Buona informazione al tempo della rete

Su Internet, dare voce non è comunicare

di

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15

lug

2013

Il lavoro culturale e sociale da compiere per un utilizzo generalizzato veramente proficuo dei media digitali è ancora lungo.

Antonella Napolitano è reduce da State of the Net 2013 ed esperta di accesso all’informazione e comunicazione attraverso i media digitali. Un personaggio ideale per fare il punto su varie problematiche che toccano la rete.

Nell’epoca in cui chiunque può aprire il proprio spazio di espressione su Internet e un miliardo di persone fa sentire la propria voce attraverso Facebook, per tacere di tutto il resto, spiegavi proprio a Trieste che dare voce non è comunicare‚ relativamente ai problemi di dialogo tra i cittadini e le istituzioni. Dove stanno i problemi e quali sono le soluzioni, o almeno il primo passo da compiere?

È come cercare di far comunicare due persone di diversa nazionalità che non conoscono l’una la lingua dell’altra. Come qualche esperienza in un Paese straniero può farci ricordare, però, la volontà di comunicare in qualche modo riesce a farci ottenere qualche informazione utile, almeno. Ma solo se il nostro interlocutore vuole comunicare con noi.
Questa precondizione mi sembra mancare nella maggior parte dei casi e credo sia il primo passo da fare: le istituzioni non sono abituate a comunicare coi cittadini, sono abituate a controllare le informazioni e a non condividerle. D’altro canto i cittadini, spesso esasperati per vari motivi, usano i nuovi canali per sfogare la frustrazione, più che per dialogare e partecipare, rendendo difficile il lavoro anche a chi lavora bene e cerca di spiegare l’azione pubblica.
Una comunicazione efficace comincia col reciproco ascolto. Per poi trovare un linguaggio comune.

Con Diritto di Sapere avete pubblicato ad aprile The Silent State, il primo rapporto sull’accesso all’informazione in Italia, da cui emerge la scarsa propensione della pubblica amministrazione a dare risposte ai cittadini. Tra arretratezza, ignoranza, burocrazia, malafede, scarsità di risorse, impreparazione e tutte le altre spiegazioni possibili, qual è il mix?

Abbiamo realizzato il primo studio sull’accesso all’informazione in Italia, col paradosso che si è trattato del primo mai realizzato dal 1990, anno a cui risale la nostra (molto carente) legge sull’accesso all’informazione. I risultati non sono stati confortanti e forse uno degli elementi chiave è la mentalità della pubblica amministrazione. A una richiesta di accesso non si risponde per molti motivi, ma forse tra i principali c’è l’idea che si tratti di lavoro in più e non necessario, perché fino ad ora questa è stata la prassi. Tanto che i giornalisti, che hanno possibilità di accesso maggiori dei cittadini, grazie al diritto di cronaca, raramente ne fanno uso. Anzi, nel corso dei training che abbiamo fatto a giornalisti e ONG, abbiamo scoperto che spesso non hanno neanche idea di cosa si tratti.

A State of the Net il tema era la complessità. Come si declina il concetto rispetto al lavoro che svolgi e alle sue implicazioni?

In numerosi modi… basti pensare che, da quando ho iniziato a parlarne con i due speaker del mio panel (Jon Worth e Pietro Speroni di Fenizio), l’idea che avevo è cambiata almeno tre o quattro volte!
Scherzi a parte, penso che la complessità sia una delle principali caratteristiche di una società che non solo sta mutando, e in fretta, ma che lo sta facendo senza seguire molti degli schemi validi fino ad ora: i paradigmi del cambiamento vanno ricercati unendo l’elaborazione fatta in tante discipline, fuori dalle gerarchie a cui siamo abituati, ma senza pensare di poter semplicemente cancellare tutto quello che c’era fino ad ora. E forse elaborare la complessità, come dice Gigi Tagliapietra [che abbiamo recentemente intervistato. N.d.R], è provare a usare altre forme di comprensione, oltre al cervello.

Parliamo di *leaks. Quali sono le contraddizioni da dirimere tra la libertà di informare e di essere informati e i vincoli alla circolazione delle informazioni? Se possiamo leggere i cablogrammi dell’ambasciata indiana ma non quelli dell’ambasciata pakistana (un esempio qualsiasi), come facciamo a costruirci un’idea equilibrata delle tensioni tra i due Paesi? È legittimo voler conoscere la cartella clinica del nostro vicino di casa o del nostro collega di ufficio, o da parte della banca come spendiamo il nostro stipendio? La vita di un agente sotto copertura arriva prima o dopo la libertà di svelare documenti che svelano l’attività dell’agente? Dove si traccia la linea tra quello che deve essere divulgato e quello che invece no?

L’autore degli ultimi leak, Edward Snowden, a queste cose ha appunto pensato: stando a quanto dichiara, molte informazioni sono “al sicuro” e non sono state date ai giornalisti e particolare attenzione è stata fatta affinché non venissero messe in pericolo le vite di agenti sotto copertura, ad esempio, una distinzione a cui Wikileaks aveva fatto meno attenzione. Ci sono motivi molto validi per cui informazioni di quel tipo e molte altre riguardo alla gestione di affari internazionali sono private. E ci sono altrettanti buoni motivi per cui certe altre informazioni dovrebbero essere comunicate in un’ottica di trasparenza.
Non sta al cittadino valutare, ma alle istituzioni capire che non si può parlare di trasparenza pensando di avere ancora il monopolio informativo.
La cosa che da cittadini iniziamo a chiederci, piuttosto – e sono domande a cui le istituzioni devono saper rispondere – è quanti dei nostri dati siano in possesso dei governi, se vengano raccolti in modo legale e come vengano e possano essere utilizzati. Siamo sicuri di saperlo?

