21 Commenti

Darwin in redazione

L’evoluzione del giornalismo

di

thumbnail

10

feb

2009

Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l’industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall’altro rallentato dall’incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali

In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo “la crisi dei giornali” e che, in realtà, è un “momento di evoluzione” di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c’erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua teoria dell’equilibrio punteggiato), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.

Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po’ autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C’era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.

Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi “operatori del settore” ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell’informazione. Ma, come sempre succede, l’ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.

Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.

Lo scenario

Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:

  • I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l’anno.
  • È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice Mark Hamilton, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l’individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l’autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l’aumento dell’offerta ci consente di saltare da una fonte all’altra con evidenete facilità, limitando l’affezione a una data testata (non più necessaria).
  • Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione
    nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama superdistribuzione.
Il sistema produttivo

Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo status quo. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all’età dell’oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell’informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c’è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.

E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l’appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l’informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall’informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).

Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l’informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei legal ads ormai viene fatta online perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni informazioni di tutti.

La transizione

Prima dell’accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell’informazione canonica e, anzi, spesso sono meno competitivi. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di “massa” che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell’online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.

Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, nota Walter Isaacson: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.

Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell’avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l’idea di David Carr dei micropagamenti: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i micropagamenti quasi fallimentari, ha proposto di raccogliere l’insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso ha replicato, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l’unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell’informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, aggiunge Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.

Secondo Mark Potts la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come sostiene Mark Hamilton, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell’informazione tra moltissime fonti.

Non si può non stampare

Le alternative paiono poche. Sul New York Times si è lanciata l’ipotesi di fare dei news media fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell’effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del distacco tra le testate e la pressione del mercato. Altrove si è suggerita l’esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.

Jarvis, tempo fa, sostenne che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell’online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non si possono fermare le macchine di stampa, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l’insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La “specie” dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.

In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da Tedeschini qui da noi) immagina una redazione all digital e dà anche qualche consiglio. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati inventati dopo il modem. Due letture utili
per capire cosa (forse) succederà.




Giuseppe Granieri (@gg) è tra i maggiori esperti italiani di comunicazione e culture digitali. Scrive di tecnologia e società da molti anni su testate quotidiane e periodiche. È autore per Laterza dei saggi Umanità accresciuta (2009), Società digitale (2006) e Blog Generation (2005).

In Rete: www.bookcafe.net/blog

Letto 40.452 volte | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

21 commenti

  1. Thomas Galli

    A proposito del paragone con iTunes fatto da Carr, non c’è il rischio che vendendo il contenuto in rete si venga a creare un canale parallelo pirata (come eMule per la musica e film), facendo diminuire ulteriormente gli introiti?

    Esempio: viene pubblicato un quotidiano online in pdf, io lo compro e poi lo re-distribuisco al mondo gratis.
    Oppure, qualora il contenuto non sia scaricabile ma solo consultabile su un sito con accesso a pagamento, lo copio e incollo a chi voglio quante volte voglio.

    Altra domanda, se quello su cui si discute è rivolto ai quotidiani, lo stesso destino, secondo te, può riguardare riviste specializzate che trattano un tema specifico?

  2. Giuseppe Granieri

    @Thomas: l’ipotesi di micropagamenti riguarda il singolo articolo e sul web (non credo ipotizzino un inutile download in pdf). Per le riviste specializzate, personalmente, vedo la stessa incognita (anche se su tempi un po’ più lunghi)

  3. [...] oggi, Luca De Biase e Giuseppe Granieri si esprimono molto meglio del sottoscritto. Da leggere: L’evoluzione del giornalismo e Strategia [...]

  4. Massimo Russo

    Io credo che il modello a pagamento non possa funzionare tranne che per nicchie specifiche. A meno che non ci siano modalità di fruizione davvero differenti e innovative (ad esempio, un’edicola digitale sul tipo di iTunes che a un prezzo davvero contenuto mi fornisca tutti i pezzi scritti dalle redazioni su un certo argomento in modo istantaneo e anche push su rete 3g, oppure un’evoluzione del times reader su un pronipote di Kindle).

    Ma il problema è anche che la catena del valore, prima tutta gestita dalle imprese editoriali, ora ha anche ingombranti intermediari come Google (che oggi da solo in italia su web fattura più pubblicità di tutte le principali edizioni digitali dei giornali) e le società dei telefoni. Tutti sono nel mercato dell’attenzione e bevono alla fonte (la pubblicità) prima esclusiva dell’informazione.

