Digitalizzazione, biblioteche, giudici

La conferma del fair use

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27

apr

2016

Scandire i libri in possesso di una biblioteca può agevolarne l’attività nel pieno rispetto del copyright. La conferma dagli USA.

Dieci anni per la completa definizione di una vicenda giudiziaria sono pochi o sono molti? Per lo standard italiano sono nella norma; per quello americano in realtà sono un tempo abbastanza lungo. Se poi pensiamo che riguardano un tema strettamente legato a Internet e alle tecnologie digitali… Provate a ricordare come fosse Internet nel 2005: ecco un aiuto.

È in quell’anno che iniziò una diatriba giudiziaria molto discussa e conclusasi definitivamente in queste settimane: quella avviata da alcuni titolari di diritti d’autore contro Google per il suo progetto di digitalizzazione di libri anche noto come Google Books. In realtà avevamo già illustrato il merito della questione lo scorso ottobre quando avevamo dato notizia della decisione della Second Circuit Court di New York, secondo cui tale attività rientrava pienamente nei limiti del fair use.

Cos’è successo di nuovo? La Corte Suprema degli Stati Uniti non ha ritenuto di rivedere la decisione di secondo grado. Dunque non ci sono più dubbi di interpretazione. Un esito in realtà abbastanza prevedibile, che però ora ci offre un nuovo precedente giurisprudenziale di massima importanza e autorevolezza per capire come declinare i limiti del copyright nel mondo digitale. Si legge ad esempio a pagina 30 del provvedimento:

Per integrare una violazione del copyright, la distribuzione di un’opera deve essere “al pubblico”, e non c’è distribuzione “pubblica” quando una biblioteca riceve solo una scansione digitale del libro fisico che la biblioteca già possiede. […] Titolari o possessori non costituiscono il pubblico. […]
In questo caso il contesto è decisamente diverso: Google non sta diffondendo copie digitali al pubblico senza limiti (facendo venir meno ogni necessità di acquistare l’originale), ma sta solo permettendo alle biblioteche di realizzare la versione digitalizzata dei libri che già possiedono.

Dall’altro lato, la controparte di Google non sembra disponibile a mollare molto la presa. Così ha dichiarato Jan Constantine, il general counsel della Authors Guild:

Continueremo a tener d’occhio Google e le biblioteche sue partner al fine di assicurare che questi standard siano rispettati; come anche prenderemo le dovute iniziative per assicurare che il fair use non sia abusato.

Quello della Corte Suprema è un ragionamento sottile che comunque conferma quanto già chiarito in altre sedi. Mi viene in mente ad esempio l’altrettanto storica sentenza della Corte di giustizia UE sulla libertà di link, secondo cui per ricadere nella nozione di comunicazione al pubblico occorre che una comunicazione riguardante le stesse opere della comunicazione iniziale ed effettuata in Internet con le stesse modalità tecniche, sia rivolta ad un pubblico nuovo, non considerato dai titolari del diritto d’autore al momento di autorizzare la comunicazione iniziale.

Insomma, anche da questa parte dell’Atlantico dove non vige il principio del fair use, il buon senso illumina spesso i giudici e li porta a definire netti confini del copyright in merito alla diffusione di opere su Internet.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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