, anche se vivono molto più a lungo delle molecole di tipo B. Nelle molecole del brodo primordiale ci dev’essere stata una tendenza evolutiva verso una maggiore fecondità.

Accuratezza perché se le molecole di tipo X e di tipo Y hanno la stessa durata e si replicano alla stessa velocità, ma X fa in media un errore di trascrizione del codice genetico ogni dieci replicazioni, mentre Y ne fa uno soltanto ogni cento, Y diventerà ovviamente più diffuso.

La tendenza evolutiva verso questi tre tipi di stabilità si può esemplificare in questo modo: se si fossero presi campioni del brodo primordiale in due tempi diversi, l’ultimo campione avrebbe dimostrato di contenere una proporzione maggiore delle varietà dotate di alta longevità/fecondità/fedeltà di copiatura.

Noi esseri umani siamo figli della messa in opera di questi principi, che ci raccontano qualcosa di più. Questi tre principi, infatti, li possiamo mutuare anche a favore della nostra crescita personale e professionale: è importante, certo, sopravvivere ai propri errori, essere longevo, altrimenti non possiamo imparare da errori capitali; ma è anche importante essere fecondi nelle opportunità che abbiamo di fare le cose diversamente dall’abituale, talvolta anche commettendo errori, perché da questi cambiamenti frequenti ed errori possiamo scoprire nuovi modi di essere, di pensare, di comportarci, di lavorare. E, una volta individuati questi nuovi modi, dobbiamo essere accurati nella nostra capacità di replicarli, di non dimenticarli, di non ricadere nelle abitudini.

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3. Che cos’è la SWOT Analysis

Uno strumento per sviluppare una migliore consapevolezza è la SWOT Analysis, acronimo che sta per: punti di forza (Strengths), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats), rispetto all’oggetto dell’analisi.

Si tratta di una tecnica ideata per la prima volta negli anni ’60, posizionando questi quattro aspetti in una matrice 2 × 2 per tracciare le risposte a queste dimensioni chiave.

I punti di forza e di debolezza (che hanno un’origine personale) risiedono nella parte superiore della matrice, mentre le opportunità e le minacce (entrambe di origine extra-personale) sono riportate nella riga inferiore (come si vede nella figura).

Esiste una versione Personal SWOT Analysis, lo stesso strumento declinato in termini di valutazione individuale, progettato per esaminare in modo approfondito le forze, le debolezze, le opportunità e le minacce personali. Ispirata all’analisi SWOT utilizzata nel contesto aziendale, questa metodologia permette alle persone di esplorare le proprie abilità, competenze, interessi e sfide, per prendere decisioni consapevoli che conducano alla crescita personale e professionale.

La Personal SWOT Analysis si articola così in quattro aree.

  • Forze (Strengths), gli attributi positivi e le abilità in cui un individuo eccelle o possiede un vantaggio competitivo rispetto agli altri. Questa sezione si concentra sul riconoscimento dei talenti, delle competenze distintive e delle esperienze che possono essere sfruttate per raggiungere gli obiettivi.
  • Debolezze (Weaknesses), gli aspetti negativi o le aree in cui un individuo può avere carenze o limitazioni. È essenziale essere onesti e oggettivi nell’identificare le proprie debolezze per poter affrontare sfide congrue e cercare modi per migliorare e crescere.
  • Opportunità (Opportunities), le circostanze esterne o le situazioni positive che possono essere sfruttate a proprio vantaggio. Le opportunità possono essere nuove tendenze di mercato, cambiamenti nel settore lavorativo o connessioni con persone chiave che aprono porte a nuove possibilità.
  • Minacce (Threats), gli elementi esterni che possono costituire un ostacolo o una sfida per il raggiungimento degli obiettivi personali. Questa sezione richiede un’analisi attenta delle possibili sfide future e delle potenziali fonti di ostacoli.

SWOT Analysis

SWOT Analysis.

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4. Come apprendere il più possibile mentre cambi lavoro

Si apprende a scuola. Si apprende all’università, se la si frequenta. Come scritto, si apprende in fase di preparazione all’esecuzione della propria strategia. Ma, soprattutto, si apprende in itinere!

Una nuova avventura professionale è un’opportunità eccezionale di apprendimento, se la si sa prendere per il verso giusto.