    Inoltre ritengo ci sia anche un problema relativo all’efficacia della pubblicità online. A parità di lettori, la pubblicità su web rende agli editori 10 volte meno di quella su carta.

    Come se non bastasse, i giornali hanno in gran parte smarrito il loro modello di influenza sociale, non forniscono più social currency. E questo, prim’ancora che un problema economico, è un problema di prodotto.

    La transizione al digitale sarà lunga e faticosa. Non penso esista una ricetta unica. Alla fine, attraverso una combinazione di fattori, solo una piccola parte degli editori che conosciamo ora, darwinianamente, sopravviverà. E questo comunque non significa che il giornalismo di qualità sia destinato a farcela

  5. Roberto Venturini

    Uno scenario inquietante, “the perfect storm”, immaginiamo che:

    1. la pubblicità non basti più a sostenere i costi dell’editoria offline. Questa – messa in crisi da quella online – sostanzialmente sparisce o si ridimensiona fortemente; in termini di numero di testate, foliazione, qualità dei giornalisti, qualità e attrattività della programmazione televisiva, acquisto di content dall’estero etc.

    2. La situazione di crisi mette sotto pressione anche i mezzi autorevoli online, che tagliano i costi, riducendo i giornalisti di calibro, il giornalismo investigativo, gli inviati all’estero etc. L’online torna ad essere piccolo, il contenuto largamente autoprodotto dagli utenti, senza però garanzie di qualità data l’assenza di testimoni oculari / inviati sul posto – ma basandosi su un meccanismo che usa come fonte primaria della notizia un contenuto autoprodotto in loco (che in assenza di testimoni scomodi come gli inviati dei grandi giornali o TV può essere falsificato molto più facilmente…)

    3. le persone comunque esprimono un bisogno di media che non può essere esaurito solo dall’online (ci vorranno anni prima che muoiano i giornali e soprattutto i telegiornali).

    4. Si apre allora uno spazio di mercato quasi incontrastato per media che non hanno logiche commerciali – ma non nel senso del no profit quanto nel senso dell’influenza politica dei mezzi.

    Dei bei giornali e dei bei telegiornali come siamo abituati a vederli. Politicamente forse un po’ a senso unico, ma vuoi mettere la qualità rispetto ai foglietti striminziti della concorrenza e alla TV che trasmette le recite della filodrammatica?

    In questo scenario dunque, gli unici mezzi paragonabili come robustezza, dimensione e glamour a quelli attuali sarebbero quelli che godrebbero di finanziamenti corposi da parte di attori che utlizzino questa unica voce “di massa” come strumento per orientare l’opinione pubblica a fini politici, con una potenza di fuoco incontrastabile (in termini di voti) da parte di mezzi diciamo più di nicchia come quelli online – che per molti anni ancora e specialmente in uno scenario di possibile contrazione delle revenue pubblicitarie non potrebbero certo essere mezzi di riferimento per una percentuale maggioritaria dell’elettorato.

    Per fortuna, lo sappiamo, questo è uno scenario da fantascienza: in Italia, è ovvio, non esistono mezzi al servizio di questa o quella parte politica…

  6. bernardo parrella

    sbagliero’, ma mi sembra un errore dare per scontato che l’evoluzione del giornalismo dipenda dal futuro dei grandi gruppi editoriali, dei “big media”, per capirsi

    equiparando il “bisogno di media” espresso comunque dalle persone a quanto producono (o produrranno) giornali, telegiornali o loro versioni online, mi pare si dimentichi una delle lezioni crucuali del digitale: la gente vuole e puo’ fare informazione in prima persona, vuole e puo’ creare alternative di base, dimostrando nei fatti di avere sempre meno bisogno dei big media, e dei tipici sistemi comunicativi unidirezionali e top-down,

    focalizzarsi sui ritocchi (di facciata) o sui minimi aggiustamenti che questi possano intraprendere, sull’onda delle aperture avviate dalla rete e dai social media, e’ altamente riduttivo e sostanzialmente fuori dalla realta’

    certo, in italia i grandi nomi restano comunque tali, difficile spostare gli equilibri di potere delle grandi testate, ma quanto meno occorre fare un veloce reality check in giro e parlare, ad esempio, dei molti esempi di citizen journalism o sistemi misti o iniziative di base che si muovono online

    esempi cruciali proprio per un’evoluzione del giornalismo che tenga conto di bisogni e volonta’ concreti dei cittadini, di ex-lettori oggi divenuti produttori d’informazione, dei reporter locali e investigativi che rilanciano il “glocale”, dei media bottom-up e sociali in senso piu’ ampio…

  7. [...] Giuseppe Granieri su Apogeonline Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo status quo. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all’età dell’oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell’informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c’è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro. [...]

