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8 miliardi di euro per l’industria digitale italiana

25 Ottobre 2004

8 miliardi di euro per l’industria digitale italiana

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Il valore del mercato dell'industria digitale italiana, a livello di contenuti, è destinato a superare gli 8 miliardi di euro nel 2005, supera dunque il 30% del Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC), mentre il valore aggregato dell'indotto è stimabile in circa 25 miliardi

Questo significa che ogni euro speso nel settore dell’industria digitale italiana, nonostante un peso fiscale che non ha pari in Europa e che penalizza la fruizione di contenuti sui media digitali a vantaggio di quelli tradizionali, triplica il suo valore.
In questo caso, per mercato dei contenuti digitali si intende il valore della spesa aggregata sostenuta da individui, famiglie, imprese e istituzioni per gli abbonamenti, le carte pre-pagate e il pay-per-view della televisione digitale satellitare e terrestre, i contenuti digitali distribuiti su Internet e sulla telefonia mobile, i servizi di marketing e la pubblicità sui mezzi digitali, il mercato dei Cd e Dvd e quello dei videogiochi.

Sono invece esclusi le applicazioni e i dati relativi ai processi delle aziende che non risultano destinati alla relazione o alla comunicazione con il pubblico.

Oggi, come si diceva, questo mercato costituisce il 30% circa del Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC) previsto dalla legge, mentre si stimano tassi medi di crescita del 20-25% per i prossimi tre anni.

Il trend potrebbe beneficiare di 4 miliardi di euro ulteriori qualora i processi digitali, attualmente utilizzati per la produzione e la trasformazione dei contenuti nell’editoria quotidiana, periodica o libraria e in buona parte della televisione tradizionale, fossero accompagnati dallo sviluppo di nuovi modelli di distribuzione basati su tecnologie digitali.

L’indotto è rappresentato dal derivato economico della domanda di contenuti digitali, e si riferisce a tutti i fattori connessi alla loro fruizione, con particolare riguardo alla spesa IT (hardware, software e servizi) e TLC (canoni e utilizzo) relativa ai digital content, alla elettronica di consumo (terminali mobili, console, memory stick, fotocamere e videocamere), alle infrastrutture tecnologiche e all’energia elettrica utilizzata per la fruizione di contenuti digitale, ai consumabili (Cd/Dvd scrivibili, cartucce, carta, batterie), ai servizi accessori (assistenza, formazione, stampa), ai servizi di Web design e di content management, e ai sistemi di pagamento utilizzati per l’acquisto dei contenuti digitali.

Anche in questo caso, non sono compresi nella stima le spese e gli investimenti relativi ai processi operativi posti in essere dalle aziende con finalità diverse dalla relazione o alla comunicazione con il pubblico.

Questi sono i principali risultati emersi dallo studio su “L’industria dei media digitali in Italia” presentato da Assodigitale, l’Associazione Italiana che tutela gli interessi del mercato digitale nel nostro paese.

“Il fatto che la stessa notizia non sia soggetta ad alcuna imposta sul valore aggiunto, se fruita su televisione analogica, mentre è soggetta a IVA ridotta se pubblicata su carta e paga il 20% di IVA se distribuita via Internet o via telefonia cellulare, rappresenta un vero paradosso- ha dichiarato il Michele Ficara Manganelli, Presidente di Assodigitale -. Per questo chiediamo al Governo e al Parlamento di riesaminare rapidamente l’aliquota IVA sui contenuti distribuiti su canali digitali: una manovra in tal senso non solo non inciderebbe sul deficit pubblico, ma al contrario produrrebbe positivi effetti di stimolo sulla crescita del prodotto lordo e contribuirebbe alla modernizzazione e allo sviluppo culturale del Paese”.

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