Gran parte dell’apprendimento è informale e ha a che fare con nuovi modi di essere, di pensare, di relazionarsi al prossimo, di problem solving e decision making, come se il nostro cervello facesse di colpo un upgrade. Per farlo, però, dobbiamo predisporci emotivamente al cambiamento perché, come dicevamo, il cervello apprende meglio se non è attraversato da emozioni disfunzionali come ansia, paura, rabbia o da pensieri giudicanti.

In aggiunta, assume un ruolo centrale anche l’apprendimento formale: le ore che trascorri a leggere un libro, ascoltare una testimonianza, o esplorare un forum dove viene descritto com’è stato risolto un problema simile a quello che ti attanaglia.

Gli autori di questo libro ti possono assicurare di non aver mai studiato tanto come in questa loro fase di vita professionale, frutto di diversi cambiamenti. Certo, si tratta di un apprendimento un po’ diverso da quello universitario, passato tra lezioni e letture. Molto del­l’apprendimento è sul campo, ma ancora cerchiamo entrambi di riservare tempo alla lettura di qualità, specie nelle prime ore del mattino, a mente lucida.

Si tratta di una sorta di apprendimento accelerato, nel quale devi cercare di rimuovere o gestire al meglio tutti gli ostacoli all’apprendimento che potresti incontrare. Parti dai seguenti suggerimenti su cosa fare/non fare:

  • evita l’abbuffata: all’inizio di un cambiamento professionale ti puoi sentire come se stessi partecipando a una gara a chi mangia più hamburger; c’è così tanto da imparare che puoi trovare la situazione disorientante; assorbire tutte le informazioni necessarie può essere molto difficile e ti puoi facilmente perdere tra la ricerca di un eccessivo dettaglio e una vista troppo generica e, pertanto, non riutilizzabile; pertanto, è importante che ti focalizzi sulle competenze più utili da assimilare e che le metta in ordine di priorità, dedicando al loro apprendimento un tempo proporzionale alla loro importanza;
  • sviluppa una vista di insieme, una mappa; chiediti quali siano i principali oggetti del tuo apprendimento; per esempio, se hai cambiato azienda, dovresti forse imparare di più sulla sua cultura organizzativa, sulla sua visione e strategia, sui suoi obiettivi annuali, sulle key people;
  • crea un piano di apprendimento; cerca di vedere l’apprendimento come una sorta di investimento, ovvero un processo nel quale, nonostante le limitate risorse di tempo che hai, cerchi di guadagnarne di tempo, diventando più bravo a svolgere il tuo lavoro; dovrai capire anche chi ti può agevolare ad apprendere i concetti chiave: potrebbero essere dei colleghi, dei clienti, il tuo responsabile o altre figure ancora;
  • pianifica l’apprendimento; cerca di definire il tuo programma di apprendimento settimanale, mensile e/o annuale, stabilendo le specifiche azioni da compiere e i momenti che dedicherai ad apprendere concetti nuovi; quello che ti serve è un processo strutturato di apprendimento, del quale dotarti per pianificare gli incontri, stabilendo le domande da porre, capendo la migliore modalità per prendere i tuoi appunti e ritrovarli in caso di bisogno, utilizzando template e strumenti come la SWOT Analysis;
  • gestisci il bisogno compulsivo di passare all’azione; occorre sviluppare il giusto equilibrio tra l’apprendere nuovi concetti, il saper osservare riflettendo su come poterli applicare, e la loro applicazione (ovvero l’azione); se senti una forte pressione al fare che ti viene dalla forze esterne che orbitano attorno alla tua nuova professione, prova a spiegare loro che stai soltanto cercando di capire come intervenire al meglio per non perdere tempo in un secondo momento; se la pressione viene dall’interno, dalla tua voglia di dimostrare quanto vali, prova a gestirla sospendendo questo giudizio; come descritto nelle pagine precedenti, ricordandoti che eventuali decisioni sbagliate potrebbero già minare la tua credibilità nel nuovo ruolo che hai iniziato a ricoprire;
  • abbandona la convinzione del tipo ho già la risposta e abbracciane una che può risultare più o meno così: sono qui per apprendere quale possa essere la migliore risposta.

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5. Che cosa succede oggi nel mercato del lavoro

Il mercato del lavoro è in veloce evoluzione, di conseguenza anche il mondo cambia sempre più velocemente. Eppure, in tutto questo trambusto, l’occhio che sa leggere tra le righe può riuscire a scorgere alcuni fenomeni di fondo che sono all’opera, o macrotrend come sono in genere chiamati.

