Idee e opinioni

Il diritto d'autore nella didattica online

di Elvira Berlingieri

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02

Mar

2007

È giusto pagare i diritti d’autore su opere pubblicate sulla Rete per finalità eminentemente didattiche? Quando vale l’eccezione per uso didattico? Il caso del professore di Cesena, la posizione della Siae, i problemi più vasti dell’e-learning che verrà

Tutto parte da Homolaicus. Come altri simili siti di risorse didattiche in giro per la Rete, Homolaicus mette gratuitamente a disposizione di docenti e formatori materiale utile ad arricchire e completare lezioni ed esercitazioni. Qualche giorno fa, il prof. Galavotti, titolare del sito e insegnante di Cesena, ha ricevuto una richiesta da parte della Siae per il pagamento di diritti d’autore relativi a 74 file digitali che riproducevano quadri di autori tutelati (Picasso, Klee, Marinetti ecc.). La somma, indicata forfetariamente per il periodo da agosto 2002 a gennaio 2007, ammonta a 4.740,00 euro, Iva compresa. La notizia, una volta nota, ha suscitato numerose reazioni. Minimo comune denominatore? Il convincimento che la possibilità di diffondere cultura attraverso la Rete non debba essere limitata economicamente dall’applicazione indiscriminata del diritto d’autore.

A seguito della richiesta della Siae, ci sono state due interrogazioni parlamentari. Una da parte del Sen. Bulgarelli, e l’altra da parte dell’On. Cardano. Entrambe le interrogazioni si preoccupano che questa richiesta diventi un precedente che possa mettere in pericolo il sano sviluppo della didattica in Rete, e invocano l’applicazione della eccezione della legge sul diritto d’autore, prevista per la didattica (ne parleremo oltre). Contemporaneamente parte per iniziativa dell’Anitel (Associazione Nazionale Insegnanti Tutor e-Learning) una petizione volta a raccogliere firme a sostegno della utilizzazione libera di opere in contesti didattici. La Siae, da parte sua, non ha incassato le critiche in silenzio. E con una nota diffusa il 21 febbraio prende precisa posizione sul suo supposto ruolo “punitivo” nei confronti della didattica in Rete. Riprendendo parole che aveva già pronunciato Giorgio Assumma, in risposta a un articolo di Roberto Perotti sul Sole 24 ore, la nota ribadisce che il diritto d’autore è un “diritto del lavoro” e “non un balzello”, ed è quindi giusto pretendere una retribuzione per ogni suo utilizzo. Una posizione che è potrebbe diventare un vero e proprio nodo gordiano per quanto riguarda la possibilità di fare (a vari livelli) didattica in Rete nei prossimi anni.


L’eccezione “didattica” ai diritti dell’autore

Facciamo un passo indietro. La legge sul diritto d’autore prevede per la didattica una eccezione al monopolio degli autori sulle loro opere, consentendo nell’art. 70 l’uso di materiale protetto per finalità didattiche. Eccezione che è frutto di un bilanciamento tra gli interessi degli autori a vedersi remunerati e quelli della collettività alla diffusione della cultura e del sapere. L’operatività dell’utilizzazione libera per finalità didattiche prevista dall’art. 70 è sottoposta a tre limiti: 1) l’opera non può essere utilizzata nel suo intero: si possono riprodurre solo brani o parti della stessa; 2) l’utilizzazione deve essere finalizzata alla sola critica o discussione, o per finalità illustrative se si parla di insegnamento; 3) l’utilizzazione non deve costituire un atto di concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa.

Un ulteriore requisito, di tipo formale, è che ogni utilizzazione libera deve essere accompagnata da una adeguata citazione della fonte (titolo dell’opera, autore ed editore, eventualmente il nome del traduttore) e ciò in rispetto di quanto previsto per il diritto, inalienabile, alla paternità dell’opera. L’eccezione “didattica” parla quindi di “porzione d’opera”. Non tutta, ma una parte. Quanto alla “porzione d’opera” di uno scritto, il regio decreto 18 maggio 1942, n. 1369 stabilisce, all’art. 22, il limite di riproduzione soggetto a equo compenso per le antologie a uso scolastico a 12.000 lettere se si tratta di prosa e 180 versi se di poesia, di 50 metri di pellicola se di opere cinematografiche.


