Uguale dignità per ciascun bit

Anche le pornostar vogliono la net neutrality

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22

giu

2016

Nonostante sia una delle colonne portanti delle libertà digitali, il tema è lasciato spesso e colpevolmente in secondo piano.

Per spiegarlo a chi non ne avesse ancora conoscenza, possiamo citare l’epigrafe all bits are equal! o anche Internet dev’essere uguale per tutti, che condensano in estrema sintesi il concetto di fondo.

In altre parole, i dati che circolano sulle reti telematiche devono essere trattati senza alcuna distinzione rispetto alla loro natura, provenienza, destinazione: un pacchetto di bit è solo un pacchetto di bit e non devono essere create corsie preferenziali per alcuni specifici pacchetti a scapito di altri pacchetti. Altrimenti possono crearsi seri dubbi su come e a che titolo il fornitore di connettività Internet mette le mani su questi pacchetti, andando a toccare corde molto delicate come quelle della concorrenza, della privacy, della sicurezza.

Per intenderci, se tu azienda fornitrice di connettività Internet fai viaggiare un pacchetto di bit su una corsia preferenziale vuol dire che qualcuno trae vantaggio da quel trattamento di favore; tra l’altro con questo comportamento mi stai implicitamente dicendo che tu (o qualcuno per te) in realtà sa cosa c’è dentro quel pacchetto di bit e ne conosce la destinazione. Allora se è così, forse non sei più una semplice e asettica fornitrice di connettività (come ti professi), ma in realtà svolgi un altro lavoro. Ecco il problema.

Se n’era discusso circa un anno fa quando il Deputato Stefano Quintarelli aveva portato questo argomento chiave nel dibattito politico nazionale, presentando un’apposita proposta di legge.

In questi giorni il tema è tornato agli onori della cronaca poiché la U.S. Court of Appeals for the District of Columbia ha emesso una fondamentale sentenza sul caso U.S. Telecom Association vs. Federal Communications Commission (FCC). Si legge nel comunicato ufficiale sul sito della Casa Bianca:

Per quasi un secolo, la nostra legge ha riconosciuto che le aziende che forniscono connettività hanno obblighi particolari di non sfruttare il monopolio di cui godono […]. Per la maggior parte dell’esistenza di Internet, la neutralità della rete è stata la norma, e per buona parte della carica del suo Presidente, la FCC ha attuato norme per farla rispettare, senza oneri significativi per gli Internet Service Provider. Non sorprende dunque che la sentenza di oggi affermi quelle realtà di base, e riconosca che un’Internet aperta è essenziale per preservare un ambiente che incoraggi nuovi investimenti nella rete, nuovi servizi e contenuti online e ogni altro elemento che costituisce Internet come la conosciamo oggi.

La decisione conferma la linea già espressa un anno fa dalla stessa agenzia governativa FCC e ancor prima dal Presidente Obama in persona (si veda il suo discorso sulla neutralità della rete del novembre 2014).

Confido che adesso questo tema ottenga sempre l’attenzione che merita. Ad ogni modo, se anche dopo questa spiegazione non avete ben chiaro che cosa sia e a che cosa serva la neutralità della rete, vi invito a lasciarvelo spiegare da alcune note pornostar americane. Perché – diciamolo – il cuore della questione in fondo è proprio questo: le persone povere devono poter guardare i porno alla stessa velocità delle persone ricche. Si scherza… ma non troppo.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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