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Bibliofili: trovate il no copyright

Caccia al progenitore delle Creative Commons

di

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04

lug

2014

Le radici dei concetti fondanti delle licenze aperte scendono nella storia fino quasi a un secolo fa. Forse ancora più indietro.

Ad uno dei primi convegni su Creative Commons cui ho assistito, uno dei relatori disse una frase destinata a rimanermi in testa fino ad oggi: Creative Commons ha semplicemente dato un nome a ciò che già esisteva.

Non ricordo bene chi fosse stato a dirla e quale fosse l’occasione; ma ricordo che fin da subito capii come, se da un lato depotenziava l’aura di grande innovazione del progetto, dall’altro lato si trattava di una grande verità comprensibile solo per i più attenti conoscitori della cosiddetta società dell’informazione.

Il concetto alla base di quell’affermazione è che la condivisione, lo sharing, la voglia di liberare le proprie opere da alcuni vincoli del copyright per farla circolare in rete più facilmente, è un fenomeno connaturato a Internet e alle rivoluzionarie potenzialità di comunicazione che essa offre.

Ma noi sappiamo che l’idea delle licenze Creative Commons (arrivata, ricordiamolo, a inizio degli anni 2000) deriva a sua volta dal modello del software libero, più anziano di quasi 20 anni; e che in realtà ancor prima si sono registrati movimenti culturali che potremmo chiamare no copyright all’interno del movimento cyberpunk.

Nei giorni scorsi però un curioso tweet di tale Laura Bang ha dimostrato che forse le radici di questa idea sono da ricercare ben più indietro.

Infatti il libro nella foto è datato 1916 (quasi un secolo fa!) con un chiaro disclaimer no copyright, che sembra concentrare in due righe gli effetti di una CC Attribution:

NO COPYRIGHT – Quotidiani e riviste hanno facoltà di riportare liberamente parti di questo libro, con indicazione della fonte.

Come precisato dall’autrice del tweet (la quale, lavorando come bibliotecaria a Philadelphia ha avuto il privilegio e la fortuna di incappare in questo cimelio) il libro in questione è A conclusive peace di Charles Fremont Taylor, saggio storico-politico edito originariamente da The John C. Winston company.

Lancio quindi un contest rivolto a tutti i bibliofili, bibliotecari e anche antiquari che trattano libri antichi. Se trovate un cimelio ancora più antico contenente esempi di proto-copyleft, fotografatelo e twittatemelo il prima possibile. Ne terremo traccia anche tra i commenti a questo post.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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7 commenti

  1. Mike Linksvayer
  2. Lucio Bragagnolo

    Thank you Mike!

  3. Simone Aliprandi

    Grazie al commento di Mike abbiamo scoperto un post (che mi era sfuggito) in cui sono annotate testimonianze ancora più antiche. Le riporto qui sotto:

    - – - – - – -

    In 868 the Diamond Sutra included:

    Reverently [caused to be] made for universal free distribution by Wang Jie on behalf of his two parents on the 13th of the 4th moon of the 9th year of Xiantong.

    1869 Recent Discussions on the Abolition of Patents for Inventions, setting a standard that modern books on advocating reform (inclusive of abolition) fail to meet:

    No rights are reserved

    1910 the English translation of Gandhi’s Indian Home Rule was printed with the words No Rights Reserved on the title page.

  4. GNU CODICE LIBERO

    Anni fa in qualche chat si mormorava di fonti ancor piú antiche di questa, sicuramente ci saranno origini molto datate. La cosa piú importante da precisare, é sicuramente il senso critico che emergeva anche 1 o 2 secoli fa nel voler condividere la cultura senza limitazioni che impone il copyright, questa noi di GCL crediamo che sia la peculiaritá maggiore che ha portato la tendenza nei secoli a concepire un´etica vera e propria fondata sul copyleft. Ovviamente in base all´epoca di riferimento ritroveremo sicuramente un progetto condiviso e messo a disposizione nella societá, sarebbe molto interessante risalire anche agli anni del medioevo dove c´erano moltissimi matematici che volevano condividere le proprie formule per evolvere quel calcolo o quella formula specifica. Concludiamo dicendo che ” Ti hanno ben detto al convegno della Creative Commons, hanno messo a disposizione un qualcosa che giá esisteva da tanto, ma dar un nome ad un concetto significa tantissimo, cioé vuol dire che si é solidificato ed concepito dalla societá”. Speriamo che questa caccia alla prova piú vecchia sará presa in considerazione. Un saluto

  5. [...] Ad uno dei primi convegni su Creative Commons cui ho assistito, uno dei relatori disse una frase destinata a rimanermi in testa fino ad oggi: Creative Commons ha semplicemente dato un nome a ciò che già esisteva.Non ricordo bene chi fosse stato a dirla e quale fosse l’occasione; ma ricordo che fin da… [continua] [...]

  6. Emoji come una volta | Apogeonline

    [...] di poter contribuire in modo rilevante alla raccolta di testi no copyright del tempo che fu, iniziata da Simone Aliprandi, con un esemplare pregevole e doppiamente interessante della preda, che mostro [...]

  7. Aggregator d’aggregatori | Apogeo Editore

    [...] Anche se avevo accennato a gennaio del ritorno del rotocalco in versione web patinato, il vero inizio della raccolta si deve a Simone Aliprandi, con la sua caccia al progenitore delle Creative Commons: [...]

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