L’utilizzo delle immagini d’arte

Ma per le opere “multimediali”come le immagini di opere d’arte del prof. Galavotti? Il regolamento tace. Si pensi alla difficoltà di definire il limite tra una porzione di immagine e la mutilazione dell’immagine stessa. O al fatto che l’autore e dai suoi eredi possono esercitare il diritto morale contro la mutilazione dell’opera anche dopo la cessione economica del diritto, e senza limiti di tempo: in pratica per l’eternità. La questione è quindi determinare quanto piccola, o quanto grande, può essere una porzione di immagine che non leda il diritto dell’autore a non vedere mutilata l’opera e che però sia ancora significativamente descrittiva dell’opera originale. Si pensi a opere complesse come la Persistenza della memoria di Dalì o a Guernica di Picasso: estrapolarne un singolo dettaglio limita fortemente ogni discussione o finalità illustrativa. Se l’opera è nota, si può provare a evocarla con le parole, ma la critica perderebbe ugualmente una grossa quantità di informazione.

Nell’interrogazione dell’On. Cardano si legge un ragionamento interessante: «citare vuol dire anche riprodurre immagini in modo incompleto o degradato (come ad esempio nel caso delle risoluzioni adottate negli ipertesti didattici sugli attuali p.c. con il formato Jpeg), quindi la Siae dovrebbe distinguere tra copie identiche dell’opera, non ammesse, e citazioni delle stessa, ammissibili per legge». In altri termini, la tesi è che la digitalizzazione in bassa risoluzione di un quadro possa essere considerata “citazione parziale” dell’opera stessa. Ma è una tesi difficile da accogliere. Il jpeg “degradato”, infatti, è adatto a essere inserito, ad esempio, in un catalogo multimediale: si tratta sempre e comunque di una riproduzione dell’opera capace di avere un mercato. E con quest’argomentazione può essere risolto anche il dubbio di chi ha visto, nell’attività del prof. Galavotti, l’utilizzazione di riproduzioni di riproduzioni e non di riproduzioni dell’originale.


C’entra anche l’e-learning

La questione, dal sito del prof. Galavotti, arriva con un piccolo grande balzo anche al fenomeno dell’e-learning, che è oramai una realtà in molti settori della formazione, sia scolastica che professionale. Sui corsi a distanza per via telematica (le università cd “telematiche” sono ormai equiparate a quelle tradizionali), il problema dell’utilizzazione di materiali coperti da diritti d’autore all’interno degli insegnamenti diventa cruciale. Perché se sono equiparati i titoli rilasciati, non è equiparata, invece, l’applicazione della legge del diritto d’autore, a svantaggio della didattica via Web.

Cosa accade infatti quando le aule si trasferiscono sulla Rete, con l’insegnamento a distanza? Accade che il pubblico degli studenti non è più confinato in un’aula fisica, il docente è costretto a riprodurre e diffondere l’opera ed è impossibile controllare cosa farà lo studente del materiale didattico, disponibile in formato digitale. Se, quindi, per eccesso di tutela, si obbligheranno le scuole e le università ad acquistare tutti i diritti di riproduzione dei materiali necessari per effettuare i corsi a distanza, si finirà per equipararli a vere e proprie imprese editoriali. Con tutte le responsabilità derivanti dalla legge e i costi del caso, e senza le garanzie di cui gode la didattica tradizionale. La vicenda legata all’insegnante cesenate, vista da questa prospettiva, non è che il prodromo di una problema che si annuncia molto più esteso.


Il diritto d’autore non è un balzello

Ma non è finita qui. La nota “difensiva” diffusa dalla Siae recita: «Il diritto d'autore è, in sostanza, un diritto del lavoro, non un balzello. È il salario di chi compone una canzone, scrive un romanzo, crea un film… Nessuno si sognerebbe di ridurre gli stipendi dei professori per aiutare, ad esempio la didattica. Perché la rete non dovrebbe rispettare i diritti d’autore, mentre gli editori, anche quelli scolastici, che pubblicano libri con immagini tutelate, corrispondono regolarmente questi stessi diritti agli autori e a chi li rappresenta (in Italia la Siae)?». Ma il diritto d’autore è davvero un diritto del lavoro? Oppure semmai un diritto da rendita dell’“opera d’ingegno”? Gli autori, infatti, non sono remunerati per quanto o per come hanno lavorato su di un’opera ma per lo sfruttamento economico dell’opera stessa. La differenza tra un autore e un lavoratore sta in questo dettaglio: il lavoratore presta un servizio, l’autore crea un prodotto e lo sfrutta economicamente. La redditività dell’opera è determinata dalle leggi di mercato, così come la retribuzione del lavoratore. Però mentre la prestazione lavorativa estingue la sua redditività nell’immediato, la creazione di un’opera mantiene, almeno potenzialmente – e cioè fino a che c’è mercato per l’opera stessa – la sua redditività per 70 anni dopo la morte dell’autore. Al trascorrere del limite massimo di tutela, infatti, l’opera entra nel pubblico dominio ed è sfruttabile, anche economicamente, da chiunque.


