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Banda larga, una task force ci salverà?

di Alessandro Longo

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27

Ott

2008

Tornano d'attualità il futuro della banda larga e la lotta al digital divide. Molte idee e punti di vista, ma ancora nessun piano concreto. Anche perché, per ora, dei miliardi di euro necessari per adeguare le infrastrutture non c'è traccia. Un nuovo gruppo di lavoro interministeriale farà il punto della situazione

In questi giorni il tema del digital divide e del futuro della banda larga italiana sono stati catapultati sotto i riflettori. Ci sono state corali alzate di scudi e di lance da più soggetti, pubblici e privati, per affrontare il problema. Molte chiacchiere e promesse, ma per ora poche risorse economiche sul piatto e un piano concreto ancora tutto da scrivere. È già un bene che se ne parli: questo è stato fatto, nell’arco di pochi giorni, con personaggi istituzionali e i massimi manager delle tlc italiane, nel corso del convegno di Between-Osservatorio banda larga a Capri e del convegno Banda Larga, Usa, Europa: modelli regolatori a confronto a Roma.

Sotto l’egida del sottosegretario allo Sviluppo Economico Paolo Romani è stata creata una task force per affrontare il problema di dare una nuova rete all’Italia. Il gruppo di lavoro è guidato da Francesco Caio (ex Vodafone, ex Lehman Brothers e ora anche consulente nel Regno Unito per la stessa questione). I lavori partiranno «entro fine anno»; nei prossimi giorni Caio farà incontri con il presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni Corrado Calabrò, e con i ministri Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione e Innovazione) e Claudio Scajola (Sviluppo economico). «Spero», ha dichiarato Caio, «che nel giro di qualche mese, entro al massimo l’inizio del prossimo anno, venga definito un progetto nazionale di sistema Paese».

La task force è in poche parole l’estremo tentativo di trovare una via d’uscita al problema, descritto anche in un rapporto appena pubblicato da Agcom e curato da Between: l’Italia è agli ultimi posti per diffusione della banda larga in Europa e nel futuro rischia di accumulare ulteriore ritardo, anche sul fronte dell’innovazione, perché ancora non c’è un piano per dare banda larga di «decine di megabit al secondo» sulla totalità della popolazione (o quasi), nemmeno nel lungo periodo. Siamo entrati in un impasse, come è emerso chiaramente durante il convegno di Capri: «Non ci sono le risorse economiche, né pubbliche né private, per partire ora con un grande piano di rete, anche a causa della difficile congiuntura economica. Il massimo che si può fare ora è riuscire a concordare un progetto comune, così da partire subito quando le risorse ci saranno», ha detto Massimo Morandini, vicepresidente di Between. L’osservatorio ha aggiunto nel rapporto che un piano di impegno corale del sistema Paese è ora l’unica speranza per modernizzare le infrastrutture italiane e inaugurare un nuovo ciclo economico. È insomma l’obiettivo della task force, che mira a dare a tutti gli italiani la banda larghissima, oltre i 20 Mbps (fino a 50 e 100 Mbps) entro il 2013. Molto ambizioso, rispetto all’analogo piano di Telecom Italia: dare a 13 milioni di linee la banda fino a 50 Mbps (in Vdsl2) nel 2016 e nel medio periodo portare la fibra nelle case (e banda fino a 100 Mbps) solo a Milano e a Roma.

Un piano così prudente significherebbe creare un ulteriore livello di digital divide, nel lungo periodo. Un abisso tra quei pochi fortunati coperti da banda larghissima e tutti gli altri. Non basta coprire con la banda larga del futuro una minoranza: si rischia di rallentare lo sviluppo dell’Italia. Così devono pensarla anche i vari soggetti riuniti nella task force e lo stesso governo. Oltre agli operatori, si leggono già i nomi di Mediaset, Sky e aziende con presenze capillari sul territorio, come Ferrovie dello Stato e Poste Italiane. Ognuno dovrebbe dare il proprio contributo, con infrastrutture o contenuti, alla rete del futuro. Il futuro, già: perché se per i prossimi 5-10 anni (stima Colao) dovrebbe bastare la banda a 20 megabit (destinata a toccare quasi il 90% della popolazione tra due anni, secondo i piani Telecom), nel lungo periodo ci vorrà la banda larghissima, per soddisfare le nuove esigenze del web. E adesso bisogna lavorare per il futuro, appunto. In verità, altri, come Ftth Council, sono meno ottimisti e in un recente rapporto stima che una casa tipica di Paesi evoluti avrà bisogno di 23, 53 o 113 Mbps (a seconda del tipo di esigenze, piccole, medie ed elevate) già nel 2010. Per poi passare a 558 Mbps, 1,3 Gbps e 2,2 Gbps nel 2020; a 3,9 e 28 Gbps circa nel 2030.

La task force è una speranza, si diceva, ma il problema è che nell’immediato sarà già un successo se riuscirà a mettere d’accordo tutti. Vodafone ha dichiarato, in contro tendenza, che sarebbe meglio investire fondi pubblici in banda larga mobile contro il digital divide. Sembra più una posizione politica che fondata sulla realtà, però. È vero che la quarta generazione di rete mobile promette velocità da molte decine di megabit, in accesso; tuttavia, solo con la fibra ottica alle spalle può offrire davvero quella banda. Ma anche tra coloro che vogliono scommettere sulla fibra, non c’è accordo: deve essere fibra attiva o passiva, che meglio consente la sussistenza di operatori alternativi? Fermarsi all’armadio in strada oppure – come vorrebbe l’Associazione degli internet provider italiani – arrivare fin nelle case? Telecom sembra orientarsi pian piano a favore della fibra passiva e fin nelle case; ma si discute ancora su un altro nodo: questa rete deve essere scorporata o meno da Telecom?

E poi, anche quando e se ci si metterà d’accordo, comunque bisognerà aspettare. Perché Between ha ragione: non ci sono risorse. Per ora sono previsti solo 800 milioni di fondi pubblici per la nuova rete. Se n’è lamentata anche Telecom, notando che sono insufficienti; né Telecom né altri operatori, del resto, contano di investire in fibra ottica laddove non c’è (contro il digital divide) o di estendere la rete di nuova generazione oltre i miseri obiettivi già previsti. E secondo Morandini, «in Italia per completare gli investimenti della prima e seconda generazione di Adsl serve ancora un miliardo di euro». «Per passare a velocità di navigazione nell’ordine delle decine di megabit sono necessari invece 13 miliardi di euro. E riguardo alla Fiber to the home (Ftth, fibra nelle case, cioè 50 o 100 Mbps, ndr), che comunque non arriverà mai in tutte le abitazioni italiane, sono necessari 25 miliardi di euro».