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Banda larga, riparte il piano governativo

16 Novembre 2009

Banda larga, riparte il piano governativo

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Prima stralciati come investimento non prioritario in tempi di crisi, poi garantiti nuovamente in quanto risorsa strategica, tornano sul piatto gli 800 milioni di euro del piano Romani

Alla fine forse arriveranno, i milioni di fondi pubblici promessi per la banda larga. Domenica il ministro allo sviluppo economico Scajola l’ha definito «un investimento proritario». Nei giorni precedenti il ministro per l’innovazione Brunetta aveva addirittura indicato una data: entro il 15 dicembre. A fine anno, si prevede, sarà sbloccata una prima tranche, forse 200-300 milioni, degli 800 che questo governo dovrebbe stanziare, nell’ambito degli 1,47 miliardi previsti dal piano Romani. Piano che quindi potrebbe partire nel 2010 e andare avanti con i ritmi già annunciati. Per dare i 20 Megabit al 96% della popolazione e i 2 Megabit (via wireless) al resto entro il 2012.

Eppure, tutto questo can can sui fondi promessi, poi spariti, ora ripromessi rischia di farci perdere di vista il quadro d’insieme. Dimentichiamo che il problema dell’Italia non sono quegli 800 milioni che mancano, ma è il ritardo sistematico rispetto all’Europa. «Ci sono tre partite aperte, la lotta al digital divide, all’analfabetismo digitale e la spinta verso il futuro della banda larga», dice Maurizio Decina, ordinario di reti e comunicazioni al Politecnico di Milano. «E il piano Romani si occupa solo del primo, che è la minor parte, cioè di portare banda larga nelle aree di fallimento di mercato».

Divide strutturale

È il 12% della popolazione a non essere coperta dai 2 Megabit. Il 40%, nel caso dei 20 Megabit. Le altre due partite invece riguardano la maggior parte della popolazione. Quel 55% privo di computer, gli “analfabeti digitali”, di cui abbiamo già scritto. La banda larghissima a 50-100 Mbps (almeno) nel lungo periodo invece dovrebbe riguardare le principali città italiane, «altrimenti ci ritroveremo un Paese di serie B», ha detto Paolo Romani, viceministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni. Se non si affrontano anche le altre due partite, «quegli 800 milioni, anche se com’è probabile arriveranno in tutto o in parte, saranno solo un palliativo», commenta Cristoforo Morandini, di Between-Osservatorio Banda Larga.

Nell’immediato, quindi per i prossimi tre anni circa, le prime due partite daranno risultati e azioni subito visibili. Sono due temi collegati, perché rappresentano lo stimolo alla domanda e all’offerta (rispettivamente) della banda larga. Cioè a un modo più moderno di competere nei mercati (per le aziende) e di vivere nella società (per le famiglie). Dello stimolo alla domanda praticamente non si parla nelle sedi politiche. Gli ultimi incentivi statali all’acquisto di pc risalgono a due legislature fa.
«È un tema trascurato da tutti i governi che si sono succeduti in Italia», dice Decina. Non solo dall’attuale maggioranza, come ricorda anche Massimo Mantellini. La speranza è che il piano Romani possa innescare un circolo virtuoso e creare benefici a cascata anche sulla domanda, direttamente o indirettamente. Anche per questo motivo è fondamentale che non subisca ritardi. Obiettivo comunque ambizioso, con o senza gli 800 milioni, perché richiede un grande sforzo organizzativo. Nel 2010 – promette Romani – verranno comunque effettuati interventi contro il digital divide. Saranno coordinati da Infratel, che sarà chiamata a fare in un anno un lavoro equivalente a quanto ha fatto in tutta la sua storia precedente, collegando centrali in fibra ottica. I benefici, secondo il ministro Scajola, sarebbero numerosi: «Dare risposta anticiclica a molte crisi in atto»; «creare 50.000 posti di lavoro e aprire 33.000 cantieri con un impatto positivo sul Pil pari a 0,2 punti percentuali».

Effetto moltiplicatore

«È vero che investimenti su infrastrutture di rete hanno un effetto moltiplicatore, quindi i vantaggi economici per il Paese che li fa sono superiori ai costi», dice Morandini, in linea del resto con uno studio dell’Unione Europea. Per vari motivi, spiega Morandini. Primo, «questi investimenti trainano investimenti aggiuntivi degli operatori e tra l’altro le infrastrutture in questione generano un flusso economico positivo (anche se contenuto) per lo Stato e gli enti locali. Le infrastrutture infatti vengono di norma cedute agli operatori privati a fronte di un corrispettivo». Secondo, «questi investimenti aprono il mercato della banda larga in aree dove oggi non viene erogato il servizio, pur essendoci una domanda latente. A sua volta, questa apertura genera un impatto positivo sui servizi in rete abilitati e il tutto sulla fiscalità proveniente dal settore in quanto servizi ovviamente sottoposti a Iva». Terzo, «le infrastrutture di rete generano rilevanti economie positive (che crescono in modo più che proporzionale all’aumentare del numero di soggetti coinvolti), senza avere ricadute negative (si pensi all’impatto ambientale di grandi opere infrastrutturali)».

Di contro, «senza investimenti pubblici anticiclici mettiamo in fortissima difficoltà tutta la filiera degli apparati e dei sistemi di telecomunicazione, già fortemente provata da anni di calo di ricavi».
C’è un’altra conseguenza positiva, che potrebbe avere un effetto diretto sulla domanda: il piano anti digital divide sosterrebbe quello di eGovernment 2012. I due vanno di pari passo, stima Brunetta. Perché non si può pensare di rivoluzionare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione quando il 12% della popolazione è escluso dalla novità, e non per propria colpa. I servizi e-government, dal canto loro, potrebbero riuscire a dare ai cittadini un motivo forte per abbonarsi alla banda larga. E per motivi non solo pratici, ma anche psicologici. Gli analfabeti digitali avrebbero dallo Stato il segnale che il mondo sta cambiando. Che internet è una cosa importante, attraverso cui le istituzioni si trasformano. Una metamorfosi alla quale bisogna prendere parte, per continuare a essere cittadini del proprio tempo.

Non così adesso, non in Italia, finché la pubblica amministrazione, cioè lo Stato stesso, resta in gran parte analogico. Il tutto, però, senza dimenticare il futuro: il salto verso la banda larga che servirà per accompagnare i servizi più evoluti, oltre i 20 megabit, nei prossimi anni. «Non  dimentichiamoci che ora stiamo parlando di come colmare il gap sull’accesso alle generazioni ormai passate di banda larga», dice Morandini. «Se non riusciamo a dare una risposta al problema di ieri, quanto ci metteremo a trovare un strada per avviare la realizzazione delle infrastrutture del futuro prossimo?». Un futuro di cui già ora bisogna posare le prime pietre, perché gli altri Paesi, con cui l’Italia compete, hanno piani agguerriti per la banda larga di nuova generazione, come ben descritto in uno studio di World Bank .

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