Per esempio, di recente si è molto sentito parlare di Great Resignation o grandi dimissioni. Ecco, questo è un macrotrend. In particolare, è un fenomeno iniziato negli Stati Uniti e che poi si è diffuso in modo globale, Italia compresa.

Questi fenomeni spesso vengono, se non innescati, quanto meno accelerati da episodi specifici, come la pandemia o la guerra in Ucraina.

Collettivamente queste forze rimodelleranno il mercato del lavoro internazionale in modi che sfidano i confini geografici, abbracciano il progresso tecnologico e incorporano le esigenze di una forza lavoro globale più dinamica. Vediamone alcune.

Le grandi dimissioni

Si tratta di un’ondata senza precedenti di lavoratori dimissionari!

In USA il Big Quit è iniziato nel 2021, quando l’economia statunitense è ripartita a seguito della frenata dovuta alla pandemia. E l’anno successivo, nel 2022, più di 40 milioni di persone hanno lasciato il lavoro.

La cosa interessante è che si tratta prevalentemente di: 1) dimissioni volontarie; 2) persone che spesso non hanno un’altra offerta di lavoro in mano che le spinge a dimettersi, come solitamente avveniva in passato.

Altro aspetto interessante riguarda il fatto che molte di queste persone non hanno mostrato interesse a tornare a un lavoro tradizionale a breve: se in passato si registravano picchi di dimissioni relative principalmente a lavoratori particolarmente specializzati, dove si lasciava un lavoro per raggiungerne uno simile ma meglio pagato (nelle cosiddette guerre per i talenti), ora si assiste sbigottiti a dimissioni di persone che se ne vanno per assumere ruoli molto diversi o, semplicemente, per lasciare completamente la forza lavoro.

Il grande rallentamento

Al di là che si tratti di economie consolidate o di Paesi in via di sviluppo, c’è solo un modo in cui le economie nazionali possono crescere nel tempo: i lavoratori devono diventare più produttivi. E in questa sfida mondiale è opportuno ricordare che la produttività del lavoro è in declino, il che significa che i lavoratori impiegano più tempo per fornire meno beni e servizi.

p>E questa debole produttività sarà un fattore con il quale ciascun professionista dovrà fare i conti.

La persistenza dell’inflazione

Dopo un periodo di alta inflazione, si prevede che in futuro l’inflazione si moderi, ma è improbabile che torneremo allo stesso torpore dell’inflazione decennale di cui godevano Europa, Asia e Nord America prima della pandemia. Questo è un cambiamento epocale: un mondo nel quale l’inflazione non sarà più strettamente sotto controllo!

La domanda giusta da porsi, per ogni lavoratore, è dunque: come posso costruirmi oggi il miglior posizionamento professionale, che mi consenta domani di non essere vittima di un mondo ad alta inflazione?

L’azzeramento salariale

Ragionare in termini di inflazione apre la riflessione su un tema spesso sottovalutato: a contare non è il salario assoluto percepito, ma quello reale, che sconta gli effetti dell’inflazione. A contare, in altre parole, non è quanto si guadagna, ma il potere di acquisto accessibile grazie a ciò che si guadagna.

Solo qualche dato al riguardo: se a novembre 2022 la crescita dei salari reali (crescita corretta per l’inflazione) negli Stati Uniti è diminuita di due punti percentuali, a livello globale i salari reali sono diminuiti di quasi l’1% nella prima metà del 2022. Si tratta del primo calo in questo secolo, secondo la International Labour Organization.

Insomma, mentre il costo della vita è aumentato vertiginosamente in molti luoghi del mondo, i salari non hanno tenuto il passo.

La diminuzione della forza lavoro

Secondo un’analisi della Banca Mondiale, dal 1990 il tasso di partecipazione alla forza lavoro globale è diminuito costantemente, da oltre il 65 percento delle persone in età lavorativa a meno del 60 percento.

Tra i principali artefici di questo cambiamento c’è senz’altro l’invecchiamento della popolazione, particolarmente accentuato nei Paesi più sviluppati.

Non solo la forza lavoro è diminuita in proporzione, ma è diventata anche più concentrata a livello geografico. Si pensi che, se Stati Uniti, Canada e Messico insieme costituiscono il 26 percento del PIL globale e forniscono solo il 5 percento della forza lavoro, sull’altro versante i Paesi asiatici rappresentano oltre il 57 percento della forza lavoro globale.

