Dalla padella nell'ancillary

Il copyright 1.1 europeo

di

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23

set

2016

La montagna europea ha partorito un topolino di bozza di direttiva, già oggetto di critiche pesanti e nel mirino di più petizioni.

La stavamo aspettando da un bel po’, da quando erano circolate in rete le proposte innovative della parlamentare pirata Julia Reda, e ora è arrivata. Mi riferisco alla bozza definitiva della nuova direttiva europea in tema di copyright, formalmente denominata Proposal for a Directive on copyright in the Digital Single Market. Nuova nel senso che l’ultima direttiva in materia di diritto d’autore, se escludiamo la tanto discussa Direttiva Barnier sulla gestione collettiva dei diritti, risale al 2001 (la 2001/29/CE); praticamente un secolo fa.

La proposta è arrivata il 14 settembre e – bisogna ammetterlo – l’accoglienza ottenuta non è stata delle più calorose. Tra i primi ad esprimere le sue perplessità c’è stato Timothy Vollmer, Policy Manager di Creative Commons, il quale in un post emblematicamente intitolato La proposta di direttiva EU sul copyright lascia gli utenti nell’oscurità, mette a fuoco i principali punti critici e puntualizza:

In un mondo ideale, la direttiva avrebbe dovuto fornire un progressivo cambiamento delle politiche al fine di favorire un marketplace digitale unificato per tutta l’Europa. Avrebbe dovuto far decollare le attività economiche, sostenere le tecnologie e i servizi digitali innovativi, tutelare i consumatori e l’accesso alle informazioni. Avrebbe dovuto ampliare le opportunità per le imprese europee, le istituzioni culturali, il mondo dell’insegnamento e la comunità dei ricercatori. Invece, la proposta introduce misure protezionistiche per i titolari dei diritti mentre sostiene solo a parole gli utenti di Internet, gli insegnanti, le nuove imprese e i consumatori.

Il nodo più dolente, oltre al già noto problema della libertà di panorama, sembra essere l’introduzione del cosiddetto ancillary copyright, una sorta di (equo) compenso sui link (per favore, non parlate di tassa sui link) che rischia davvero di rendere il web un luogo molto meno libero e molto più complicato per gli utenti di contenuti creativi digitali.

Il testo è lungo, complesso e molto tecnico, quindi ovviamente non è possibile fornirne un commento esauriente in un post come questo. Ci basti però tener presente che già nei due giorni successivi alla pubblicazione sono state lanciate petizioni e campagne di sensibilizzazione affinché il testo venga cambiato prima di andare in votazione.

L’iniziativa più lungimirante e articolata è indubbiamente quella di Mozilla Foundation (vedi il post di Denelle Dixon-Thayer) attraverso il sito Changecopyright.org, nel quale si spiegano con esempi chiari ed efficaci tutte le assurdità e le storture dell’ormai superato modello di copyright 1.0 e si invitano i legislatori europei (e velatamente anche quelli di tutto il mondo) a pensare un modello più in linea con il contesto digitale e tecnologico di oggi. Nel sito potete anche firmare la relativa petizione.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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