  8. Giuseppe Granieri

    @Massimo: Google, più che predatore, è solo uno degli aspetti della nuova concorrenza per sopravvivere. Qui trovi qualche dettaglio ulteriore di riflessione:
    http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/sheer-idiocy.html

    @Roberto: il problema dell’influenza politica, da solo, probabilmente richiederebbe un lungo discorso.

    @bernardo: il giornalismo non professionale non avrà mai, imho, i mezzi per coprire quanto succede nel mondo, non in maniera sistematica nè organizzata. E’ un complemento lussuoso, ma non un sostituto del giornalismo professionale dentro un “news media”.

    @all: ne approfitto per segnalare, sulla concorrenza, questo pezzo sul NY Times che approfondisce alcune delle questioni di cui discutiamo:

    http://www.nytimes.com/2009/02/10/opinion/10kinsley.html?_r=2

  9. [...] Febbraio 2009 di Ettore Degli Esposti Suggerisco la lettura dell’articolo di Giuseppe Guarnieri pubblicato su Apogeonline il 10 [...]

  10. [...] forse possiamo ancora continuare a discutere se sono le tecnologie digitali o il mercato che stanno cambiando il modo di fare giornalismo, ma forse varrebbe la pena di capire come fare a difendere [...]

  11. Shock emozionale | Yurait Social Blog

    [...] forse possiamo ancora continuare a discutere se sono le tecnologie digitali o il mercato che stanno cambiando il modo di fare giornalismo, ma forse varrebbe la pena di capire come fare a difendere [...]

  12. bernardo parrella

    non solo il giornalismo partecipativo nelle sue varie forme e localizzazioni diventa sempre piu’ centrale nell’informazione globale (o meglio: glocale) della gente, ma proprio per i news media e’ pilastro ormai vitale per riguadagnare credibilita’ (e vendite) – basti vedere spazi e opzioni in tal senso di NYT, CNN e via di seguito

    il punto non e’ sostituirsi ad alcunche’, quanto piuttosto dare voce ai singoli, ai nativi digitali, alla gente comune, alle contro-inchieste, ai social media, ai citizen reporters – tutte situazioni che i big media non possono ne’ vogliono affrontare o abbracciare, per scelta corporativo-economica prima di tutto, e ancor piu’ in italia

    e se parliamo di evoluzione dell’informazione senza dare il dovuto spazio a simili dinamiche e alle molteplici esperienze attive nel mondo, o relegandole sempre come note a pie’ di pagina, se ci occupiamo solo delle alte sfere, be’ e’ chiaro che si perde contatto con la realta’ e si ottiene il disinteresse della gente, ulteriori ragioni della crisi del giornalismo e di una “evoluzione” che (almeno per come dipinta qui per la gran parte) ha poco o nulla da dire di nuovo agli ex-lettori – IMNSHO

  13. [...] nell’era di Internet? Perché, da quanto leggo in giro, quasi sempre ciò si riferisce all’evoluzione dei Big Media, a come noi lettori potremo ancora foraggiare le super-corporations mediatiche, di qualunque colore [...]

  14. LSDI : Giornalisti in ”drastica riduzione”?

    [...] previsione è di Giuseppe Granieri* che, su Apogeonline ha tracciato qualche giorno fa una ampia analisi della possibile evoluzione del giornalismo nel quadro della crisi generale che sta attraversando l’ editoria [...]

  15. [...] previsione è di Giuseppe Granieri* che, su Apogeonline ha tracciato una ampia analisi della possibile evoluzione del giornalismo nel quadro della crisi generale che sta attraversando l’ editoria [...]

  16. LSDI : Lunga vita al giornalismo partecipativo

    [...] la ‘evoluzione dell’informazione’ ponendola interamente nel contesto dell’industria giornalistica, “e, quindi, su quei segmenti ‘alti’ della professione che quell’industria [...]

  17. [...] Qualche settimana fa, Giuseppe Granieri ha pubblicato su Apogeonline una nota approfondita e dettagliata su come sta cambiando il giornalismo. [...]

