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Il disco rotto delle major

Settimo, non scaricare

di

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09

ott

2012

L’equivalenza tra scaricamento abusivo e mancata vendita è un meme caro alle case discografiche, falso.

Il 5 aprile scorso avevo scritto sul mio blog personale un articolo di commento all’ennesimo spot legato ad una campagna antipirateria.

Si trattava di un video abbastanza semplice e sobrio in cui alcuni grossi nomi della discografia italiana (Caselli, Battiato, Ruggeri, Paoli e altri) spiegavano le loro ragioni in materia di mancato rispetto del copyright… o più che altro le ragioni delle loro case discografiche. In quel video, per fortuna, non vi erano più i toni quasi pulp e l’atmosfera criminalizzante di altre campagne (si pensi a quella di Faletti che rimane impiccato a causa della fotocopia dei libri o quella non ruberesti mai un auto… che tutti avranno visto almeno una volta al cinema), tuttavia si continuava a propinare l’aberrante equivoco della corrispondenza tra opera scaricata abusivamente e copia regolare non venduta.

Mi trovo a riprendere questi concetti perché, grazie alla segnalazione di un collega, ho avuto notizia di un nuovo video di “sensibilizzazione” contro la pirateria in circolazione dallo scorso luglio, che in effetti mi era sfuggito. Si tratta di una nuova campagna promossa da FIMI-FPM in collaborazione con Radio 105.

C’è da dire che anche qui si denota un piccolo passo avanti a livello di toni e atmosfere: il video infatti ritrae una giovane cantautrice che si esibisce in una bella piazza di Milano. La canzone è solare e piacevole; la gente si ferma e la ascolta spensierata. È solo verso la seconda parte che si cerca ancora di inoculare negli spettatori l’equivoco dell’equivalenza tra download non regolare e furto, quando gli ascoltatori iniziano ad allontanarsi prelevando i soldi presenti nella custodia della chitarra.

La scelta di un’artista emergente sembra quasi fare da contraltare (forse anche per correggere il tiro) alla scelta precedente di affidare il messaggio a personaggi che, pur essendo di massimo rispetto a livello artistico, risultano appartenenti a generazioni ormai lontane dal modo di pensare di oggi… e soprattutto poco credibili come “vittime” a causa dei loro introiti invidiabili derivanti non solo dalle royalty ma anche da semplici ospitate presso eventi pubblici e spettacoli televisivi. Sotto al video troviamo questa didascalia (sintetizzata dall’intervento di una voce fuoricampo):

La musica è la sua vita. Come ogni artista, ErikaBlu vive di musica, ma il suo futuro dipende anche da noi. Perché ogni volta che scarichiamo illegalmente un brano musicale impediamo ai nuovi talenti di emergere e sottraiamo risorse a tutti coloro che lavorano nel mondo della musica. Proprio come lei, ErikaBlu. E senza giovani artisti sentiremo sempre la solita, vecchia canzone. Il download illegale non è un crimine senza vittime!

Almeno in questo testo la parola furto non fa capolino. Ma davvero crediamo che le possibilità di sharing e approvvigionamento di musica offerte da Internet stiano impoverendo l’offerta artistica? O semplicemente stanno creando nuovi equilibri, che devono ancora stabilizzarsi e trovare innovativi modelli di remunerazione? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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2 commenti

  1. Ennio Martignago

    Il fatto è che il business della musica è relativamente recente: ad essere generosi non prima di Caruso pur essendo diventato di massa in Italia dal periodo del Boom. Un fenomeno da sempre pilotato dalle case discografiche che ha avuto il suo picco fra gli ’80 e i ’90. Tutto ciò ha poco a che vedere con l’arte e molto con la memetica (leggi tormentoni). C’è una bella canzone in cui Joni Mitchel, che non è proprio il pulcino pio, dedica ad un fantastico musicista homeless che fa musica non peggiore della sua al quale non si presenta certo la strada spalancata che ha lei.
    Per dirla tutta, se quella pubblicità fosse stata onesta, invece degli spettatori ladri avrebbero dovuto fare volare le mucche bunuelliane dei discografici, dei radiofonici, dei televisivi, delle discoteche, dei festival politici… che sulla povera cantautrice meno che indie, come cantava Gaber, “e le vacche PLAFFF…”!
    Non a caso fra i firmatari non c’è alcun coetaneo di quando loro hanno cominciato ad accumulare i soldi. Quello che incide nel crollo delle vendite è: l’invecchiamento del modello musicale; l’appiattimento dei gusti sull’assuefazione dei consumatori a poche sonorità allucinogene anti-critiche; la stanchezza per l’idolatria e l’assenza di veri divi che durino più di un giorno (a parte ovviamente i soliti vecchi ricchi).
    Non ho mai comprato dischi fino a quando non ho cominciato a guadagnare e allora invece degli mp3 c’erano registratori e radio (Neil Young dice che gli mp3 sono il corrispettivo delle radio degli anni passati). Oggi ascolto molto più volentieri le dirette o i podcast di alcune trasmissioni di radio2 come RaiTunes, Moby Dick o Pop Corner che mettono musica fantastica che certo non trovi nei negozi, né su iTunes e men che meno su eMule (a meno che non ce la mettano gli artisti stessi). Io questa musica sono disposto a comprare anche subito, e in fondo ascoltando i programmi indirettamente lo faccio.
    Io vendicherei la cantante di strada portando le vacche a cagare su Amici, X-Factor, le radio-cloni dei discografici, le discoteche e i concerti di stadio, da Madonna agli U2. Ma in fondo chi se ne frega: presto si estingueranno assieme alla fame di quelli che davvero hanno problemi economici – e sono tanti, musicisti liberi compresi – in questa Europa di parrucconi pronti per qualche nuova ghigliottina.

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