Si può immaginare che questa discrepanza tra la geografia della ricchezza e quella del lavoro cambierà il modo in cui la forza lavoro si muove.

Piano B, di Vittorio Martinelli e Luigi Ranieri

Il libro è corredato da consigli e contributi di chi ha compiuto con successo un cambio lavorativo radicale.

Come posso vendere la mia professionalità al miglior offerente internazionale e, allo stesso tempo, continuare a vivere dove preferisco, senza dover necessariamente inseguire il mercato del lavoro?

L’accelerazione dell’economia digitale

Nel 2005 solo il 16 percento della popolazione mondiale utilizzava Internet. Oggi più della metà del mondo è online.

Se in termini di consumo di massa siamo sempre più abituati a confrontare le vetrine fisiche con quelle esposte negli e-commerce, nel mondo del lavoro le tecnologie nascenti hanno supportato l’interazione a distanza e sono ormai diventate abitudini consolidate.

In questo nuovo contesto chiunque cerchi di affermarsi nel mondo del lavoro sarebbe un folle se non considerasse la rivoluzione digitale!

L’intelligenza artificiale

Secondo un recente studio del World Economic Forum, entro il 2025 l’intelligenza artificiale (AI) dovrebbe automatizzare 75 milioni di posti di lavoro a livello globale. Secondo un altro rapporto di PwC, si stima che il 38 percento dei posti di lavoro negli Stati Uniti sarà ad alto rischio di automazione entro i primi anni ’30.

Certamente altri posti di lavoro saranno creati grazie all’intelligenza artificiale, ma è abbastanza intuibile comprendere come sia difficile per noi umani competere al crescere delle abilità dell’AI, considerando che questa non si ammala, non ha bisogno di pause e può lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Insomma, questa trasformazione del mercato del lavoro sarà una grande sfida, sia per i lavoratori che per i datori di lavoro.

Oltre a questioni legate all’occupabilità, l’AI impatterà il lavoro su più fronti:

  • verranno in parte modificate le competenze che le organizzazioni apprezzano nei propri dipendenti;
  • verranno automatizzate molte attività di routine, consentendo ai professionisti di concentrarsi su lavori più complessi e gratificanti;
  • questo potrebbe invertire il trend del calo di produttività dei lavoratori: ebbene, le aziende che incorporeranno l’intelligenza artificiale nel proprio spazio di lavoro potranno registrare un aumento significativo della produttività (e dei ricavi);
  • cambieranno le modalità di assunzione del personale, in quanto l’AI sarà in grado di trovare rapidamente l’ago nel pagliaio analizzando milioni di profili social, migliaia di curriculum e rilevare rapidamente un elenco di potenziali candidati. Inoltre, l’AI può interagire automaticamente con questi candidati in modo coinvolgente all’interno del processo di selezione;
  • ci possiamo aspettare che in futuro diventerà sempre più pressante l’esigenza di re-skilling di ciascun professionista, a causa del rapido decadimento delle competenze dovuto al veloce sviluppo tecnologico; la formazione diventerà sempre più un fattore competitivo per le organizzazioni che vogliono innovare; per questo, verranno sempre più implementati programmi formativi che utilizzeranno l’AI per offrire delle esperienze di apprendimento personalizzate che riescano a far crescere e trattenere il personale.

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Questo articolo richiama contenuti da Piano B.

Immagine di apertura originale di Jimmy Chang su Unsplash.

Photo by Ben White on Unsplash

L'autore

  • Vittorio Martinelli
    Vittorio Martinelli, AD per l'Italia del colosso giapponese Olympus, ha maturato una lunga esperienza nel campo sales e marketing in grandi multinazionali. È professore a contratto per la Bologna Business School e collabora attivamente con SDA Bocconi, ISTUD Business School, Talent Garden Innovation School e Fondazione ELIS.
  • Luigi Ranieri
    Luigi Ranieri è formatore, counselor, coach e autore di libri e del podcast "Unlock Yourself", dedicato alla crescita personale e professionale. È cofondatore di bonsay.me, società leader nella formazione sulle soft skill. Collabora come docente in ambito leadership per diverse istituzioni, tra cui Trentino School of Management.

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