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No-Guru Zone

Stiamo cablando una casa di vetro?

di

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Nell'immagine, un progetto di Carlo Santambrogio e Ennio Arosio

02

set

2010

Saremo obbligati dalla pressione sociale a essere trasparenti, sempre e comunque? E questo non ci porterà, sui social media, a recitare sofisticate commedie per nascondere la nostra (talvolta discutibile) realtà?

Anni fa, quando abitavo in Lussemburgo (il primo del paio di giri da emigrante che ho fatto), ero rimasto molto colpito dalle tendine olandesi. O meglio, dalla mancanza generalizzata delle tendine alle finestre. Il mio compagno di birre autoctono aveva razionalizzato il costume in termini sociologici. La mancanza di tende e la perfetta visibilità dall’esterno era una garanzia, diceva, una dimostrazione della moralità degli abitanti. Probabilmente un retaggio calvinista, comunque un modo di dimostrare che non si aveva nulla da nascondere. Vivendo quindi in modo assolutamente trasparente. Con l’arrivo di Internet, e in particolare dei social media, anche noi abbiamo tolto un sacco di tendine dalle finestre. Anzi abbiamo fatto di più: invece di lasciar guardare chi è interessato, ci diamo da fare per diffondere proattivamente i fatti nostri al nostro network.

Perché avevi il telefono staccato?

Ora, la questione secondo me (e l’ho già detto) ha sicuramente degli aspetti positivi – grazie a Facebook e agli altri social network posso sapere che cosa fanno gli amici a cui tengo, restare aggiornato anche quando non ho il tempo di telefonare, rivederci a distanza di tempo scoprendoci sintonizzati. Ha degli aspetti interessanti anche dal punto di vista professionale, a volte anche per il tramite di messaggi un po’ obliqui e criptati, specialmente per quello che riguarda le geolocalizzazioni: tracciando i tuoi spostamenti, il tuo mondo e il tuo mercato possono ricevere messaggi che non potrebbero essere passati esplicitamente in precedenza, per esempio in termini di  nuovi affari in corso. Insomma, come in tutte le faccende di Internet, c’è molto di buono. Ma ci sono anche dei rischi.

Un esempio classico del potenziale di rischio ce lo dà già il telefonino. Provate a lasciare spento il cellulare: amici e clienti vi fanno il terzo grado, se non siete rintracciabili. Ancor di più mogli o fidanzati, che in casi limite vanno a controllare se davvero la batteria è al limite o il credito è esaurito. Abituando il mondo a un’assoluta trasparenza, l’opacità diventa sospetta. Non comunicare, non dire dove siamo e che cosa facciamo (e con chi, facile attraverso l’incrocio degli status o dei posizionamenti su Foursquare) potrebbe presto significare che ciò che non comunichiamo non è comunicabile. Il sospetto. Un po’ come la faccenda delle intercettazioni telefoniche, anche se ci siamo arrivati attraverso un percorso diverso: ora si sostiene perfino che tutti dovrebbero essere intercettati,e i verbali resi pubblici. Chi si oppone ha sicuramente qualcosa da nascondere. Il rifiuto,l’appello alla privacy potrebbe assurgere alla confessione di non essere persona retta, proba, al di sopra di ogni sospetto. Del resto si dice non avere nulla da nascondere, che significa non mettere tendine alle proprie finestre, digitali o reali che siano.

Amico cliente

A me, non avendo ovviamente nulla da nascondere, può andare anche bene un regime orwelliano di mancanza di privacy. (Sto mentendo spudoratamente, ma se dicessi il contrario so che instillerei il sospetto di oscuri retroscena e doppie vita censurabili.) Però la questione si fa complicata. Il caso tipico: un cliente o un datore di lavoro ti chiede l’amicizia su Facebook. Ergo l’accesso alla tua vita privata, per cominciare – qualcosa che non necessariamente ti va di fare. Se gli dici che domani proprio non puoi andare in riunione e dobbiamo trovare un’altra data, può diventare imbarazzante se scopre che gli hai scombinato l’agenda per una cosa così meschina come prenderti un giorno per riordinare la cantina. E non è solo una questione di livelli di privacy, di selezione di quali informazioni rendere visibili a chi, vedi Diaspora e compagni. Se a un cliente attivassi una amicizia di “livello cliente” e quindi gli togliessi la visibilità sulle mie cose private, c’è anche chi potrebbe risentirsi, sulla base che “ormai siamo amici no?”. O peggio: “credevo fossimo amici e ci si potesse fidare l’uno dell’altro”. O ancora peggio: “va bene la privacy, ma se mi nascondi delle informazioni allora vuol dire che hai qualcosa da nascondere?”.

E così, in maniera più allargata, l’impossibilità di celare senza conseguenze informazioni a tutta la rete personale: possono essere i possibili clienti, il mercato, i conoscenti superficiali, i parenti o le persone importanti che è interessante tenersi buone, ma che amici amici non sono. Persone che magari non si prendono il mal di pancia di buttare l’occhio dentro casa nostra, di sbirciare dalla finestra – a meno che non ci sia una tenda oscurante, nel qual caso diventano immediatamente interessatissimi.

