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California al buio: colpa (anche) di Internet?

26 Gennaio 2001

California al buio: colpa (anche) di Internet?

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Alla ricerca di soluzioni anti-blackout, rispunta fuori il solare - ad uso del dot-com

Non è certo un mistero come l’avvento sfrenato del dot-com abbia radicalmente mutato lo scenario e il feeling della vita urbana di questi anni. E non ci piove sul fatto che gli influssi di un tale mutamento in zone quali la Bay Area di San Francisco siano più evidenti che altrove. Affitti alle stelle e sfratti all’ordine del giorno, fine della diversità culturale e dello spirito bohemien, una ristretta fascia di nuovi ricchi che provoca povertà diffusa. Ma se ancora non bastasse, il colpo di grazia arriva dalla vicinanza di Silicon Valley, il cui successo va oggi rivelando falle enormi e problemi pesanti. California invivibile, dunque? Forse sì, ancor più adesso che viene finalmente allo scoperto una crisi energetica da tempo annunciata. E tra le cui cause non sono estranei il cosiddetto boom di Internet e dell’high-tech. Almeno così pare.

Intanto, le ultime ore vedono uno dei primi interventi del neo-presidente Bush, il quale ha ordinato una proroga di due settimane della direttiva federale che impone alle aziende fornitrici di energia elettrica e gas naturale di continuare a rifornire lo stato californiano. Aziende che appaiono allo stremo, quasi impossibilitate a far fronte alla domanda degli utenti. In particolare Pacific Gas & Electric (PG&E), che copre l’area di San Francisco, e Southern California Edison per Los Angeles e dintorni, sono ormai sull’orlo della bancarotta. La decisione si aggiunge a quella del governatore Gray Davis che giorni addietro aveva dichiarato lo stato d’emergenza, garantendo l’acquisto da parte governativa di energia elettrica (da girare poi alle suddette società in loco) fino ad un massimo di un miliardo di dollari, probabilmente a carico dei contribuenti. Nel frattempo – questo il punto – sono in corso i cosiddetti “rolling blackout”, che finora hanno interessato circa 700.000 tra abitazioni e aziende nel nord della California.

Ma c’è chi scommette sul fatto che tutto ciò non sia altro che la punta dell’iceberg. E mentre i legislatori locali si sbracciano alla ricerca di possibili soluzioni, qualcuno è convinto che parecchia responsabilità ricada sulle spalle del boom high-tech con annessa Internet economy. “Il sistema elettrico californiano non è stato progettato per l’industria high-tech. Con la crescita esponenziale di quest’ultima, è salito di pari passo il livello di tecnologia che dobbiamo fornire, o che dovremmo fornire,” spiega un portavoce di PG&E. “In pratica abbiamo un sistema basato su cavi e pali messi in opera nel XIX secolo su cui si tenta di innestare la tecnologia del XX secolo per cercare di rispondere alle esigenze dell’industria del XXI secolo.”

Un recente studio considera l’utilizzo di Internet responsabile per un 8 per cento del consumo di corrente sull’intero territorio nazionale. Dato tutt’altro che trascurabile, apparso oltre un anno fa in un’indagine a cura della Greening Earth Society, per la quale l’intera digital economy sperperava un buon 13 per cento di energia elettrica. Con previsioni ancor più funeree per i successivi vent’anni: in maniera diretta o indiretta Internet avrebbe succhiato dal 30 al 50 per cento della corrente disponibile in tutto il paese. Ovvio che gli addetti ai lavori contestino tali cifre, in parte sulla base di un modesto aumento della richiesta (più due per cento) registratosi in California nella seconda metà dei ’90, gli anni della forte penetrazione di Internet.

Va comunque ricordato che l’attuale crisi trae origine da una serie di fattori concomitanti, in primis la deregulation del ’98. Iniziativa che ha spinto le maggiori società elettriche verso la rapida capitalizzazione per diminuire i costi e incrementare i profitti, disfacendosi di molti generatori e mancando di far fronte alla maggiore domanda. Quest’ultima, ribattono altre fonti, doveva comunque essere presa in debita attenzione, pur se la percentuale a carico della new economy risulterebbe tutt’altro che trascendentale, sotto il tre per cento all’anno. Non va infatti dimenticato che settori quali software, hardware e servizi online in realtà assorbono quantità decisamente limitate di energia elettrica. E che opzioni quali il telecommuting possono davvero far risparmiare risorse ed elettricità in settori vitali quale quello dei trasporti.

Comunque sia, insieme al blocco dei semafori di San Francisco si va registrando l’oscuramento dei monitor a Palo Alto e l’azzeramento dell’ubiquo riscaldamento. Con ritmi saltuari e non preoccupanti, per carità, almeno per il momento. Si tratta al massimo di due ore continuate, per una fascia di territorio che copre circa 500 miglia, dalla California centrale verso nord fino all’Oregon. Ospedali, aeroporti e servizi essenziali sono stati esentati, mentre vanno a ruba generatori, legna da ardere e candele. E si fa sotto l’alternativa del solare. Anzi, c’è chi suggerisce questa come la risorsa energetica ideale per il dot-com. A San Francisco l’organizzazione di concerti Rosebud Agency fa girare tutta la propria attività soltanto grazie alla corrente fornita da pannelli solari. Questi garantiscono perfino un surplus che negli ultimi tempi è stato girato proprio a PG&E, in cambio ovviamente di svariate centinaia di dollari al mese. Secondo il responsabile di Rosebud, le start-up locali potrebbero imparare la lezione e investire in pannelli solari almeno una parte dei milioni di dollari usati per tuffarsi nella new economy. Che abbia davvero ragione?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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