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I nemici della nostra privacy siamo noi

Always on

di

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27

gen

2015

A novembre ho avuto l’occasione di assistere, per il terzo anno di seguito, al Fujitsu Forum a Monaco di Baviera.

Non ho voluto perdermi il talk di Joseph Reger, il CTO di Fujitsu. Non è accreditato come uno dei grandi guru dell’informatica, ma i suoi talk tendono ad anticipare i tempi. Quest’anno ha parlato di hyperconnection.

In particolare Reger ha puntato al fatto che stiamo passando sempre più tempo collegati online e che i prossimi passi dell’informatica saranno rivolti a farla diventare più human centric e a portarla sempre più vicino al corpo della persona. Sensori indossabili e braccialetti per il fitness sono solo l’ultima frontiera in termini temporali.

Ha mostrato un recente Proof of Concept, dove Fujitsu ha fornito tutta la parte tecnologica, che utilizza comuni sensori e smartphone per monitorare costantemente persone anziane nelle proprie abitazioni al fine di evitare che possano trovarsi in situazioni di pericolo e si possa intervenire tempestivamente in caso di problemi di salute o incidenti. Ad un certo punto ha dichiarato:

Stiamo andando verso un futuro dove non dovremo essere noi ad andare dal medico ma ci chiamerà lui nel caso i nostri valori non risultino ottimali.

Ho passato qualche giorno a riflettere sulle implicazioni di quanto affermato da Reger. Tutto quanto mi è tornato in mente in questi giorni perché ho avuto modo di vedere due film: Transcendence e Lei.

Nel primo film un esperto di intelligenza artificiale, dopo aver subito un avvelenamento da polonio per via di un attentato, riesce a fare l’upload della propria coscienza in un computer quantistico (ricorda molto il libro Il cervello trappola di Alfred E. Van Vogt), riuscendo quindi ad espandere le proprie potenzialità tramite l’interconnessione globale con la rete.

Nel secondo il protagonista Theodore Twombly, dopo aver installato un nuovo sistema operativo ad intelligenza artificiale sul proprio computer, finisce per innamorarsene, trovando la sua compagnia più stimolante rispetto alle controparti femminili reali. Nel film, il fatto che sia lui che il suo computer siano sempre connessi ha una specifica implicazione nell’evoluzione del rapporto tra l’umano e l’intelligenza artificiale.

Ora come ora nessuno (tranne Raj Koothrappali in Big Bang Theory) può rischiare di innamorarsi del proprio assistente digitale, Siri o Cortana che sia, ma rimane il fatto che siamo davvero iperconnessi e sviluppiamo centinaia di relazioni senza nemmeno che ce ne rendiamo conto. E questo ha decisamente delle influenze sulla nostra vita.

Sempre più connessi

Una volta i nostri computer erano isolati e ci riempivamo le tasche di supporti magnetici per spostare i file da una parte all’altra. Poi si sono connessi in rete locale, poi sono stati dotati di modem, poi di Wi-Fi, connessioni 3G/4G e avanti così. E più siamo andati online più abbiamo lavorato online. Gli account delle macchine sono validati dai servizi cloud di Apple, Google o Microsoft. Usiamo sempre più dati in rete via Dropbox, Google Drive, iCloud, Mega o chi esso. La posta elettronica è ormai online, i contatti sincronizzati tra decine di dispositivi e via così. E le decine di sistemi di messaggistica, da computer o da mobile. E poi sono arrivati i social network e gli smartphone.

Forse solo le liti per l’eredità hanno mietuto tante vittime quanto Facebook, Whatsapp, Snapchat e gli smartphone/tablet. Nella vita, oltre ad essere un nerd a 360°, mi occupo di Digital Forensics. Per me contano macchine e fatti e, come a molti informatici, questo sta bene visto che tendo a ragionare per logica binaria e sono poco avvezzo a destreggiarmi con qualcosa di erratico come un fulminatore la psiche umana.

Eppure da qualche anno mi sono dovuto mio malgrado improvvisare consulente matrimoniale/spirituale o psicologo, perché capitano a decine:

  • Mogli in lacrime che chiedono di periziare il computer/tablet/cellulare del marito in cerca di prove di una vera o presunta scappatella.
  • Genitori disperati perché il figlio sta prendendo una brutta piega e si accorgono che non hanno la più pallida idea di che vita conduca visto che gli hanno regalato uno smartphone quando era alle medie, lui ci ha riversato tutta la sua vita e ora loro, che non sono mai andati oltre il Nokia 3310, non sanno come raccapezzarsi.
  • Uomini che hanno intessuto relazioni torbide e cariche di sottintesi, per scoprire che la bionda con il fisico da pinup che si è interessata di loro, cinquantenni calvi e sovrappeso, è in realtà un camionista lituano con la passione dell’IT.
  • Playboy digitali che dopo aver fatto sesso via webcam con qualche ragazzetta conosciuta via Facebook, si vedono arrivare richieste di denaro per non vedere diffuso a parenti e colleghi il video che li ritrae nudi davanti al PC mentre emulano il ragionier Fantozzi allupato davanti alla TV che mugola togliti le mutande.
  • Persone la cui carta di credito è stata bloccata, per l’ennesima volta, per colpa di incauti acquisiti su siti equivoci o per risposta all’ennesimo spam sgrammaticato proveniente dalla loro banca.
  • Ragazzine ricattate per avere ceduto alla tentazione di spedire un selfie molto piccante al loro ragazzo del mese.
  • Madri le quali, dopo l’ennesimo servizio (anche un po’ sensazionalistico) sulla pedofilia in rete pensano che, forse, aver pubblicate 500 foto del loro pupo su Facebook (per far vedere a tutti che è il più bello del mondo), con tanto di indirizzo di casa impostato come pubblico, forse non è stata la migliore delle idee.
  • Persone che scoprono di colpo che le videocamere di sorveglianza di casa riversano dati su un NAS connesso a Internet; può non essere molto furbo, specialmente se si sono fatte cose porche con l’amichetta sul divano del salotto buono mentre la moglie era fuori.

È inutile girarci attorno. Siamo già iperconnessi e stiamo già ampiamente dimostrando che non lo sappiamo gestire. Non capiamo i pericoli, non capiamo che la rete non dimentica (e lo dico specialmente per i selfie hot), non capiamo che siamo noi, in primis, i nemici della nostra privacy e della nostra sicurezza.

E a tutto ciò dovremmo aggiungere anche una prossima diffusione dei nostri dati sanitari presi da chissà quanti sensori acquistati a caro prezzo, nonché di tutte le nostre abitudini raccolte diligentemente dalle prossime smarthome piene di oggetti connessi alla Internet of Things.

Credetemi: l’essere chiusi in casa da un hacker coreano che si è impadronito del sistema di sicurezza di casa nostra, penso sarà il minore dei problemi.




Andrea Ghirardini (@darkpila) è uno dei precursori della Digital Forensics in Italia. Sistemista multipiattaforma – anche se con una netta preferenza per Unix – con una robusta esperienza in materia di sicurezza informatica, si occupa in particolare di progettare sistemi informativi di classe enterprise. È Chief Technical Officer in BE.iT SA, società svizzera facente parte del gruppo BIG, specializzata nella gestione discreta e sicura di sistemi informativi aziendali. Per Apogeo è autore di Digital Forensics edito nella collana Guida completa.

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Un commento

  1. Una giornata di privacy | Apogeonline

    [...] li crea e li mantiene, o noi utenti abbiamo la nostra dose di responsabilità? Proprio ieri si è segnalato che in molti casi i nemici della nostra privacy siamo noi, quindi un maggior livello di [...]

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