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Allo stremo l’American Dream

22 Ottobre 2001

Allo stremo l’American Dream

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Il Comune di Berkeley approva una risoluzione anti-bellica, e scoppia la polemica. Vende bene il patriottismo sfegatato, come pure la carta igienica con l'effigie di bin Laden.

“Fermare appena possibile i raid aerei contro l’Afghanistan.” Questo l’invito rivolto a Bush non da manifestanti musulmani in Asia centrale, bensì dal consiglio comunale di Berkeley, California. La scorsa settimana quest’ultimo ha infatti approvato una risoluzione “contro la guerra” che si chiude proprio con tale invito. Similare l’atteggiamento di qualche altra area tradizionalmente liberal, con la polemica reazione di svariate testate d’informazione e semplici cittadini. Ovvero, l’aria che si respira in giro rimane pesante, anthrax incluso, con il mainstream che continua sventolare (letteralmente) la bandiera del patriottismo. Inclusa l’entrata in vigore del pacchetto “antiterrorisimo”, valido fino al 2005, e qualche segno di ripresa nell’economia. Grazie anche alle vendite di articoli vari con l’effigie di Osama bin Laden, soprattutto rotoli di carta igienica.

“Berkeley è ancora una città liberal, assai più del resto del paese. Ma credo che troppi tra quanti hanno dato vita agli anni ’60 oggi siano solo dei nostalgici lontani dalla realtà. Guardano al passato con lenti colorate e pensano all’unità di quei giorni come qualcosa a cui sia possibile ritornare. Non capiscono che questa non è la guerra del Vietnam.” Questa l’opinione del sindaco Shirley Dean, democratico moderato, che ha votato contro la risoluzione “pacifista”. La quale è comunque passata con un margine risicato (5 si contro 4 no) e soltanto dopo un’attenta revisione del linguaggio, eliminando ad esempio la richiesta di una “immediata cessazione dei bombardamenti” e dichiarando aperto, pieno cordoglio per le vittime di quel tragico 11 settembre. Com’era ovvio, l’approvazione ha prontamente suscitato un nugolo di critiche. Aspre, come quelle della rivista conservatrice National Review che ha accusato i politici locali di “voler tollerare l’assassinio di 6.000 americani da parte di fanatici terroristi.” Oppure come le decine di cittadini e commercianti che hanno immediatamente tempestato di telefonate gli stessi consiglieri per avere preso simili posizioni controcorrente.

Va però detto che la spaccatura nella votazione riflette i sentimenti dell’intera popolazione di Berkeley, nient’affatto unita nell’opposizione anti-bellica. E comunque disposta — questo il punto — a portare il dibattito alla luce del sole, a proporre posizioni meno uniformi. Non a caso tra chiacchiere e volantini in loco emerge una certa qual sorpresa per il chiasso che la decisione ha provocato sui media. Perfino Salon, che ospita regolarmente articoli poco allineati, stavolta ha dedicato all’evento due lunghi pezzi che in sostanza deridono e stigmatizzano l’iniziativa di Berkeley. Quel che viene messo sotto accusa è certo diffuso “ideologismo” dei locali, ai quali viene retoricamente chiesto se avessero appoggiato un similare documento dopo la dichiarazione di guerra della Germania contro gli USA nel 1941. E se un siffatto “pacifismo” venisse confermato qualora gli aerei suicidi colpissero, anziché le torri gemelle di New York, le strade vicine alla storica Università californiana. In pratica, accuse neppure troppo velate di “anti-americanismo”, come già accaduto nei confronti di persone ed entità non-allineate, da Chomsky a Democracy Now! ad Alternet. Estese nei giorni scorsi anche alle altre (poche) comunità che hanno confermato posizioni liberal.

È il caso di manifestazioni svoltesi a Madison, in Wisconsin, di Cambridge, Massachusetts, di Santa Cruz, un’ora a sud di San Francisco. Sedi di college ed università al centro delle contestazioni degli anni ’60, al pari di Berkeley queste aree hanno via via subito il boom del commercio e della buona istruzione, lasciando in disparte i problemi sociali e la politica internazionale. Ma l’anima di quei giorni rimane viva tra i molti attivisti nonviolenti tuttora coinvolti a livello locale. Anche se non pochi tra quanti manifestavano contro il Vietnam oggi tendono invece a giustificare l’attacco contro i Taliban e l’Afghanistan. Inevitabile insomma che in simili frangenti si evidenzino qua e là delle posizioni contrastanti, in chiaroscuro, meno uniformi. Altrettanto inevitabile che ciò venga additato, dai grandi media in primo luogo, come esempio di scarso patriottismo piuttosto che espressione vitale del tessuto democratico e pluralista — espressione da convalidare e difendere ancor più circostanze emergenziali.

A un mese e mezzo da quel tragico 11 settembre, impera insomma il patriottismo sfegatato, e così sarà per un bel pezzo. Grazie anche e soprattutto allo scenario imposto dai media e dai politici USA al mondo intero, quello suggerito subito da Bush: o con noi o contro di noi. E nel marasma generale, con il crescente paura del bioterrorismo in stile anthrax, quasi nessuno fa più caso ad esempio all’imminente entrata in vigore del pacchetto “anti-terrorismo”, inclusivo di controverse misure ai danni delle libertà civili, specialmente quelle online. È stato infatti raggiunto il compromesso tra le versioni approvate la scorsa settimana nei due rami del parlamento. Maggior punto di disaccordo, la data di scadenza delle norme emergenziali, ora fissata collegialmente al dicembre 2005. Firmato e sottoscritto, e non se ne parli più. Anche perché, conferma l’Attorney General John Ashcroft, “…la legislazione accrescerà immediatamente la nostra capacità di individuare, reprimere e prevenire ulteriori atti di terrorismo.”

Continuano nel frattempo ad andare a ruba le bandiere a stelle e strisce, di ogni formato e dimensione. Sventolano ovunque, parecchie ancora a mezz’asta, e chi le produce sta facendo affari d’oro, come pure qualcuno che ha avuto la brillante idea di commercializzare l’immagine dell’odiatissimo Osama bin Laden. La si trova soprattutto sulle immancabili magliette e poster, circondata da scritte quali “Wanted Dead or Alive”. Ma anche sulla carta igienica. Idea brillante, avuta per prima dalla californiana Impact Products, che già il 13 settembre l’aveva in produzione e che sostiene di aver venduto finora oltre 10.000 rotoli, ingolfata fino al collo per far fronte agli ordini in arrivo da tutto il paese. Rigorosamente in carta riciclata e stampati con le migliori tecnologie moderne, i rotoli non costano certo poco: 10 dollari cadauno, 5 se acquistati in pacchi. Il negozio online di America! la vende invece a 7.95 al pezzo, sotto il convincente slogan: “Combatti la guerra anche in bagno.” Ovviamente si può scegliere tra una miriade di altri articoli “patriottici” disponibili, pur se il sito avvisa a chiare lettere di non poter garantire l’immediata consegna vista l’enorme richiesta.

Tutto ciò, in particolare la carta igienica, costiuirebbe una salutare risposta ai sentimenti violenti che vanno colpendo un po’ tutti gli statunitensi, secondo il giudizio degli psichiatri. Come sostiene uno specialista nella psicologia dei disastri e dirette conseguenze: “Ognuno sta cercando di venire a patti con emozioni negative, dalla rabbia all’ansia, dal dolore alla tristezza….Non credo sia mai esistito un singolo individuo contro cui dirigere una carica così elevata di emozioni negative. Forse l’unico esempio è quello di Hitler.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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