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Windows contro Linux: da SuSe a Red Hat

02 Novembre 1999

Windows contro Linux: da SuSe a Red Hat

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Quando le cose sembrano funzionare, dice la legge di Murphy, vuol dire che c'è un fattore di cui non avete tenuto conto. E se non si riesce a trovare neanche questo particolare, allora probabilmente interverrà un evento esterno che imporrà un cambiamento di strategia.

E così infatti è capitato: una volta riuscito a configurare un sistema SuSE perfettamente funzionante, è giunta la necessità di installare alcuni pacchetti particolari disponibili in formato RPM, ovvero per la distribuzione Red Hat di Linux. Senza contare che da quando ho iniziato la mia avventura con Linux, si sono succedute almeno un paio di versioni diverse per ciascuna distribuzione (e non sono poche). Inoltre, cambiano anche le versioni del kernel e quindi, per non saper né leggere né scrivere, forse vale la pena fare un saltino e aggiornare il sistema con una delle ultime distribuzioni.

Ma come, direte voi, ti abbiamo seguito fino a qui nell’impostazione di una macchina Linux, nella sua configurazione, nell’impostazione della rete e nell’installazione di programmi applicativi e adesso buttiamo via tutto? Proprio ora che finalmente possiamo iniziare a fare qualcosa – qualsiasi cosa – con questo computer, dobbiamo iniziare da capo?

Beh, si era detto che avremmo installato un sistema Linux, non che questo avrebbe dovuto servire per qualcosa! A parte gli scherzi, Linux è sicuramente un sistema operativo potente (più di Windows 98) che permette di svolgere attività complesse; tuttavia esiste una corrente di pensiero con svariati proseliti in giro per il mondo, che inconsapevolmente sostiene l’autosufficienza del sistema operativo. Ovvero, ci sono appassionati di Linux (molti di questi sono anche miei amici, per cui non me ne vogliate!) che, per via delle attività che svolgono, dedicano una parte considerevole del loro tempo macchina alla manutenzione del sistema operativo in sé stesso.

Dalla compilazione del kernel alla scrittura di patch per risolvere particolari problemi, si tratta di attività tutt’altro che inutili, ma che stanno al di fuori (o quanto meno “prima”) della fase in cui il computer diventa uno strumento utile nella vita di tutti i giorni. Fermi, adesso, non iniziate subito a scrivere le vostre lettere di protesta: lasciatemi aggiungere che è grazie ad appassionati come questi che Linux esiste.

Il progresso

Il vantaggio di non aver eseguito ancora alcuna attività di rilievo è che non si devono effettuare scomodi backup prima di installare un nuovo sistema operativo. Certo, mi aspetto però che, una volta entrato a regime, possa aggiornare la mia macchina alla Red Hat 6.2 senza dover buttare via tutto come sto facendo adesso.

Il fatto che Linux stia guadagnando sempre più in “amichevolezza” lo si può apprezzare già da una versione all’altra. Piccoli elementi nell’installazione fanno capire che gli sviluppatori si stanno muovendo anche nella nostra direzione. Per esempio, installando Red Hat Linux 6.1, il sistema mi presenta in automatico il codice della scheda video installata sul mio computer. Oh! gaudio, finalmente una macchina che sa fare il suo mestiere. In fondo perché dovrei essere io a indicare a un computer quali schede contiene? Non dovrebbe saperlo lui meglio di me?

La stessa domanda che ci si pone quando si va in comune per cambiare residenza, e occorre compilare un modulo (da inviare al PRA) su cui indicare la targa della propria auto per l’aggiornamento della carta della circolazione. Ma come, si potrebbe chiedere una persona qualunque dotata di buon senso, non dovrebbe già saperlo il PRA il numero di targa della mia auto?

Ma nella diatriba tra semplicità e flessibilità la sfida è quella di salvare capra e cavoli. Linux è un sistema che, se la configurazione automatica non funziona, permette sempre di intervenire a mano su tutti i parametri. Certo, sono operazioni molto delicate e non alla portata di tutti. Come l’impostazione della solita scheda grafica che, ovviamente, non ha funzionato al primo colpo.

Perché tutto funzioni correttamente bisognerebbe avere un computer sufficientemente recente da non allontanarsi dagli standard. Ma non così recente da essere escluso dalla Hardware Compatibility List. Una configurazione assolutamente standard, con componenti di marca e una buona dose di memoria e disco.

Lo so che vi hanno detto che Linux gira anche su un 386, ma non illudiamoci: se vogliamo lavorare in modalità grafica, con applicativi di ufficio e programmi di fotoritocco come GIMP, le risorse ci vogliono tutte, più o meno le stesse che chiede Windows. Tanto per fare un esempio, l’installazione standard di Red Hat Linux 6.1 come workstation grafica, richiede all’incirca 570 Mbyte di spazio su disco. Non ve l’aspettavate? Comunque, se date un’occhiata agli strumenti che vi mette a disposizione non potrete davvero lamentarvi.

“Happy hacking, everybody!”

Continuate a sviluppare, amici hacker, noi vi saremo sempre grati per il vostro lavoro e sempre pronti a portare critiche costruttive. In fondo, la maggior sfida per un programmatore è quella di riuscire a raggiungere un obiettivo complesso attraverso un software che si prenda carico di tutto il lavoro. Un bravo programmatore non scriverebbe mai un programma di calcolo in cui sia l’utente a spiegare come devono essere effettuate le moltiplicazioni. Tenterà piuttosto di far svolgere al computer tutto il lavoro sporco. E tenterà di costruire un programma il più generale possibile, in modo che, sulla base di poche semplici scelte da parte dell’utilizzatore, sia in grado di svolgere anche altre operazioni.

Il saluto caro a Richard Stallman, padre spirituale della filosofia “free software”, è la nostra preghiera per un computer più amico. Lo aspettiamo.

Windows contro Linux: ballando la samba

L'autore

  • Alberto Mari
    Alberto Mari lavora col Web dal 1998. La passione per le tecnologie e una cultura umanistica l'hanno portato a occuparsi di editoria digitale e ebook.

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