Sito didattico, culturale o commerciale?

Mancano ancora alcuni tasselli in questa intricata storia. Che riguardano una questione evidenziata nella nota della Siae a difesa della richiesta fatta al titolare del sito Homolaicus. Ovvero: esiste la differenza tra un sito didattico e un sito culturale? E quando è ravvisabile l’eccezione “didattica” in un sito Internet? Si legge nella nota: «Inoltre bisogna specificare la differenza fra un sito didattico e un sito culturale. Non basta che sia un professore a gestire un sito. Didattico è un servizio limitato alla cerchia degli studenti, delle famiglie e dei professori con un’attività ben precisa e scandita. Per esempio i siti universitari e scolastici che fanno didattica offrono filtri come lo username per utilizzare materiale specifico». Una prima annotazione è che la legge sul diritto d’autore non limita l’eccezione dell’art. 70 a una particolare qualifica né a una istituzione scolastica, né fornisce argomenti che portano a distinguere tra il fare didattica e il fare cultura. Quanto a “un’attività ben precisa e scandita” il decreto che riconosce l’attività didattica telematica parla di contenuti didattici personalizzabili rispetto alle caratteristiche degli utenti finali e ai percorsi di erogazione. Non esiste nell’e-learning una scansione rigida come nelle lezioni tradizionali: gli studenti possono rivedere una lezione quante volte vogliono, o recuperarla quando possono. La limitazione alla cerchia degli studenti invece esiste, anche per la necessità di tracciare la frequenza, ma non è la legge a prevederla né è un requisito previsto dall’art. 70 per discriminare la liceità di parti di opere utilizzate per fare didattica. Ne deriva che la differenza tra chi può e chi non può fare uso dell’eccezione dell’art. 70 deve essere trovata in un altro argomento, e cioè la finalità anche indirettamente commerciale.

Se la finalità è commerciale, niente art. 70, niente eccezione al diritto d’autore. Facile? Non proprio, nel silenzio della legge e in un momento storico dove tutti i modelli tradizionali di fruizione sono in fase di rinnovamento e ibridazione è sempre più difficile definire quando esiste uno scopo commerciale o un atto di concorrenza ai diritti di sfruttamento economico dell’autore. Vi sono pronunce della Cassazione, che hanno fatto – si può ben dire – scuola. Per esempio quella riguardante le scuole di danza che hanno bisogno di musiche per le coreografie degli allievi, e che non possono di accedere all’utilizzazione libera per fini didattici, poiché, con le parole della Cassazione, l’esecuzione delle musiche «in quanto organizzata dentro un processo produttivo diretto al profitto, costituisce utilizzazione economica riservata all'autore» (Cass., sez. I, 1.9.1997, n. 8304). Ma a prescindere dalle zone d’ombra su ciò che è didattica commerciale e ciò che non lo è (non basta certo, per esempio, il pagamento di uno stipendio a un docente, o di una tassa universitaria a qualificare lo scopo commerciale della didattica), poiché la Costituzione riconosce che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento, i tanti prof. Galavotti che stanno in Rete si dovranno rassegnare a utilizzare solo le opere che sono facilmente frazionabili (e senza mutilare opere d’arte!) o a rimandare a musei o a riferimenti bibliografici. E se lo fanno gratuitamente non dovrebbe essere possibile riscontrare alcuna attività commerciale.


La pubblicità in un sito didattico

Il punto è, semmai, se nel sito appare pubblicità, come nel caso del sito Homolaicus. Basta in questo caso dimostrare che la pubblicità non crea un effettivo guadagno e serve, invece, a coprire i costi di mantenimento del sito per configurare uno scopo non commerciale? (Questa è peraltro la difesa evocata dal professore cesenate in una intervista su Italia Oggi, nella quale dichiarava che i banner gli avevano reso poche decine di euro in tutti quegli anni, nemmeno bastevoli a coprire le spese del server).

La questione è rilevante anche per l’utilizzazione di materiali coperti dalle licenze Creative Commons vincolata dalla clausola “non commercial”. Se metto una foto rilasciata con questa clausola in un blog che ha gli AdSense di Google, violo la licenza? Il legal code delle Creative Commons esclude la liceità dell’utilizzazione solo quando il fine dell’utilizzazione stessa è primariamente commerciale e non quando il fine è indirettamente commerciale.Ma anche qui, fino a che in un esempio pratico non vengano escluse determinate situazioni che si trovano nella zona d’ombra, rimaniamo nelle ipotesi e nella casistica. È, insomma, necessario un intervento legislativo che sottragga la questione della didattica (soprattutto online) all’arbitrio interpretativo dei titolari di diritti o dei tribunali.

