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YouTube, quando la pubblicità non basta più

24 Ottobre 2008

YouTube, quando la pubblicità non basta più

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Siamo sempre lì: o faccio promozione o vendo prodotti. Ma che cosa è successo ai mirabilanti modelli di business che avrebbero dovuto reinventare i mercati? Così, nel frattempo, anche il più famoso contenitore di video online prova a passare all’ecommerce

Giriamola come ci pare, la delicata questione della monetizzazione dei propri sforzi su Internet resta bollente come non mai. Da quando Internet ha fatto irruzione nel mondo del business, tutta una serie di onde sismiche si sono innescate, spaccando modelli di business consolidati e introducendo una serie di modi di far soldi che stanno ancora a metà del guado. Un sacco di buone idee (in teoria) non hanno avuto quel decollo esplosivo che ci si attendeva nei ruggenti anni in cui qualcuno ha fatto i soldi e qualcuno (come me) si è fatto una solida esperienza sulle cose da evitare, diventando più ricco solo nello spirito.

Vogliamo parlare ad esempio dei marketplace, che avrebbero dovuto spaccare il mercato del B2B? E che fine hanno fatto i supermercati online, che è da parecchio che non ne sento parlare? E la pubblicità personalizzata, basata sulla profilazione che avrebbe dovuto sostituire qualsiasi altra forma di comunicazione? (Il fatto che continui a ricevere messaggi sul Viagra significa forse che “loro“ sanno qualcosa che io non so?) Inutile dirlo, fare Internet costa un sacco di soldi e un sacco di sforzi se lo si vuole fare bene. Richiede ad esempio contenuti di pregio, materiale che costa e vale… ma la logica del free che qualche sconsiderato ha introdotto rende difficile il naturale approccio del pay per content (in italiano “cacciare la lira per vedere il cammello”) – anche se comunque questo modello riesce a fatturare cifre non disprezzabili.

Se è vero che la Rete dà potere alle aziende sottraendolo agli utenti, è anche vero che sono le aziende a tenere in vita molta parte dell’Internet che noi diamo ormai per scontata. In larga misura i soldi che fanno vivere la Rete ce li mettono le aziende con la pubblicità; vedremo che cosa la incombente crisi porterà, ma finora i tassi di crescita dell’advertising online sono stati assolutamente significativi, da tempo arrivano sui budget online dei soldi veri, i travasi dall’offline all’online sono all’ordine del giorno. Ma come detto, un po’ per preoccupazione del futuro, un po’ per avidità (scusate: massimizzazione delle revenue) le aziende cercano disperatamente e non da oggi di diversificare le fonti di reddito. Ma la creatività imprenditoriale non sembra aver partorito centinaia o decine di modelli alternativi, per ora.

Tristemente, da un certo punto di vista, l’unica alternativa o quasi che si è trovata a vivere di pubblicità è vivere vendendo o facendo vendere, facendo gli intermediari commerciali. E su questo Amazon ha costruito parte del suo successo, permettendo a chiunque di noi di diventare un facilitatore di commercio, un agente rappresentante, un mediatore che si becca la commissione se fa comprare i propri visitatori. Su questa carrozza stanno saltando più o meno tutti – solo che se lo fa un gigante come YouTube, la cosa fa un pochino più di rumore. Anche il più grande contenitore di video del mondo infatti si è convertito all’intermediazione commerciale, inserendo la possibilità per i propri utenti di acquistare musica, giochi (forse un giorno popcorn e birre fredde) da Amazon (guarda un po’) e dall’altro gorilla dell’e-commerce, il famoso iTunes.

L’estensione è naturale, nella misura in cui YouTube sembra proprio destinato a diventare un contenitore di video “commerciali” più che di auto produzioni – così come eBay va a diventare un outlet per le aziende e meno per gli autoimprenditori cantinieri che vendono centrini e torte fatte dalle nonne. Con tutto il materiale promozionale presente su YouTube, è naturale venga una disperata voglia di scaricarsi un disco o un film – ovvio dunque pensare di offrire modi per soddisfare immediatamente e facilmente l’impulso di possesso, magari senza dare il tempo di riflettere e di farsi venire la perniciosa idea di cercarlo su una qualche baia pirata dove si traffica in contenuti illegali.

Bene dunque all’iniziativa di YouTube, così come tutto quello che permette di tenere in piedi servizi gratuiti per noi, senza infliggerci pedaggi fastidiosi di altra forma, mi vede positivo e felice. Come strumento di divertimento e lavoro per me YouTube è importante e benissimo che trovino modo per continuare a darmelo senza chiedermi soldi, anzi sicuramente comprerò qualcuno dei miei album digitali da loro. Resta comunque, back of mind, la sgradevole sensazione che dopo ormai una quindicina d’anni di crescita vertiginosa di questo accidenti di Internet, prima o poi qualche altro solido modello per fare i soldi dovremo trovarlo, prima o poi.

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