Automazione per contenuti creativi

ContentID conferma la regola, non le eccezioni

di

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01

mar

2014

Un sistema di riconoscimento del copyright come quello di YouTube risolve molte questioni. E ne lascia aperte altre.

Cercando video divulgativi sul copyright e sul diritto di Internet per i miei studenti sono arrivato ad un efficace video in infografica in cui viene spiegato dal lato tecnico e giuridico il sistema chiamato ContentID implementato da YouTube.

Sostanzialmente, si tratta di un sistema avanzato di indicizzazione e riconoscimento automatico dei contenuti creativi audio e video, grazie al quale ogni volta che viene caricato un contenuto su YouTube, è possibile rilevare se si tratti di un’opera tutelata da copyright ed eventualmente decidere a priori che cosa farne.

Nel momento in cui un utente carica un video, il sistema in pochi secondi lo compara con tutti i file audio e video attualmente indicizzati nel database appositamente creato da Google (con la collaborazione dell’industria delle produzioni discografiche, cinematografiche e televisive) e composto da più di 15 milioni di file alla data di produzione del video (novembre 2013); se viene rilevata una corrispondenza, il sistema effettua l’operazione decisa a priori dal titolare dei diritti:

bloccarlo, lasciarlo lì… o anche fare in modo che frutti dei soldi.

Di certo un sistema innovativo che permette una nuova forma di gestione e sfruttamento del copyright più adatta alle attuali modalità di diffusione di opere creative sul web. Ma quali sono le problematiche che pone?

Beh, sono sempre le solite che si ripresentano quando un soggetto commerciale che, di fatto, sfugge al controllo dei legislatori di gran parte del pianeta, si pone come unico intermediario e controllore nel campo dell’implementazione di diritti, siano essi relativi al copyright o alla privacy. Google è un’azienda seria, potentissima e ben organizzata; ma ciò non implica che possiamo sempre fidarci di policy create dal consiglio di amministrazione di una società di capitali, specie se questa azienda sottostà ad un sistema legislativo e giurisdizionale (quello statunitense) non sempre compatibile con il nostro.

Non solo. C’è poi il problema dell’automazione. L’automazione è cool e permette di fare cose che solo pochi anni fa erano impensabili. Ma ha limiti che solo la capacità di discernimento dell’essere umano può colmare. Ad esempio: come fa un sistema pur avanzato a distinguere casi di fair use, in cui il contenuto è sì protetto da copyright ma è comunque utilizzabile sulla base di alcune eccezioni stabilite dalla legge (vedi diritto di critica e citazione, di parodia, di usi giustificati da situazioni di handicap)? La risposta oggi è… boh.

Il testo di questo articolo è sotto licenza http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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