Personaggi

Conclusione: se finora i social media sono (anche) stati un modo di raccontare al mondo come siamo davvero, forse domani diventeranno la rappresentazione del nostro personaggio per tenere celata la nostra vera natura; il teatro di una commedia giocata su un palcoscenico digitale dove tutti potrebbero osservarci (e, come sostiene mia madre, già lo fanno, ragion per cui occhio ad avere sempre la biancheria pulita e i calzini senza buchi, che non si sa mai e la gente parla). Dovremo allora gestire la nostra immagine, il nostro personal brand, il nostro percepito sulla base di raffinati script che metteremo in scena online (o commissioneremo a sceneggiatori digitali), per fare la giusta figura con il nostro network. Togliendo sì le tendine dalle finestre, ma sostituendole con un telone su cui proietteremo il film di come dovrebbe essere – in modo socialmente accettabile ed encomiabile – la nostra vita.




Roberto Venturini è Strategic Planner e consulente di marketing digitale, giornalista e blogger. Tra i pionieri dell'Internet Marketing Italiano, padre di due figli, un blog e cinque gatti.

In Rete: robertoventurini.blogspot.com

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5 commenti

  1. Matteo

    la cosa che trovo maggiormente preoccupante è la semplicità e facilità con cui la gente condivide qualsiasi cosa in rete e soprattutto sui social media (leggi facebook).
    Per lavoro contatto personalmente utenti su Facebook per interagire con loro, dare info sulla mia azienda e fare del social CRM e mi accorgo che quasi tutti “concedono” amicizia ad uno sconosciuto come me, che nel profilo non ha una foto personale, ma un logo, dandomi accesso a tutta la loro vita e contatti, con un solo click.
    Trasparenza eccessiva non trovi?
    Matteo

  2. Gabriele De Ritis

    Effettivamente, siamo portati ad oscillare tra aperture a volte eccessive e (conseguenti) sforzi di arginamento e protezione della nostra privacy.
    Temo che nel web, se ci affacciamo negli ambienti come Facebook che non consentono di ‘nascondersi’ nemmeno un po’, difficilmente riusciremo a mantenere integro il confine che separa pubblico e privato. Accade, infatti, che uno dei tanti che interloquiscono con noi contribuisca a far conoscere tratti significativi della nostra personalità e porzioni importanti della nostra esistenza, dialogando con noi ‘in bacheca’, invece di farlo con la più discreta posta elettronica. Quando compare un messaggio imbarazzante, non facciamo sempre in tempo a farlo rimuovere. E a volte farlo serve a suggerire all’amico ‘invadente’ che abbiamo qualcosa da temere…
    Possiamo ‘selezionare’ il nostro pubblico, attestandoci a un ‘livello’ comunicativo che non consenta troppa familiarità: questo sì possiamo farlo. E funziona quasi sempre. Insomma, un po’ riusciamo a ‘difenderci’ dall’assalto dell’immortale volgarità umana, come dice il poeta.

  3. Social Sharing – September 2nd : Catepol 3.0

    [...] catepol shared Stiamo cablando una casa di vetro?. [...]

  4. il Limo

    Se gli dici che domani proprio non puoi andare in riunione e dobbiamo trovare un’altra data, può diventare imbarazzante se scopre che gli hai scombinato l’agenda per una cosa così meschina come prenderti un giorno per riordinare la cantina.

    Questo è proprio l’esempio lampante che rende traballante tutto l’articolo.

    Il “non aver niente da nascondere” non implica solo l’aver compiuto gravi crimini penali, civili o sentimentali. La vera trasparenza riguarda le buone maniere, il rispetto per i tuoi clienti o amici, la correttezza per gli impegni presi o da prendere.

    La trasparenza ci minaccia tutti indistintamente: da chi è con l’amante a chi fa il furbo sul lavoro, da chi si spaccia per quello che non è a chi semplicemente non è un amico affidabile.

  5. Stefano

    Certamente l’arrivo dei social network, diffuso ormai su larga scala, anche a persone che utilizzano il pc solo per facebook, richiede un adattamento alle persone su questa nuova finestra senza tende (o tende molto trasparenti). Io evito di scrivere sui social network cose eccessivamente personali, ma qualcosa (idea politica, religiosa o sfogo) scappa. Ci sono persone invece che scrivono veramente di tutto, e come sottolineano altri commenti, accettano amicizia tranquillamente da sconosciuti. Questo non so quanto significhi che non hanno nulla da nascondere o forse il desiderio di apparire (social network come media in cui essere in qualche modo “popolari”). Penso che molte persone, specie i giovani, si lascino andare scrivendo informazioni eccessivamente riservate, che possono poi un domani, creare problemi lavorativi, di amicizia (magari si scrive qualcosa di negativo di qualcuno, salvo poi successivamente diventarci amico), ecc. . Il punto forse sottovalutato, è che le informazioni rimangono (per anni) e noi tendiamo per forza di cose, a dimenticare quali informazioni abbiamo pubblicato e dove, come una entropia di fatti che ci riguardano. Se ci si da un limite, e si è coscienti che è come pubblicare delle notizie in piazza, si può stare tutto sommato tranquilli. I piu smaliziati possono comunque regolare i livelli di accesso, ma poi come dice l’articolo, c’è chi se ne risente. Ad ogni modo credo che la trasparenza di per se non significhi non avere scheltri nell’armadio (che non si vedono, anche senza tende), cosi come la privacy non stia ad indicare mancanza di correttezza, semmai la selezione di cosa dire a chi, con un livello di dettaglio non configurabile da nessun social network. Comunque questi nuovi modi di comunicare sono molto utili, ma stanno impattanto sulla società e sui rapporti interpersonali in modo profondo e chissa come cambiaranno le abitudini delle persone nel lungo periodo. Stiamo a vedere (e siamo coscienti delle tracce che lasciamo).

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