17 commenti

  1. Un'attività didattica è necessariamente culturale. Semmai un'attività culturale non necessariamente è didattica, in quanto la didattica è un insieme di processi la cui finalità è appunto quella di aiutare qualcuno (giovane o adulto) a familiarizzarsi progressivamente con la cultura. Che la Siae debba dire a me che in area privata io sarei docente e quindi titolato a utilizzare immagini protette senza pagarle, mentre in area pubblica io sono un editore qua talis, per cui devo sempre pagare le royalties previste per gli usi gratuiti di immagini protette, mi pare una forzatura priva di senso e sicuramente non costituzionale.

  2. [Roberto Marini] Se il legislatore percepisse il principio di Tommaso Russo, ci sarebbe da ridere. Provate a pensare tutta la questione dei file musicali (MP3) sullo spinoso argomento del p2p. Diverrebbe scaricabile qualsiasi cosa l'importante diverrebbe il non scaricare copie in alta qualità...


    No: diverrebbe solo CITABILE anche per l' intera durata, a scopi di critica o discussione, purche' la qualita' sia abbastanza bassa da rientrare nei LIMITI GIUSTIFICATI da tali fini.

    L' MP3 e' un po' diverso dal Jpeg: non comprime la ridondanza ricostruibile, si limita a eliminare componenti sonore ritenute "non percepibili" perche' di ampiezza troppo bassa rispetto ad altre o "mascherate" perche' di frequenza troppo vicina ad altre. La percentuale di informazione conservata pero' e' molto piu' alta che nel caso Jpeg: su un normale CD, dove il campionamento e' 44.100 volte al secondo e la quantizzazione a 16 bit x 2 canali stereo, un secondo di musica richiede l' informazione di 1.411.200 bit (cioe' un bitrate di 1,4 Mbit/s). L' informazione catturata dai microfoni, conservabile solo da registrazioni a campionamento/quantizzazione molto piu' elevati o su supporto analogico (buon vinile o nastro magnetico), e' superiore: circa 4,6 Mbit/s.

    I file MP3 piu' comuni hanno bitrate di 128 o 192 Kbit/s, e contengono quindi fra il 9% e il 13% dell' informazione dello stesso brano sul CD (fra il 2,7% e il 4,1% della miglior registrazione tecnicamente possibile). E' quest' "alta" percentuale che li fa apparire fruibili per trarne diletto a orecchie di bocca buona.

    La legge ci autorizza gia' a "citare" su un sito Web brani musicali, con esempi anche di alta qualita' purche' limitati nel tempo, a scopo di critica o discussione: per esempio, per mettere a confronto l'attacco della quinta sinfonia da parte di diversi direttori d' orchestra viventi, rendendo disponibili una decina di secondi a qualita' CD.

    Se ritenessi necessario citare un' intero pezzo musicale (di breve durata ovviamente, altrimenti chi la ascolterebbe?) per trattarne, ad esempio, la struttura ritmica generale, penserei ad un MP3 di bitrate 8 Kbit/s (0,17% dell' originale). Ho fatto delle prove in merito: la struttura ritmica e il quadro melodico restano riconoscibili, ma tutte le sfumature vanno perse: la qualita' e' molto inferiore a quella di un sottofondo musicale ascoltato per caso dall' altra parte del telefono (bitrate circa 64 Kbit/s). Provare: assolutamente impossibile trarne godimento, soltanto conoscenza.

  3. [Elvira Berlingieri]...la SIAE ha, di fatto, considerato la perdita di informazione dei file in formato digitale e la raccomanda come requisito per ottenere l’autorizzazione ad utilizzare immagini nei siti. Probabilmente perché le immagini degradate, non adatte alla stampa, minimizzano i “danni” conseguenti alla diffusione delle riproduzioni stesse.

    Analisi corretta: ma questa autorizzazione (a tariffe ridotte) viene concessa per qualsiasi uso, abbellimento estetico, illustrazione per analogia (senza discussione dell'opera), usi commerciali quali la pubblicazione di cataloghi ("favorire le vendite tramite la possibilita' di una consultazione preventiva") e financo pubblicitari.

    Il mio ragionamento e' finalizzato a includere le immagini a bassa risoluzione fra le "parti d'opera" citabili per le finalita' di cui all' articolo 70 LDA, non altre.


