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OK sui libri, KO sulla Formula 1

Quando Google vince, quando Google perde

di

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22

nov

2013

Le altalenanti fortune legali di un’azienda che prospera suscitando scottanti interrogativi su privacy e copyright.

Gli avvocati di Google pare non abbiano tempo per riposarsi. Nelle scorse settimane sono giunte interessanti decisioni che riguardano il colosso di Mountain View e quindi, per la proprietà transitiva, tutto il mondo di Internet.

Due sono i fronti coinvolti: quello del copyright e quello della privacy. I soliti, insomma, parlando dell’azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page; quelli su cui si basa buona parte della regolamentazione della rete.

Google ha incassato una storica decisione favorevole nella controversia in corso da qualche anno con il mondo dell’editoria internazionale in merito al progetto Google Books. Il Giudice Denny Chin della corte del Southern District of New York si è espresso a favore dell’applicazione della teoria del fair use all’attività di digitalizzazione dei libri avviata da Google, scrivendo nella sentenza:

Google non mette libri online affinché vengano letti, ma per fornire strumenti di ricerca a chiunque, e porre nelle condizioni di individuare testi e recuperarli.

Semplificando all’estremo, se realizzato con alcune limitazioni e accortezze, il servizio di Google non sarebbe da intendere tanto come ripubblicazione di contenuti quanto come indicizzazione dettagliata delle pubblicazioni, in modo che gli utenti della rete possano risalire più facilmente alle fonti bibliografiche. Interpretata in questo modo, l’attività sembrerebbe non solo meno dannosa per autori ed editori, ma addirittura un nuovo volano per il loro business. Se sarà effettivamente così, lo scopriremo. Nel frattempo il progetto può procedere ora senza più remore.

Sull’altro fronte (privacy) invece le cose non sono andate parimenti bene ed è toccato al Tribunal de Grande Istance di Parigi dare una bacchettata a Big G. Il caso è sempre quello del boss della Formula 1 Max Mosley, paparazzato alcuni anni fa durante un festino privato a sfondo sadomaso. In questo caso il giudice francese ha ordinato a Google di:

rimuovere, entro due mesi e per cinque anni, la comparsa nei risultati dei motori di ricerca Google Immagini di nove immagini individuate da Max Mosley.

Se sul copyright i giudici (americani) sembrano accondiscendenti, meno morbidi risultano i colleghi (europei) sulla privacy. Per Google (intendendo il motore di ricerca ma anche tutti i servizi ad esso connessi) il tallone di Achille resta sempre la gestione dei dati personali dei privati cittadini nonché il diritto all’oblio anche dei personaggi pubblici.

Tutto comunque è riconducibile a un interrogativo, che toglie il sonno a noi giuristi ed è relativo alla qualificazione giuridica del ruolo di Google: asettico fornitore di piattaforme o scaltro master of puppets che nell’ombra muove i fili delle attività che si svolgono su Internet?

Risponderò… ma prima ho qualche notte di sonno da recuperare.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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2 commenti

  1. Elizabeth F. Conley

    il problema “di sicurezza” non è tanto se dare o non dare la chiave, ma QUANDO dare questa chiave. Posto che quando nel 2011 Google iniziò a oscurare le keyword qualcuno dimostrò fisicamente che era possibile risalire a nome e cognome delle persone loggate, nel momento in cui il click viene fatto e il referrer è passato al client c’è effettivamente questa possibilità: la visita, l’identità e la keyword sono nello stesso istante nello stesso browser. Nel momento in cui invece viene cliccato un annuncio AdWords, viene passato solo un gclid, totalmente anonimo. In modo asincrono poi Google prende quel gclid e interroga AdWords, facendosi restituire la keyword comprata, e di contorno anche quella ricercata. In tutto questo passaggio – che peraltro avviene non nel momento della visita e avviene completamente lato server – l’identità e i cookie del visitatore non sono tirati in ballo. Quindi secondo me, almeno da questo punto di vista, la posizione di Google è legittima.

  2. Lucio Bragagnolo

    Intervento illuminante e chiarificatore sulle policy di Google. Grazie!

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