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Per qualcuno è arabo

Traduzioni aperte

di

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28

nov

2014

Nel mondo open puoi scoprire di essere stato tradotto in una lingua extra nel rispetto del copyright e a vantaggio generale.

Per una volta lasciatemi parlare di me. Non certo per autocelebrazione ma più che altro perché quanto mi è successo non capita tutti i giorni e soprattutto rappresenta un utile caso di studio sugli effetti positivi delle licenze open content.

Ho pubblicato alcuni libri divulgativi sulla cultura open e più nello specifico sui relativi aspetti giuridici. Tra questi vi è appunto un manuale operativo sull’uso delle licenze Creative Commons, che è uscito nella sua prima versione in italiano nel 2008 ed è stato poi tradotto in inglese e in spagnolo, direttamente da me con il supporto di alcuni volenterosi “consulenti” madrelingua.

Pochi giorni fa, dal nulla e senza che vi fosse stato prima alcun sentore, mi è stata notificata via Twitter la traduzione in arabo da parte di LibreBooks.org, progetto che fino a quel momento ignoravo e invece si è rivelato una piacevole sorpresa.

Pensare che una mia opera di colpo sia diventata potenzialmente accessibile ad almeno altri 250 milioni di persone nel mondo mi riempie di orgoglio. E vedere il proprio nome come unico termine in caratteri latini in un intero impaginato in caratteri arabi con testo da destra verso sinistra fa un certo effetto.

Simone Aliprandi tradotto in arabo

Senza licenze Creative Commons questo sarebbe molto più difficile.

Scorrendo grazie a un traduttore automatico la pagina di presentazione di questa nuova edizione (che si distingue tra l’altro per la grafica moderna e accattivante), leggo:

Per molto tempo è emersa una certa curiosità sul progetto Creative Commons nel mondo arabo; nonostante vari tentativi, però, non si trovava un’unica fonte di riferimento per le informazioni. Dopo varie verifiche è stato selezionato il libro “Creative Commons: manuale operativo” dell’autore Simone Aliprandi, rilasciato prima in versione italiana e poi in versione inglese. Ecco che finalmente anche la sua versione in arabo può vedere la luce.

Ma ciò che più mi emoziona è proprio il valore simbolico di questa traduzione spontanea: tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che fin dall’inizio il libro è stato rilasciato con una licenza CC che ne consente le opere derivate e anche lo sfruttamento commerciale (per la precisione una Attribution-ShareAlike, come quella di questo articolo).

Immaginatevi come sarebbe stato macchinoso il tutto se si fosse trattato di un libro privo di licenza: qualche casa editrice di un paese arabo avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di contattare la mia casa editrice e avviare una trattativa sui diritti di traduzione. Un’ipotesi sicuramente irreale, visto il tema di nicchia e non certo rivolto al pubblico mainstream.

Di questo passo, però, la nicchia si sta facendo davvero grande; un altro passo importante potrebbe essere un adattamento in cinese mandarino. Chissà che davvero non accada anche questa sorpresa nei prossimi mesi, e ancora una volta senza che io ne sappia nulla.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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2 commenti

  1. Bruno

    Qualcuno crede che il copyleft sia un’innovazione, quando in realtà dal punto di vista storico sono convinto che, tutt’al più, sia il copyright ad esser stato un (gravissimo) passo indietro per la conoscenza.
    Complimenti per il nuovo traguardo “linguistico”, meritatissimo. :)

  2. Con licenza di vendere | Apogeonline

    [...] nello scorso articolo ho parlato (con un certo orgoglio) di un esempio di successo del modello Creative Commons, questa [...]

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