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AgoraVox, cittadini che fanno la notizia

08 Settembre 2008

AgoraVox, cittadini che fanno la notizia

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Il giornalismo dal basso? È in gran forma, e lo dimostra il lancio anche in Italia di un’iniziativa ormai storica e consolidata. Storia e ambizioni di AgoraVox nelle parole di Francesco Piccinini, responsabile dell'edizione italiana del giornale collettivo nato tre anni fa in Francia.

Il progetto di AgoraVox nasce in Francia, per iniziativa dell’italiano Carlo Revelli e del suo socio Joël de Rosnay nel 2005. Si inserisce nella scia di iniziative di giornalismo “dal basso”, o di citizen journalism, che vede in siti come OhMyNews, Indymedia, Newsvine i precursori (su SourceWatch è disponibile una lista più ampia di siti di giornalismo partecipativo). AgoraVox viene pubblicato dal 2006 anche in lingua inglese. Dal 1° settembre è online l’edizione italiana. Abbiamo rivolto qualche domanda a Francesco Piccinini, responsabile del sito nostrano (disclaimer: l’autore di questo articolo ha partecipato alla fase beta di AgoraVox ed è attualmente fra i collaboratori). Piccinini, napoletano, classe 1981, insegna Comunicazione Pubblicitaria e Brand Strategy all’Ecole Superieure de Gestion di Parigi e coordina la redazione direttamente da Parigi, dove vive.

Anzitutto, che cos’è AgoraVox e come avviene la sua nascita nel 2005 in Francia?

AgoraVox è il primo giornale partecipativo in Europa, nasce sulla scia di OhMyNews, nel 2005 da un’idea di Carlo Revelli che, sul referendum sulla Costituzione Europea, vedeva un’asimmetria tra il sentimento “popolare” che circolava sul web e quello dei media mainstream. Alla fine sappiamo tutti come è andata…

Quali sono i risultati dell’edizione francese che vi hanno convinto ad aprire la versione in inglese e ora in italiano?

AgoraVox Francia conta un milione di utenti e 38.000 reporter. Pensavamo che tale successo fosse ripetibile in Italia.Accanto alla versione francese e italiana ne esiste anche una belga ed una inglese.

Come funziona il meccanismo di selezione delle notizie? C’è una redazione, un comitato editoriale, riunioni che propongono e verificano temi?

Vista la specificità di AgoraVox la redazione non riproduce quella di un giornale tradizionale ed è composta da redattori indipendenti che hanno richiesto di farne parte, insieme a esperti di ricerche della Fondazione AgoraVox. Tutti i redattori – che hanno scritto più di 5 articoli con una buona valutazione – possono votare gli articoli offline e segnalare eventuali violazioni alla politica editoriale. Inoltre i redattori ricevono ogni mese gli argomenti che vorremo trattare e a loro volta propongono le loro idee, che vengono discusse collettivamente.

Parlami della Fondazione AgoraVox. Di che cosa si tratta e chi ne fa parte?

La Fondazione ha sede legale in Belgio è composta da Carlo Revelli (fondatore di AgoraVox) e Joel de Rosnay (intellettuale francese), i quattro direttori delle edizioni nazionali (Francia, Italia, Regno Unito, Belgio) e da tre rappresentanti dell’associazione redattori delle testate. I tre rappresentanti, oggi, sono francesi visto che è il sito più importante. È nel giugno del 2008. Da allora tutti i giornali di AgoraVox fanno capo alla fondazione.

Perché ritieni che una proposta come AgoraVox dovrebbe essere interessante per il pubblico italiano?

Perché c’è bisogno di una ventata di novità e freschezza. Personalmente vivo quella di AgoraVox come una doppia sfida. Una interna alla professione: il giornalista oggi, spesso, è seduto sulla sua sedia e copia-incolla notizie d’agenzia. La seconda civile: voglio dare ai cittadini un luogo dove comunicare, parlare, incontrarsi. Un medium libero che è in mano agli utenti. Un nodo della rete dove informarsi e informare.

Se dovessi elencare le differenze che contraddistinguono AgoraVox da altri siti di giornalismo partecipativo o dai blog collettivi, quali sarebbero secondo te le principali?

Una redazione diffusa e una redazione centrale che lavorano insieme. Un processo di filtraggio delle informazioni e la voglia di far emergere quelle che sono le istanze locali. Che fine hanno fatto i cittadini di Chiaiano? E quelli della NoTav? Sono sempre lì ma nessuno ne parla. Perché? Perché sono soli?