    [Elvira Berlingieri]... si specifica che per la riproduzione via Internet le immagini non possono avere risoluzione maggiore di 72dpi, considerando di fatto autorizzate le sole riproduzioni a bassissima risoluzione.

    Questa indicazione e' molto ambigua, perchè i 72 dpi possono essere legati al contenuto informativo di un' immagine solo facendo riferimento alle dimensioni fisiche di un' immagine reale, o una stampa o l' originale. Se il riferimento e' p.es. ad una stampa su pagina A4, la risoluzione corrispondente e' 595 x 841 pixel (circa il doppio della VGA). Se il riferimento e' a La Gioconda (77 x 53 cm), e' 2182 x 1502 pixel (mica tanto bassa...). Per Il Cenacolo (460 x 880 cm), sarebbe di 13040 x 24945 pixel...

    Molto piu' chiara la frase che segue: "e dovra' essere di bassa qualita'".


    [Elvira Berlingieri]...Ciò non esclude che si possa auspicare la fissazione di un “minimo” di quantità di informazione al di sotto del quale non si può più parlare di “riproduzione”, ma è sicuramente difficile trovare una soluzione di compromesso che renda una immagine a risoluzione molto bassa ancora significativa.

    Quando le leggi incorporano dati tecnici rischiano sempre di cadere nell' assurdo. Ricordo una legge che vietava la detenzione di piu' di tot GRAMMI di "materiale radioattivo", rendendo immediatamente illegali i rivestimenti in granito di molti edifici... La legge attuale recita "per uso di critica o di discussione, nei LIMITI GIUSTIFICATI da tali fini e purche' non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera". Mi pare perfetta.

  4. x Inviato da: NEVIO | 06.03.07 16:15 : Una sola domanda : L'autore che crea l'opera che Lei utilizza per la sua "cultura personale" come pensa che debba vivere ? La norma sul diritto d'autore PRESENTE SU QUASI TUTTO IL PIANETA TERRA (ad esclusione forse della calotta antartica) serve proprio a garantire gli autori quel sostentamento che permette di continuare a creare. Per il burocratese moderno: mi space averle procurato brividi ma, stia tranquillo : non è tutelato da diritti di nessun genere. Saluti

  5. Per il prof. Russo: La ringrazio per l’intervento, la Sua argomentazione è, infatti, molto persuasiva ma la SIAE ha, di fatto, considerato la perdita di informazione dei file in formato digitale e la raccomanda come requisito per ottenere l’autorizzazione ad utilizzare immagini nei siti. Probabilmente perché le immagini degradate, non adatte alla stampa, minimizzano i “danni” conseguenti alla diffusione delle riproduzioni stesse.
    In questo documento (http://www.siae.it/documents/olaf_av_utilizzatori_tariffe.pdf), a pag. 30, si specifica che per la riproduzione via Internet le immagini non possono avere risoluzione maggiore di 72dpi, considerando di fatto autorizzate le sole riproduzioni a bassissima risoluzione. Ciò non esclude che si possa auspicare la fissazione di un “minimo” di quantità di informazione al di sotto del quale non si può più parlare di “riproduzione”, ma è sicuramente difficile trovare una soluzione di compromesso che renda una immagine a risoluzione molto bassa ancora significativa.

  6. Se il legislatore percepisse il principio di Tommaso Russo, ci sarebbe da ridere. Provate a pensare tutta la questione dei file musicali (MP3) sullo spinoso argomento del p2p. Diverrebbe scaricabile qualsiasi cosa l'importante diverrebbe il non scaricare copie in alta qualità vicine al CD (o altro metro di misura ma, chi stabilisce? Per l'intenditore di musica è 1000 per il ragazzino che scarica l'ultima novità potrebbe bastare anche 10....).
    No, non credo sia questione di qualità (o similare) ma dell'utilizzo di opere dell'ingegno al di là della loro parziale o inferiore qualità (di cui, tra l'altro l'autore o l'erede si potrebbe anche opporre).

  7. "L'attività didattica è il cuore dell nostra società mentre quella culturale - anch'essa indiscutibilmente importante - è un MERO ARRICCHIMENTO INDIVIDUALE"
    Inviato da: Roberto Marini
    Anche andare in un museo a vedere un quadro, leggere un libro, ascoltare musica sono riconducibili a mero arricchimento individuale quindi è per questo che vanno puniti con "balzelli"(visto costo/non uniformità di tale costo è solo di balzelli si può parlare).
    Il prossimo passo sarà: "Qui potete guardare il dipinto con un occhio solo altrimenti...
    Il testo va letto a bassa voce altrimenti.... Musica da ascoltare solo con l'orecchio sinistro"
    Certo che il "burocratese moderno" di Roberto Marini mi ha provocato un brutto brivido.