L’Italia, per quanto faticosamente e facendo due passi avanti e uno indietro, è sulla strada dell’informatizzazione della Pubblica Amministrazione e un ruolo importante potrebbe essere ricoperto dagli Open Data. La trasparenza potrebbe essere un fattore di riduzione di corruzione, sprechi e inefficienze, o la burocrazia e le baronie sono comunque destinate a prevalere?

Cito il mio collega di TechPresident David Eaves, in una sua recente intervista a La Stampa:

Io non credo che gli open data possano sconfiggere la corruzione ma sono convinto che possano rendergli la vita difficile.

Contrariamente a quanto si può pensare, i dati “aperti” non sono neutri: hanno valenza politica e con obiettivi politici possono essere usati.
A livello internazionale, ad esempio, si condividono strategie sui dati relativi ai contratti nella PA: ottimo modo per combattere la corruzione, ma non basta, se non c’è volontà di perseguire i colpevoli.
E, ancora di più, non è sufficiente se manca una cultura che riconosce la corruzione (e gli sprechi) come sbagliata: a parole è facile da dire, e molto popolare. Ma il livello di evasione fiscale del nostro Paese, il clientelismo, insomma “la corruzione spicciola”, parlano chiaro: gli open data sono utilissimi ma hanno un’efficacia limitata se non ci sono cittadini con una cultura della legalità a capirli e usarli.

Abbiamo già intervistato Pietro Speroni di Fenizio sui temi della e-democracy e degli strumenti informatici cui si lavora per arrivare forme di governo più democratiche e partecipate ma comunque capaci di prendere decisioni. A livello di consapevolezza pubblica, di cultura a tutti i livelli sociali e istituzionali, come stiamo? A prescindere dalle valutazioni politiche, per numero di partecipanti le Quirinarie  valevano scientificamente meno di un buon sondaggio; persone che lavorano molto possono dedicare poco tempo a partecipare, al contrario di persone che lavorano poco e hanno molto tempo; ci ricordiamo tutti un rappresentante di lista un po’ troppo sollecito o fazioso all’ultima visita al seggio: oltre alla piattaforma e ai meccanismi, non serve un lungo e profondo lavoro culturale per arrivare davvero alla democrazia della rete?

Anche in questo caso, appunto, la cultura è un elemento chiave, che non si ottiene semplicemente protestando e che richiede tempo e profondità. Tutte caratteristiche a cui siamo poco abituati.
Spesso la soluzione più semplice è dire che le tecnologie per la partecipazione non sono ancora adeguate. Chiariamo, questo è vero ed è utile lavorarci, ma non credo che sia condizione sufficiente perché tali dinamiche siano efficaci, in assenza di una cultura della partecipazione. Sono molto scettica anche sull’uso di espressioni come democrazia della Rete, fanno pensare a una specie di determinismo tecnologico in cui la Rete diventa garanzia di un processo funzionale.
Ora, non penso che questo sia vero, e non solo per via del digital divide tecnico e culturale, che troppo spesso dimentichiamo nelle nostre analisi su questo tema. La democrazia diretta non può funzionare nella nostra società e non la ritengo neanche auspicabile: non abbiamo competenza su tutti i temi che l’attualità ci propone e poco tempo per farcene un’opinione: spesso la conseguenza è farci guidare dall’emotività e dall’appartenenza a qualche organizzazione, politica o meno.
Siamo sicuri che su grande scala questo meccanismo possa somigliare a una forma da definire democratica?

Sei autrice di libri su trovare lavoro via LinkedIn e fare politica con Facebook. Che evoluzione vedi in questi due ambiti?

Dovendo trovare un elemento comune: che i social media stanno creando modi nuovi di condurre attività che facciamo da molti anni. Creando connessioni, reti, aprendo sempre di più il mondo a cui eravamo abituati, dando voce a chi non l’ha mai avuta. Il linguaggio è diverso e così i comportamenti da adottare, ma non gli obiettivi e le azioni.
Mi piace pensare che i libri che ho scritto siano manuali di buonsenso: spesso ci facciamo “spaventare” dall’idea che ci sia della tecnologia coinvolta, quando in realtà si tratta ancora e sempre di come ci mettiamo in relazione con gli altri.

Qual è stata l’esperienza più appagante che hai vissuto a Trieste durante State of the Net?

La possibilità di avere il tempo – letteralmente – di pensare e scambiare riflessioni su questi temi con speaker di alto livello e pubblico coinvolto.
E la scoperta di un gruppo di giovani studenti al Master in Comunicazione della Scienza della SISSA, che hanno fatto cronaca live della giornata e che sono e saranno ottimi professionisti.




Antonella Napolitano (@svaroschi) è editor europeo di TechPresident, un magazine online internazionale che analizza l’impatto della tecnologia su politica e società. Si occupa di consulenza nell’ambito della comunicazione per aziende, pubblica amministrazione, politica e no-profit. Ha pubblicato LinkedIn. La rete per trovare il lavoro dei sogni, Facebook e la comunicazione politica e LinkedIn per aziende e professionisti.

In Rete: svaroschi.blogspot.com

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