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Generazioni e media

Social e asocial network, dentro la rete dei giovani

di Gabriella Longo

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Foto: Stacy Braswell

12

mag

2010

Gli adolescenti e il web sociale: una serie di nuove ricerche fanno il punto su un rapporto delicato e ricco di opportunità e insidie

Dimenticate le lunghe chiacchierate al telefono con gli amici più stretti: i ragazzi, oggi, crescono a pane, sms e social network. Uno studio pubblicato di recente dal Pew Research Center rivela che la metà degli adolescenti americani tra i 12 e i 17 anni invia dai 50 sms in su al giorno e che un terzo di loro arriva a scriverne più di 100. Ma del crescente utilizzo dei media digitali da parte dei giovani di questa generazione se ne era già parlato, e spesso: ora l’attenzione degli studiosi si sposta più sull’aspetto sociale. Come cambia la qualità dell’interazione tra i nativi digitali? Le nuove tecnologie possono avere ripercussioni sulla natura emotiva delle relazioni?

Capitale sociale

Il New York Times, in un articolo intitolato Antisocial Networking, prova a farne il punto. Secondo alcuni, la facilità della comunicazione elettronica potrebbe spingere i giovani a essere sempre meno interessati alle interazioni faccia a faccia con i loro amici, il che si tradurrebbe in rapporti più superficiali con forti implicazioni nello sviluppo dell’empatia tra i giovani e nella comprensione delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo. D’altra parte però, c’è chi sostiene che la tecnologia possa avvicinare i ragazzi tra loro, garantendo rapporti più duraturi: «Penso sia possibile affermare che i media digitali stiano aiutando i bambini a rimanere in contatto maggiormente e più a lungo» dichiara Elizabeth Hartley-Brewer, autrice del libro Making Friends: A Guide to Understanding and Nurturing Your Child’s Friendships. E per alcuni ragazzi può anche essere uno strumento utile per organizzare la vita sociale, oppure può aiutare i più timidi a fare amicizia. «Credo che Facebook sia stato in gran parte benefico per mio figlio», racconta Robert Wilson, padre di Evan, un adolescente di 14 anni molto timido e introverso, che attraverso il social network è riuscito a parlare con una ragazza della scuola. «Lo sta aiutando a uscire dalla sua corazza e a sviluppare le capacità sociali che non stava imparando a causa della sua timidezza» rivela Wilson.

Ma andiamo più a fondo. Stando ai risultati di una recente ricerca, le attività rese possibili dall’utilizzo dei social network (dal tweeting all’aggiornamento dello stato personale, solo per citarne alcune) potrebbero favorire il nostro benessere psicologico, la nostra salute fisica e le relazioni di persona. (dal vivo) «Abbiamo scoperto che più le persone erano impegnate con Facebook e meglio si sentivano» osserva Moira Burke, ricercatrice dello Human-Computer Institute alla Carnegie Mellon University. In realtà, le sensazioni positive derivano da ciò che i sociologi chiamano capitale sociale, ovvero il supporto informativo ed emotivo che famiglia, amici e conoscenti ci forniscono. Secondo gli studiosi maggiore è il capitale sociale  cui si crede di avere accesso, maggiore è il senso di benessere avvertito. E Facebook, per esempio, attraverso le varie modalità di interazione possibili (come il like o gli inviti ad eventi o gruppi) accresce questa sensazione: «Stai conoscendo nuovi, intimi amici? Probabilmente no», afferma Nicole Ellison, professoressa alla Michigan University, «ma i social network abbassano le barriere per inserirti nelle reti di amici che possiedi». Non solo. Pare che Facebook aiuti a placare lo stress, come evidenzia uno studio: «Guardare il proprio profilo è auto-affermante (self affirming), quindi quando sei sotto stress, sei più in grado di gestirlo» spiega Burke.

Oltre la solitudine

E se da una parte alcuni riflettono sulla possibilità che l’utilizzo dei social network (e, più in generale, dei dispositivi multimediali) ci stia conducendo verso la solitudine, altri invece osservano i benefici dell’always on. Come James Fowler e Nicholas Christakis dell’Harvard University, autori del libro Connected, nel quale analizzano come anche nei social network le persone che incontriamo possano influenzare i nostri atteggiamenti e stati d’animo. «Se pubblichi i tuoi video, autori e gruppi preferiti sul tuo profilo, c’è una buona possibilità che tra un anno anche i tuoi amici li avranno pubblicati sui loro profili» spiega Fowler, aggiungendo che le interazioni online possono migliorare le relazioni faccia a faccia.

Secondo Jane Burns, dell’ Orygen Youth Health and the Inspire Foundation, i genitori credono che tutta la tecnologia sia negativa per i propri figli, ma «quando i giovani usano i social network in maniera positiva, le loro relazioni (della vita reale) migliorano» ed è più utile mantenere la comunicazione aperta con gli adolescenti e guidarli verso la giusta direzione Inoltre, chi ha la tendenza ad isolarsi o chi è affetto da malattie croniche o da infermità, tramite i social network, può costruirsi uno spazio in cui sentirsi a proprio agio. Ma ciò che probabilmente i ragazzi sottovalutano è il confine tra pubblico e privato. Dall’ultima indagine Consumer Reports State of the Net emerge un dato preoccupante: molti utenti non sono a conoscenza o semplicemente non sono interessati alla configurazione della privacy nei social network.