  8. Salve,

    sono l' autore del ragionamento che, penso, tramite Enrico Galavotti cui l' ho comunicato, e' finito nella frase dell' interrogazione dell' On. Anna Maria Cardano "citare vuol dire anche riprodurre immagini in modo incompleto o degradato (come ad esempio nel caso delle risoluzioni adottate negli ipertesti didattici sugli attuali p.c. con il formato JPEG)".

    Sono un docente di informatica multimediale e il mio ragionamento e' stato questo:

    il contenuto informativo di un' opera d' arte figurativa e' difficilmente stimabile ("inestimabile", direi) ma e' sicuramente superiore a quello della miglior riproduzione fotografica oggi tecnicamente possibile. Anche il contenuto informativo di quest' ultima (lastra di formato 13 x 18 cm, risolvenza di 200 linee/mm) e' difficilmente stimabile, in quanto la profondita' di colore e' analogica e non quantizzata, ma anch' essa risulta sicuramente superiore a quella della miglior foto digitale oggi possibile (che sicuramente ne degrada la profondita' di colore) di pari risoluzione : e QUESTA e' esattamente calcolabile: si tratta di 26.000 x 36.000 = 936 Megapixel, che moltiplicati per 42 bit di codifica colore danno 39,3 Gigabit. (Si', seguendo Shannon, l' informazione si misura in bit).

    L' immagine de Les Demoiselles d'Avignon messa in linea su Homolaicus aveva 432 x 450 pixel con una profondita' di colore di 24 bit: se fosse stata in formato TIFF, avrebbe avuto un' informazione di 4,665 Megabit. E' stata compressa in jpeg, che include una compressione lossly (cioe' ELIMINA parte dell' informazione, non si limita a "impaccare" l' informazione ridondante che puo' essere ricostruita) e quindi ha un contenuto informativo ancora inferiore, circa 1/4 di quello TIFF: 1,2 Megabit (e, grazie all' ulteriore compressione "lossless", cioe' senza perdita irreversibile, occupa su disco 360.032 bit). La perdita si avverte sopratutto nell' appiattimento cromatico delle porzioni di 8x8 pixel su cui opera l' algoritmo jpeg e nel salto di colore fra i loro margini anche nelle zone dove le sfumature cambianoo gradualmente.

    Il rapporto fra 1,2 Megabit e 39,3 Gigabit e' tre centomillesimi, ossia lo 0,003 per cento.

    L' immagine jpeg in oggetto e' piu' assimilabile a una copia o ad uno schizzo illustrativo?

    Io ritengo si tratti di un' assemblaggio di parti, atte a dare un' idea generale della struttura dell'opera, come potrebbe essere ad esempio il florilegio di un endecasillabo significativo per ogni cantico dell' Inferno (34 versi su circa 4800: 0,7 %), e quindi legittimamente citabile per gli scopi previsti dall' art. 70 lda.

    Purtroppo una sentenza della Cassazione citatissima dalla SIAE (19 dicembre 1996, n. 11343, http://www4.autistici.org/scarph//LSK/sopravvivenza/sentenze/sentenza11343-1996.pdf) sembra contraddire questa interpretazione, dove afferma "la riproduzione fotografica che l' art 13 [lda...] menziona, e' quella che riproduce l' opera tutta integra, quale che sia la scala adottata". Tuttavia viene menzionata solo la scala (che in linea di principio puo' non influire sul contenuto informativo) e non la degradazione (che avviene invece quando si perde in dettagli e colore); e l' argomento non viene ulteriormente approfondito, in quanto nella fattispecie (si tratta di un catalogo messo in vendita) viene subito escluso l' intento di trattazione critica.

    Se questa sentenza non verra' precisata tenendo conto della degradazione ed assimilando una foto, dell' intera opera ma degradata, ad un "riassunto" citabile, ci troveremo per l' ennesima volta di fronte ad un contrasto, magistralmente esposto da Zagrebelsky, fra legge e diritto percepito dal buon senso: un contrasto che alla fine viene sempre risolto in favore del diritto, anche se vuole le sue vittime, come fu per Antigone.

    (coraggio Enrico, nessuno ti condanna a morte, se tutto dovesse andare storto vedrai che faremo una colletta...)

    Per questo e' quanto mai opportuno un intervento in sede legislativa, come le interrogazioni presentate a Camera e Senato, ed un intervento Amministrativo come quello richiesto al Governo sulla SIAE per dar tempo al contrasto di essere ben compreso e superato.