  18. Antonio Rossano

    Condivido la tua analisi, Giuseppe, sullo stato dei media ed il percorso evolutivo cui lo scenario digitale ha costretto i media trdizionali.
    Quello che a mio avviso appare discutibile è l’ ipotesi che “il giornalismo non professionale non avrà mai, ahimè, i mezzi per coprire quanto succede nel mondo, non in maniera sistematica nè organizzata. E’ un complemento lussuoso, ma non un sostituto del giornalismo professionale dentro un “news media”..
    Ecco, da operatore dell’ informatica da circa 25 anni e della comunicazione da poco meno, ho visto accadere “cose che voi umani non potete neanche immaginare..” per dirla con le parole di Blade Runner. Non troppi anni fa, era la metà degli anni ’70 il mondo dell’ informatica era letteralmente monopolizzato da IBM.
    Qualche anno dopo le certezze di “Big Blue” come era affettuosamente chiamata la multinazionale americana, crollarono con l’ avvento del Personal Computer e di Microsoft. E ancora pochi anni or sono nessuno, a meno di esser considerato folle, avrebbe immaginato il possibile subentro nel controllo del mondo dell’ informatica e del Web da parte di Google.
    Poco attinenti questi ricordi? Non credo.
    La affidabilità delle risorse collettive è stata da tempo collaudata attraverso strumenti di intelligenza collaborativa come i wiki ed il più grande esempio di ciò è proprio Wikipedia.
    Wikipedia ha un numero di voci pari a 10 volte l’ Enciclopedia Britannica ed un controllo ed un aggioramento ancora più elevati.
    In un possibile scenario di “citizen media” futuribile io vedo proprio l’ “intelligenza collaborativa” come il punto di svolta e di certezza.
    Il controllo come le notizie verrà svolto dagli stessi “prosumers” che scriveranno e leggeranno e…. corregeranno.
    La possibilità che questo tipo di informazione possa venire volontariamente “distorta” sarà pertanto di gran lunga inferiore a quella che accade oggi in un “media tradizionale”, dove un unico individuo, depositario della verità, può in maniera diretta o subliminale, dare un senso, piuttosto che un altro ad una informazione, per motivi commerciali, politici o, addirittura, personali.
    Sarà possibile, in un “citizen media” globale, per un ristretto numero di “operatori dedicati” attivare meccanismi automatici di controllo delle informazioni (es. segnalazioni di errori, di falsi, etc..) che richiamano l’ attenzione dell’ operatore per una rapida verifica.
    Attraverso quegli stessi citizen media, di dimensioni variabili dalla singola unità individuale ad intere collettività globali, sistemi di difusione della pubblicità globalizzati, (google, yahoo, microsoft, etc..) saranno in grado di utilizzare la teoria della “coda lunga” di Anderson per il posizionamento dell’ advertising, riconoscendo, come già accade, i compensi pubblicitari in base al “pay per click” ed ad altri fattori parametrizzati.
    Per quest’ ultimo motivo ritengo anche che gorsse multinazionali dell’ informazione non potranno prendere il sopravvento nè tecnologicamente nè economicamente. L’ interesse, per esempio di Google, è proprio quello di gestire un advertising molto frazionato ed utilizzare la teoria della coda lunga che, su un mercato globale ha già dimostrato di essere vincente, anche per quanto riguarda Amazon ed Itunes.

  19. g.g.

    Sono il primo sostenitore delle risorse collettive. Ma non funzionano sempre. Non quando, ad esempio, di dovrebbe chiedere ad un sistema autorganizzato di volare in Ruanda per coprire un genocidio, investendo in una produzione video di qualità (e magari in diretta), nel viaggio, ecc ecc.
    Funziona bene ad alcuni livelli (l’incidente sotto casa, la cronaca locale) ma molto meno su uno scenario internazionale veloce e compelsso, in cui serve un’organizzazione dietro (e possibilmente anche una competizione tra organizzazioni).

  20. I giornali visti dai libri – destynova

    [...] lineare ma continuo e incessante, è un buon paradigma di analisi, come ricorda in un ottimo pezzo Giuseppe. Una popolazione, quella degli editori, attraversa una forte crisi evolutiva per mancanza di cibo e [...]

  21. Shock emozionali

    [...] forse possiamo ancora continuare a discutere se sono le tecnologie digitali o il mercato che stanno cambiando il modo di fare giornalismo, ma forse varrebbe la pena di capire come fare a difendere [...]

Lascia il tuo commento