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Social network, il ritorno della carta carbone

di Roberto Venturini

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23

Mag

2008

Le reti sociali prolifereranno come i funghi o si esauriranno? Resta una certezza: la portabilità del profilo si rivelerà un fattore determinante per lo sviluppo dei network di nicchia

I Social Network sono un fenomeno, come spesso capita con Internet, su scala planetaria. Solo in Europa, secondo i dati EIAA Mediascope 2007, un 42% degli internauti usa ogni mese siti di social networking, percentuale che sale al 60% nella fascia 16-24 anni. E anche se le statistiche sono sempre da prendere con le pinze, gli ordini di grandezza sono impressionanti. Non credo che ci si trovi di fronte a una categoria dove ci sarà un vincitore assoluto – alla Highlander, ne resterà solo uno. Lo scenario probabile è che invece si caratterizzino delle macro categorie abbastanza ben definite, e all'interno di queste si affermino alcuni vincitori e uno o due followers di peso.

Così per il social network professionale se la giocheranno LinkedIn, Plaxo e qualcun altro, per le foto forse ci si ridurrà a Flickr, Picasa e così via. Se da un lato ci sarà dunque uno sfoltimento dei contenitori in cui relazionarci, dall'altro potrebbero prosperare un numero pressoché infinito di siti di nicchia, di network molto verticali, che ci permettano di aggregarci in modo molto più mirato e su misura di quello che ci permette di fare un Facebook, ma con enormi dispersioni.

Già si vede questa tendenza, ad esempio, con i siti per cuori solitari, ormai disponibili (specialmente negli Stati Uniti) per quasi ogni combinazione di razza, religione e gusto possibile. Troviamo così Military Friends, Big Cupid, Orthodate, Republican Singles o Tamil Dating.

Tutto ciò è lecito, dato il potenziale di Internet nel rendere possibile per ognuno di noi una personalizzazione spinta della fruizione del mezzo. Ed è un po’ quello che ha fatto Tribe, network che ho molto amato e in cui entravo e uscivo da comunità aggregate attorno ai più strani interessi di nicchia. Per il realizzarsi di questo scenario di polverizzazione, o meglio di iperpersonalizzazione, saranno però necessari alcuni fattori vincolanti.

Il primo è quello del modello di business – se basato sulla pubblicità potrà vedere difficile raccogliere fatturati significativi a fronte di una numerosità limitata di partecipanti; un delicato tema di massa critica, di ipersegmentazione, di disponibilità delle aziende verso il pagare profumatamente un contatto molto selezionato (in una logica più da direct marketing che da pubblicità), di effettivo ritorno degli investimenti.

L'altro fattore è quello della fatica da network. Una fatica che ha molte origini: passato l'effetto novità magari il nostro network non si evolve, non conosciamo nuove e stimolanti persone, nessuna aspirante velina ci contatta per sedurci, iniziamo a trovare la cosa un po' noiosa... e passiamo ad altro.

Un'altra componente è derivata dall'uso che viene fatto del nostro profilo, dal modo in cui veniamo sfruttati come vacche da mungere (pubblicitariamente parlando), della mercificazione che viene fatta della nostra persona all'interno di certi social network che non vanno per il sottile.

Una quarta componente è legata a fenomeni inflattivi della rete di contatti – in cui ci sentiamo quasi in obbligo ad accettare tutti, a non selezionare, a diventare “amici” di chiunque ce lo chieda – e così ci si ritrova, ad esempio in siti professionali come LinkedIn che dovrebbero in teoria scremare e permetterci una relazione più stretta e produttiva, a trovarci con qualche migliaia di contatti di cui non sappiamo nulla, che non ci sono utili e che magari ci bombardano di richieste.

Non a caso si parla sempre più di un possibile inceppamento dei social network così aperti – per replicare online modelli di network chiusi, in cui è difficile entrare, in cui esiste una forte e vera selezione. Modelli come quelli (solo per citarne uno i cui appartenenti non credo mi faranno causa) della famigerata Fraternity universitaria degli Skulls and Bones a Yale, un closed network al quale sono appartenuti fra gli altri i Bush padre e figlio. Insomma, portare sulla Rete quei modelli di “pochi ma buoni”, nei quali prima di entrare sudi sangue e che hanno dimostrato, nel mondo offline, di saper portare vantaggi - leciti o un po’ meno - ai propri membri.

Una quinta componente (e poi mi fermo) è quella, diffusissima, della fatica da profilo. Esistono in effetti alcuni network (o simili) con i quali farei volentieri una prova (salvo poi ritrovarmi con esattamente gli stessi amici che ho negli altri, a fare esattamente le stesse cose). Quello che mi stronca è dover ogni volta rifare, reinserire foto, profilo, gusti e perversioni. Insomma, in un mondo digitale nel quale proprio non esiste il problema della riproducibilità e duplicazione, in questo frangente siamo ancora alla macchina da scrivere e alla carta carbone, tanto che per fare una copia del documento (o del profilo) ci tocca ogni volta armarci di santa pazienza, sederci alla tastiera e rifare tutto da capo.

Si apre qui il tema della portabilità del profilo, un’iniziativa che tende a renderci possibile lo sviluppo di un profilo unico, che sia poi inseribile con un paio di clic in ogni e qualsiasi sito di Social Network (e non solo). Su questo fronte si stanno già moltiplicando le iniziative, a partire proprio da MySpace. Va detto chiaramente che la portability è però una brutta bestia, prestandosi a generare innominabili disastri se usato inavvertitamente: pensate se sbagliamo e condividiamo il profilo pensato per AdultFriendFinder su Linkedin, Viadeo o Neurona (e, peggio ancora, se facciamo il contrario).

Tali rischi possono però essere positivamente controbilanciati da una maggiore praticità e libertà di sperimentare, di esporci all'azzardo o al calcolo delle nuove conoscenze, di contatti in ambiti allargati o molto mirati. Tutto questo in un mondo dove questi contatti, nel palcoscenico del reale, sono ormai molto, molto difficili da attivare.