    Tommaso Russo, Trieste

  9. X Inviato da: Elvira Berlingieri | 05.03.07 20:06 : Ottima e chiara spiegazione del concetto del "diritto".
    Spero che il nostro legislatore non "allegerisca" la norma attuale sul diritto d'autore che in un paese civile e democratico è l'unica forma efficace di salvaguardia delle opere dell'ingegno (e qundi della cultura nazionale).

  10. Cara Elvira le invio il mio commento precedente corretto e riveduto. Io la vedo cosi', anche la mia avvocatessa tuttavia la pensa come lei. Tuttavia a mio avviso la vostra e' un'intepretazione che segue troppo la dottrina ed e' quindi di comodo e poco logica. Con simpatia C.W. Brown


    Se l’art. 87 non elimina il diritto dell’autore dell’opera figurativa a controllare le riproduzioni ma crea il diritto connesso del fotografo che riproduce fotograficamente l’opera, questo non toglie che una fotografia di un dipinto e' sempre e comunque una fotografia e quindi se e' effettuata con tutti i carismi del caso ed e' idonea alla stampa o ad altre riproduzioni di qualita' puo' essere considerata una copia dell'opera, e puo' essere tutelata dai diritti d'autore, se riporta il nome dell'autore o della ditta che l'ha eseguita, viceversa e' solo una riproduzione senza valore del quadro, che non puo' in alcun modo essere considerata lesiva dei diritti dell'autore stesso, tanto piu' e a maggior ragione se e' usata senza fini di lucro e per la divulgazione culturale. In ogni caso, e ribadisco il ragionamento, essendo una fotografia dell'opera deve comunque essere soggetta a tutti gli articoli sulle fotografie, e se non riporta il nome dell'autore o della ditta che l'ha eseguita, a mio avviso non puo' essere coperta da copyright. Questa e' la mia interpretazione e non sono il solo a pensarla così. Tanto più che le leggi, oltre ad essere fatte dai politici che notoriamente non sono il massimo del livello intellettuale di un paese, cambiano nel tempo, e sono dunque mutevoli, mentre la logica e il buon senso sono da sempre molto piu' stabili e sono alla base del nostro progresso culturale e scientifico, ovviamente anch'esso minato dalla stupidita' di chi gestisce il potere, ovvero politici, amministratori, e burocrati del diritto in tutte le sue forme. Se poi gli avvocati o i tutori della legge vogliono aver ragione a tutti i costi, rispondero' loro con le parole di William Shakespeare che affermava: "Uccidiamo tutti gli avvocati", tanto e' vero che oggigiorno in molti si ricordano del grande drammaturgo e nessuno sa quali fossero i poveri azzeccagarbugli dell'epoca. Carl William Brown

  11. Per Carl William Brown: se questo ragionamento fosse esatto, e cioè se la foto di un quadro fosse una semplice foto e non una riproduzione del quadro stesso, dovremmo ritenere che la legge tutela il supporto materiale dell’opera e non il suo contenuto. Non è così. Una foto di un quadro, se riproduce il quadro stesso, e non ad esempio, la gente in un museo che guarda il quadro, è di fatto una riproduzione del quadro effettuata con il mezzo della fotografia. L’art. 87 infatti non elimina il diritto dell’autore dell’opera figurativa a controllare le riproduzioni ma crea il diritto connesso del fotografo che riproduce fotograficamente l’opera.

  12. Legge 22 aprile 1941 n. 633

    Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio

    (G.U. n.166 del 16 luglio 1941)

    (Testo coordinato con le modifiche introdotte dalla legge 22 maggio 2004, n. 128)

    Fonte http://www.interlex.it/Testi/l41_633.htm#87

    CAPO V - Diritti relativi alle fotografie

    Art. 87

    Sono considerate fotografie ai fini dell'applicazione delle disposizioni di questo capo le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere

    Dell'arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche.

    Non sono comprese le fotografie di scritti, documenti, carte di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili.

    Da ciò io capisco che le fotografie di dipinti di autori vari prelevate da Internet sono a tutti gli effetti delle semplici fotografie e quindi non sono copie dell'opera stessa, come si evince dal testo sotto riportato.

    Da aggiungere inoltre che una fotografia di un dipinto NON E’ una COPIA dell’ opera. Anche se l’ articolo 13 della LDA riporta la fotografia fra i modi di produrre “copie”, questo non significa che qualunque modo sia adeguato a produrre una copia di qualunque opera, ma semplicemente che per alcune opere dell’ ingegno (film, composizione fotografiche, testi, spartiti) la fotografia è un mezzo adeguato per produrre una copia abbastanza fedele all’originale da permetterne la stessa fruibilità. Per un dipinto, “copia” può essere soltanto un’ imitazione, più o meno fedele, eseguita da un altro pittore con tecniche simili: “disegno, pittura o scultura che riproduce più o meno fedelmente un originale, talvolta a scopo di contraffazione, o a scopo di esercitazione o di diffusione” (DeMauro).

