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Mutazioni digitali

Connessi e trasparenti gli uni agli altri, un caso

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11

ago

2010

Alla ricerca delle proprie radici e dei familiari sconosciuti: grazie a Facebook un gruppo di figli adottivi condivide esperienze e fa fronte comune contro i norme troppo restrittive

Quando pensiamo alle forme diffuse di aggregazione e di partecipazione in Rete,  come i gruppi di Facebook, spesso ci vengono in mente modalità di adesione superficiale a tematiche vaghe e generiche quando addirittura non banali. L’adesione sembra ridursi, talvolta, a un semplice gesto de-responsabilizzato mosso dal piacere relazionale (chi mi ha invitato al gruppo) o di intrattenimento (la tematica proposta è divertente) più che essere la manifestazione di una causa sposata con alta vocazione capace, poi, di tradursi in qualche forma di azione.

Partecipazione

D’altra parte se il 54,6% degli utenti Italiani (dati dell’ottavo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione) fa parte di gruppi di interesse o ha preso parte a sottoscrizioni apparse su Facebook solo il 10% ha effettivamente partecipato a eventi sociali (di informazione o intrattenimento) e manifestazioni politiche di cui è venuto a conoscenza tramite questo sito di social network. Come dire: ci sono molti dubbi sulla “consistenza” delle forme di adesione su Facebook, forme che raramente hanno la capacità di “andare in piazza”, di tradursi in un modo di rappresentare concretamente problematiche o di suscitare conseguenze nella realtà politica, giuridica eccetera.

Eppure le potenzialità dei gruppi su Facebook vanno oltre la pura dimensione espressiva o ludica. Le possibilità di auto-organizzazione di un gruppo, di raccordo e messa in connessione tra  cittadini portatori di interessi particolari, di prendere la parola in pubblico affermando il diritto a un modo di auto-rappresentarsi, sono elementi che stanno sullo sfondo di una capacità di poter agire concretamente sulla realtà che ci circonda. Per questo, accanto al racconto della Rete fatto di forme dedite all’intrattenimento e al disimpegno, alla superficie e alla gratificazione istantanea, vale la pena accostare quello di micro realtà che hanno una loro “densità” e che spesso proprio in luoghi come Facebook  trovano il loro terreno fertile.

100 anni

Penso al racconto rappresentato dal gruppo Facebook “La punizione dei 100 anni. Sostegno ai figli adottivi non riconosciuti” e dalle 1.200 persone iscritte. A quello di Emilia Emiliani, che scrive sul suo profilo: «Mi sono iscritta su Facebook per ricercare la mia madre naturale e mio fratello/sorella», lei, fondatrice del gruppo e appartenente al Comitato Diritto Origini Biologiche, che mi ha raccontato il senso di questa forma di partecipazione:

Questo gruppo è servito a far uscire dall’ombra tante persone che, non essendo state riconosciute alla nascita dalla madre biologica, non possono, per la legge italiana, conoscere le proprie origini se non dopo 100 anni, un periodo superiore a quello previsto per i segreti di Stato. Contro questa iniquità ci stiamo battendo, e, proprio grazie a Facebook siamo riusciti a rendere nota la nostra causa e a portare tre proposte di legge in Parlamento, sperando di veder così riconosciuto un nostro fondamentale Diritto, come esseri umani. Senza il web non ci saremmo mai esposti, né conosciuti, né tantomeno avremmo potuto contattare giornalisti e politici, portando al nostro attivo le odierne conquiste, e, forse, un domani, un importante risultato per migliaia e migliaia di persone, intimidite da un antico e enorme tabù.

Trasparenti

Emilia spiega chiaramente come, attraverso questo modo di connettersi, persone che sono portatori individuali di una problematica hanno avuto la possibilità di rendere il loro tema trasparente e rendersi trasparenti gli uni agli altri. Facendo sì che una condizione come la loro non venisse vissuta solo come una realtà personale e insegnando ad altri a riconoscere come legittimo il loro desiderio di “sapere”. Una volontà di sapere che spesso fa superare il digital divide: «Tra i più attivi del comitato per il diritto alle origini ci sono persone over 50, che si sono convertite a Facebook proprio quando hanno capito quanto le potesse aiutare», racconta Emilia.

Alcuni siti si erano interessati al problema, in particolare Figli adottivi e genitori naturali, ma la quantità di persone presenti era molto inferiore a quello che si è potuto raggiungere su Facebook dove non bisognava andarci apposta, ma magari si capitava per puro caso, tramite contatti amicizie e gruppi, e soprattutto senza bisogno di registrarsi entrando a far parte di una comunità-ghetto. Facebook dà invece la possibilità di parlare dei problemi di chi cerca le proprie origini, anche en passant, sentendosi più liberi e meno schedati. Tramite Facebook ci si scambia opinioni ed emozioni, che in questo caso sono tante, a volte dal sapore tragico e comunque sempre caratterizzate da una grande sofferenza interiore. Molte persone hanno preso coraggio e non si sono sentite più sole, hanno avuto modo di scambiarsi anche utili informazioni su come condurre le ricerche tramite le istituzioni e riuscire a ottenere quanto meno la cartella clinica personale, dove, pur non essendoci i dati anagrafici dei genitori, è scritto quanto pesavi alla nascita e che malattie hai avuto. Per chi non sa niente di sé è già tanto!

Nella bacheca sono inanellati racconti carichi di emotività e richiesta di legittimazione e riconoscimento: «Anche io sono figlia adottiva, purtroppo ho perso prematuramente la mia mamma adottiva e mio papà si è rifatto una vita scegliendo di non vedermi più, ho 32 anni adesso,ma la voglia di cercare la mia vera famiglia e’ diventata più grande di me perché non ho più nessuno, purtroppo non so nulla se non il mio cognome alla nascita». «Ho urgenza di ritrovare le mie origini, perché affetta da una seria patologia genetica, che purtroppo ha intaccato ancora più gravemente mio figlio di soli 2 anni, costretto a subire esami sempre più invasivi».

Senza filtri

Sono racconti attraverso i quali le persone si riappropriano della possibilità di rappresentare da soli questa tematica, senza filtri e mediazioni istituzionali, in un luogo, un gruppo sulla Rete, che può essere sia un punto di ascolto e conversazione che un modo di sollecitare, poi, forme di rappresentazione più istituzionale. Nella sezione discussioni del gruppo troviamo, ad esempio, il testo delle audizioni tenute alla commissione giustizia della camera da magistrati psicologi e professori di diritto comparato che li seguono e li sostengono. Perché la finalità della partecipazione attraverso Facebook ha a che fare non solo con dinamiche di supporto tra persone ma con le possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica e creare una cultura diffusa di questa tematica:

Noi del comitato non desideriamo che si continui a usare Facebook per le ricerche personali. Non intendo certo censurare queste ricerche ma sono convinta che il gruppo, come anche la pagina del comitato, debbano essere riservati a documentazioni sociologiche, bioetiche e del diritto, magari meno attraenti nell’immediato ma che rispondono al vero spirito per cui siamo nati.

Il gruppo Facebook di Emilia e degli altri figli adottivi mostra come portatori di particolari interessi possano connettersi in pubblico e rendere la loro connessione una trasparente forza di pressione verso i media e le istituzioni e che la barriera che distingue online e offline è solo una membrana sempre più porosa.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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Un commento

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