Quando insegno ai giovani dell’università e chiedo loro di elencarmi pregi e difetti, dal loro punto di vista, della rete, fra i difetti vengono elencati immancabilmente l’inattendibilità delle fonti, delle notizie. La cosa mi sorprende sempre molto, soprattutto perché poi non mi indicano casi concreti di abbagli, ma sembrano piuttosto ripetere un dubbio che sentono riportato da tv e giornali. Ecco, se tu dovessi rassicurare i miei studenti rispetto a questo rischio, che cosa potresti dire?

Di andarsi a leggere l’articolo del Corriere della Sera che parlava di 750 milioni di chilometri quadrati di foresta amazzonica bruciata, quando le terre emerse sono 150 milioni. O Le Monde che parla dei vicoli di Scampia, dove a Scampia la strada più stretta conta 30 metri di larghezza. Il rischio non è la fonte, è il mancato filtro. Quello che avviene ogni giorno nelle redazioni tradizionali quando fanno “copia & incolla”. Potrei farti migliaia di esempi in merito. Oggi si deve fare informazione di qualità, informazione che dia valore aggiunto. Il pubblico é interessato a leggere e sapere, ma non é interessato a rileggere ciò che gli viene ripetuto con le stesse parole, senza aggiungere nulla.

Sappiamo che, benché in crescita, la pubblicità online non pare ancora in grado di sostenere pienamente iniziative editoriali. AgoraVox ha degli obiettivi di business? Se sì, qual è il vostro modello e quali risultati operativi vi attendete, ed entro quando?

Ora siamo una Fondazione nata per preservare un know-how specifico, renderlo disponibile al pubblico e continuare le ricerche in un determinato settore senza snaturare la mission che ci ha fatto accumulare il bagaglio di conoscenze. Una Fondazione “fuori mercato”, che serve a catalizzare organizzazioni, istituzioni, investitori che vogliono contribuire al progetto Agoravox senza la pretesa di ottenere alcun lucro. Il punto é capire chi sono i mecenati oggi. Fortunatamente, soprattutto nel Web 2.0, stanno nascendo nuove forme di mecenatismo legati a progetti come Linux, Ubuntu, Firefox, perché sono legati ad una necessità di tutela e preservazione di esperienze che hanno cambiato quelli che sembravano sistemi consolidati. Linux ha messo in crisi Microsoft (oggi i computer Dell hanno una versione con OS Linux e una con OS Windows), Firefox ha scalfito il monopolio IE… Obiettivi di business non ne abbiamo, ma di audience sì. È una speranza più che un obiettivo. La speranza è quel numero a 6 zeri che fa l’edizione francese, ma sono napoletano e scaramantico e non voglio dirlo troppo.

Uno dei problemi tipici del giornalismo è quello dell’agenda setting, cioè la definizione di un elenco di argomenti e di temi che vengono portati all’attenzione del lettore, al di là del modo in cui poi si coprono. Alcuni hanno notato come la possibilità di vedere, online, quali articoli sono i più cliccati dagli utenti, abbia già portato a modificare il criterio dell’impaginazione, cioè di quali articoli rimangono in cima ai titoli nella home page, differenziando così il prodotto online da quello cartaceo. Con la produzione e la proposta di notizie direttamente dai lettori, come cambiano (se cambiano) i criteri di notiziabilità prima e di impaginazione poi?

Bella domanda. In redazione ci sentiamo colpevoli finanche a cambiare un titolo di un articolo.In generale la nostra politica editoriale è quella di non intervenire sul contenuto dell’articolo senza l’accordo dell’autore. Sulla home, poi, le notizie salgono e scendono in base al numero di visite, voti e commenti. Per prevenire la formazione di community che si votano tra loro abbiamo sviluppato un sistema incrociato di controllo. Non vorremmo fare la fine di Digg, su AgoraVox il lettore fa la sua agenda-setting.

Come vede un fautore del citizen journalism la situazione attuale del giornalismo professionale in Italia?

I giornalisti in Italia sono circa 30.000, di cui solo 12.000 hanno un regolare contratto. Ricorderei, però, che tra i 18.000 senza contratto ci sono molti giornalisti che non esercitano la professione. Ma una cifra che pende verso il precariato significa che é complicato fare informazione di qualità. Per citare l’ex Presidente della Repubblica Ciampi, i giornalisti devono tenere la schiena dritta. Ma come si può denunciare, se si è sotto lo schiaffo continuo di un licenziamento?

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