    La foto di un dipinto è semplicemente una fotografia, e viene quindi regolamentata dagli art. 87 – 92 LDA. A conferma di questo, l’ art. 87: sono considerate fotografie ai fini dell'applicazione delle disposizioni di questo capo le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell'arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche. Non sono comprese le fotografie di scritti, documenti, carte di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili.

    E l’ art. 90: gli esemplari della fotografia devono portare le seguenti indicazioni: 1) il nome del fotografo, o, nel caso previsto nel primo capoverso dell'art. 88, della ditta da cui il fotografo dipende o del committente; 2) la data dell'anno di produzione della fotografia; 3) il nome dell'autore dell'opera d'arte fotografata. L’ art. 90 prosegue: qualora gli esemplari non portino le suddette indicazioni, la loro riproduzione non è considerata abusiva e non sono dovuti i compensi indicati agli articoli 91 e 98, a meno che il fotografo non provi la malafede del riproduttore.

    Quanto sopra riportato a mio avviso vale a tutti gli effetti benché l'Art. 13 della Legge sul Diritto d'Autore del 22 Aprile 1941, nr. 633 affermi che: "Il diritto esclusivo di produrre ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell'opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l'incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia ed ogni altro procedimento di riproduzione".

  13. Lessig, nel libro da voi pubblicato, l'aveva previsto: senza una cultura libera non si ha sviluppo del sapere.

  14. La SIAE è un ente di garanzia che applica le norme di tutela del diritto degli autori.
    Occorre fare molta attenzione a non confondere il "didattico" dal "culturale"
    Il didattico è un'attività gestita da specifici soggetti (docenti) con linee guida predeterminate (programmi) destinata ad alunni che a seguito di un percorso - per l'appunto didattico - hanno quella preparazione che viene catalogata dal nostro sistema sociale.
    L'attività culturale è invece una libera attività gestita da organismi vari (associazioni, enti governativi e non, comuni, regioni ecc. ecc.) per fini di lucro o in forme completamente gratuite, destinata a qualunque persona voglia accerdervi con il fine di aumentare la propria cultura personale.
    E' evidente che le cose non possono essere considerate simili (nè tanto meno uguali) proprio per la natura stessa delle medesime.
    L'attività didattica è il cuore dell nostra società mentre quella culturale - anch'essa indiscutibilmente importante - è un mero arricchimento individuale.
    Riamane infine un fatto non sottovalutablie : La SIAE chiede il compenso in questione senza alcuna sovrattassa (o c.d. penale) dimostrando la propria natura di garantire agli autori il loro "giusto e legittimo compenso" e non come - molti credono - l'ente puntivo che chiede balzelli.
    Per ogni tipo di norma, anche quella sul diritto d'autore, vige il principio >.
    Spiace che il Prof. Enrico Galavaotti sollevi una questione che anzi, lui stesso - come promotore "culturale" dovrebbe spiegare a tutti i fruitori che senza il compenso agli autori delle loro opere dell'ingegno, esse neppure ci sarebbero....

  15. Io la vedo in modo più semplice, per ignoranza della legge, ma qui faccio appello al buon senso, sperando che sia "buono". Richiedere un compenso per la riproduzione di un'opera d'arte è un'ingiustizia quando tale pubblicazione è inserita in un contesto educativo, poiché l'educazione delle persone non può e non deve essere mercificata. Se poi lo studente scarica l'immagine la stampa su delle magliette e va a rivenderle al mercato o agli "amici", allora la SIAE pretenda il pagamento dei diritti da costui, non da chi pubblica delle immagini con un altro fine.

  16. Un interessante argomento di attualità, i diritti d'autore, accostati ad un gruppo di contributi alla rete in pino sviluppo: l'E-learning. Molto interessante.

    Ela

  17. Vorrei semplicemente aggiungere a questo tuo ottimo intervento, che ha esattamente capito i termini della questione, che la Siae è tassativa sui 72 dpi di risoluzione di un’immagine jpeg, sia ch’essa venga messa gratuitamente in area riservata per fini didattici, sia che venga pagata e messa in chiaro. Io quindi vorrei sapere come può un’immagine di 72 dpi, che è quanto di più povero esista in rete, essere copia fedele di un dipinto.