Senso di controllo

Danah Boyd, ricercatrice di social media alla Microsoft Research New England, ha pubblicato un interessante post dal titolo Public by Default, Private when Necessary. Recentemente, scrive la studiosa, Facebook ha dato la possibilità agli utenti di rendere pubblici i loro contenuti: quando è stato chiesto di modificare le opzioni della privacy, nell’indecisione, molti hanno saltato lo step, non realizzando che in quel momento tutte le loro informazioni stavano per diventare visibili a tutti. Ma «solo perché i ragazzi scelgono di condividere alcuni contenuti non significa che desiderino che renderli universalmente accessibili. Quello che vogliono è un senso di controllo» spiega Danah Boyd. E Facebook sta destabilizzando il sistema. Ma il discorso si potrebbe estendere anche agli adulti: banalizzando, quanti hanno condiviso immagini di quando erano ubriachi non preoccupandosi che potesse vederle il capo? E quanti genitori hanno pubblicato le foto dei loro bambini senza aver prima settato le opzioni della privacy?

Intanto, in rete circolano i primi commenti in risposta all’articolo del New York Times: bisognerebbe chiedersi perché i giovani (e i bambini) utilizzano molto questa tecnologia. Forse, una delle ragioni deriva proprio dall’agitazione degli adulti sui possibili rischi, ma d’altra parte questa generazione di bambini trascorre molto più tempo con i genitori rispetto alle generazioni passate. E i social media rappresentano l’ultimo spazio (non mediato dai genitori) che i giovani hanno per loro stessi. «Loro usano i social media allo stesso modo in cui noi utilizzavano il telefono.» scrive Alan Patrick, «Gironzolano/bazzicano di meno? Forse fisicamente, ma in generale direi che sono molto più in contatto di quanto lo fosse la mia generazione».

Vivere la rivoluzione

Mario Tedeschini, riprendendo una teorizzazione di Deresiewicz sul concetto (e sul futuro) dell’amicizia, ci fa riflettere su come in realtà il problema non siano i social network, ma il modo in cui li usiamo. Preoccupazioni simili erano già nate in passato: con il telefono, con la televisione o anche con i «luoghi di aggregazione sociale “analogici” (le discoteche, i “muretti”, i centri sociali)» come nota Tedeschini. «FB e i social network non sono solo “un altro telefono” o “un altro muretto”, sono – in modo che ci è ancora difficile valutare – l’inizio di una rivoluzione sociale della quale non possiamo ancora stabilire la portata. Avrà solo effetti “positivi”? Non credo – quante rivoluzioni hanno portato anche effetti disastrosi! -  ma dalla rivoluzione francese oltre al Terrore sono venuti anche la democrazia rappresentativa e l’idea dei diritti dei cittadini» afferma il giornalista. E poi conclude: «l’unica cosa che non possiamo fare è negare che essa sia tale, pensare che sia possibile ignorarla se non addirittura respingerla. Dobbiamo viverla, con tutti i nostri dubbi e con tutte le precauzioni necessarie».




Gabriella Longo è laureata in comunicazione e multimedialità. Si occupa di ambienti multimediali per l'apprendimento. Segue l'evoluzione della tecnologia, in particolare nel suo rapporto con la divulgazione e con il racconto del mutamento della nostra società.

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3 commenti

  1. vincos

    bella sintesi, grazie !

