1° aprile, giornata del fact checking

Il giorno delle verifiche

di

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05

apr

2016

Qualcuno ha detto che il primo di aprile è diventato l’unico giorno in cui si controllano le notizie in rete. È davvero così?

Quest’anno su Apogeonline abbiamo fatto i bravi e il primo di aprile non abbiamo parlato di temi goliardici come startup che permettono di spedire sterco in regalo o delle licenze open più improbabili rintracciabili in rete.

La rete comunque si è sbizzarrita con varie fake news, alcune anche nel settore open source. La testata italiana TuxNews.it ha titolato Microsoft compra Canonical: Ubuntu è morto!, mentre il blog della Free Software Foundation ha annunciato una causa intentata da Apple per violazione di marchio. Secondo l’articolo, il noto GNU Emacs (forse il primo esempio di software libero della storia) creerebbe confusione con i prodotti Apple, contenendo l’abbreviazione di Macintosh ed essendo confondibile con Educational Mac.

Poche ore dopo, l’articolo è stato emendato con una nota che svelava la burla e approfittava intanto per lanciare una frecciata al vetriolo:

Nulla di tutto ciò è vero. Beh, eccetto che Apple effettivamente maltratta gli utenti, attacca le imprese concorrenti e ostacola sul proprio app store il software rilasciato con GPL.

Anch’io non ho resistito alla tentazione di fare il burlone e sul mio sito http://lasiae.blogspot.it/ mi sono inventato un’acquisizione di Soundreef da parte di SIAE attraverso giochi di borsa, rimuovendo ogni emergente ostacolo al famigerato monopolio SIAE. Per la precisione avevo parlato di una inesistente Cooperativa Soundreef Italia (che tra l’altro in quanto semplice cooperativa non potrebbe essere quotata in borsa) e come portavoce delle due società avevo citato due nomi di fantasia che non si trovavano in alcuna ricerca sui motori di ricerca.

Insomma, questi articoli-pesce diventano una buona occasione per far riflettere i lettori su fatti che, pur essendo di pura fantasia, comunque incarnano paure non del tutto peregrine o possibili evoluzioni distopiche della realtà. Certo, svolgono questa nobile funzione se poi effettivamente gli utenti li leggono interrogandosi sulla loro veridicità e sui nodi in essi sollevati. Anche nel mio articolo su Soundreef, gli indizi per gridare alla bufala c’erano tutti; bastava collegare un attimo il cervello o forse, ancora prima, leggere il testo dell’articolo.

Mi chiedo però quanti si siano fermati al titolo, o addirittura si siano limitati all’anteprima dell’articolo che i social media fanno comparire automaticamente quando si condivide un link. Sappiamo già che, per uno strano meccanismo di psicologia sociale della rete, è più facile far circolare (tra l’altro con alto tasso di share) una bufala sensazionalistica piuttosto che la sua smentita.

L’unico antidoto sarebbe appunto una maggior consapevolezza da parte degli utenti. Ma non so se possiamo davvero farci affidamento, nemmeno il primo di aprile, perché in fondo è stato dimostrato da un interessantissimo studio del 2013 che gli utenti del web in fondo non leggono buona parte dei contenuti di cui è pieno l’oceano digitale.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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