  2. Gennaro IASEVOLI

    Prof. Gennaro Iasevoli. I grandi pedagogisti del trascorso ‘900 italiano non avevano previsto che i loro metodi educativi si sarebbero infranti sul browser della “tavoletta” multimediale e così negli ultimi cinque anni gli educatori, i sociologi e gli psicologi corrono dietro gli eventi dell’universo chiamato internet col fiato grosso per osservare, misurare, controllare, sperimentare ed intervenire con i loro mezzi scientifici alquanto rifatti per l’occasione. E quindi anche le voci più erudite intervengono con le cautele imposte dalla prudenza.
    Nel frattempo i ragazzi hanno dimezzato definitivamente i loro interessi “scolastici” nutrendosi abbondantemente dell’informazione nuova ed appetitosa proveniente dalla rete: non più libri ma telefonate, sms, videogame, e social network. I genitori sono “fuori circuito” perché i figli hanno individuato i nuovi spazi succulenti ed accattivanti predisposti appositamente dalle nuove aziende offerenti prodotti e servizi telematici calibrati su ogni età e bisogno infantile, giovanile o adulto: ipermercati telematici, campi di gioco, giostre, trastulli diuturni, “tavole calde” a portata di browser, “contenitori di sensazioni usa e getta” a proprio piacimento.
    Mentre le vecchia generazione usava le lettere cartacee ed il telefono, questi ragazzi usano l’e-mail il sms la video-chiamata il social network e raggiungono una maggiore integrazione a distanza, rispetto al passato. Ma i genitori, gli educatori, i sociologi e gli psicologi esaminano questi nuovi rapporti e si preoccupano profondamente delle insidie che si accompagnano alle opportunità, in un “ambiente virtuale” che sfugge solamente al loro controllo. Basta pensare che chiunque dalla proprio computer, anche se ubriaco, malintenzionato o limitato da disturbi borderline può banalmente introdurre in rete contenuti diseducativi, fuorvianti, sconci e pericolosi.
    Anche la stessa privacy può essere compromessa da una sottovalutazione del rischio o da una intromissione piratesca. Ma intanto molti giovani usano social network in modo simpatico ed utile allo loro crescita culturale, tanto da mettere in difficoltà i docenti meno aggiornati. Tanti e tanti soggetti timidi allargano le loro conoscenze e superano de difficoltà di comunicazione inter-personale. Nonostante i risvolti positivi i social network lasciano aperto i problema delle relazioni dei soggetti del tutto sani con i soggetti che presentano delle complesse problematiche psicologiche.
    I soggetti borderline nella società reale e visibile sono facilmente individuabili da una serie di “espressioni” e comportamenti che saltano all’occhio anche dei più piccini, ma nella rete web occorre molta pazienza ed intelligenza per identificarli tanto più che proprio le loro carenze psichiche li spingono a contattare una massa di enorme di persone che fornisce loro maggiore benessere. I borderline tra l’altro non hanno una chiara percezione del confine esistente tra le informazioni personali e quelle di pubblico uso.
    Oggi il numero di queste persone borderline, solo apparentemente autosufficienti e motivate, che trasgrediscono senza notarlo tutti i regolamenti morali, civili e sociali, non è stato ancora del tutto definito statisticamente dalle ASL rispetto agli abitanti di un paese o di una regione, ma sulla base ad alcuni indicatori, attualmente emergenti dalle cronache giornalistiche e dal numero crescente delle querele per alcuni reati, vandalismi e crimini, anche via internet, appare percentualmente alto.
    I “borderline” sono stati descritti negli ultimi anni con varie puntualizzazioni e chiarimenti sul loro comportamento “altalenante” tra il bene ed il male. Negli anni 60 si riteneva che fosse un disturbo della personalità dovuto ad un’instabilità del carattere, magari sopravvenuto in seguito alla scadente educazione ricevuta nell’ambiente familiare, ma oggi si arriva ad ipotizzate che abbiano un’intelligenza “sul filo del rasoio o sulla linea di bordo”, appena sufficiente e, quel che è peggio, “si accende e si spegne” come una luce fioca “che va e viene”, in occasione di persecuzioni via web, vandalismi e crimini.
    Credono di avere influenza su una massa sociale attraverso i siti internet e provano un benessere compulsivo.
    Dietro una facciata attraente nascondono una grave instabilità emotiva, la mancanza di progetti personali ordinati, la paura vera o presunta di rimanere soli (che provoca gravi reazioni con episodi criminali passionali ed autolesionismo), una conoscenza molto superficiale degli obiettivi, delle necessità e dei compiti personali, familiari e sociali. Vivono la vita viene senza una sufficiente coscienza del passato, del presente e del futuro.
    I soggetti borderline, anche se nel pieno dei 18 – 20 anni, trascorrono buon parte della giornata trastullandosi via web con discorsi spesso insignificanti, osservando gli altri che intervengono come se fossero attori in uno spettacolo divertente. Perciò a volte guardano estasiati il prodotto altrui e restano incantati ad insistere con pochi contributi, infischiandosene del trascorrere delle ore senza uno scopo preciso. Intervengono con detti ingiuriosi, nascondendosi nell’anonimato, fanno “scorribande web chiassose e fragorose” esibendosi senza scopo. I soggetti “borderline” nella generalità dei casi anche se non sono a conoscenza delle loro limitazioni intellettive, perché non hanno la capacità di discernere i procedimenti utili da quelli inutili, riescono a capire per sommi capi i danni che fanno e li ritengono necessari per diventare importanti nella rete.
    Con questa logica ridono e si compiacciono dei danni arrecati. E per questo sono più pericolosi dei deficienti gravi, avendo la possibilità di usare una modesta dote intellettiva per aggregarsi con le persone più giovani ed ingeneue e fare il massimo dei danni possibili agli altri, tanto per scherzare a modo borderline.
    Nella descrizione generica di questi soggetti occorre ricordare principalmente che essi non sono capaci di risolvere problemi complessi ed allora per appagare i loro desideri cercano molti contatti nella rete e poi diventano ossessivi nei confronti delle persone più prossime fino a giungere alla persecuzione (stalking) con iniziative pericolose e criminali che poi giustificano in maniera bambinesca.
    Ma in conclusione, tranne le necessarie cautele e l’attivazione di filtri, devo convenire ampiamente che l’uso dei SOCIAL NETWORK è senz’altro necessario per la crescita culturale, sociale ed economica.

  3. Gennaro IASEVOLI

    Il futuro della scuola dipende dalla capacità di canalizzare l’uso di internert a partire dall’infanzia.

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