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Wikimedia, che passione!

16 Dicembre 2004

Wikimedia, che passione!

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Sull'esempio di Wikipedia, arriva Wikinews, pratica di giornalismo collaborativo e aperto a tutti

Chi non conosce Wikipedia? La “free encyclopedia” partorita nel 1991 dalla fervida mente di Jimmy Wales, già ideatore anni fa del sistema di auto-catalogazione dei siti noto come “webring”. Rispecchiando alla lettera i principi del modello del software libero e open source, con Wikipedia chiunque può sottoporre un articolo e/o dedicarsi al relativo editing. In questi tre anni l’edizione inglese originale ha raggiunto quasi 412.000 articoli in progress continuo, mentre sono oltre 75 le versioni in altre lingue per un totale di 1 milione di articoli. Un progetto che sta facendo tremare l’impero Encyclopedia Britannica, superandola per numero di “hit” giornalieri, e che è rapidamente fiorito in una miriade di iniziative analoghe. Riunite sotto l’egida dell’ente non-profit Wikimedia Foundation, oggi operano siti quali Wikibooks (manuali e libri di teso), Wikiquote (raccolta di citazioni), Wiktionary (vocabolario). E l’ultimo arrivato, Wikinews: esperimento mirato al giornalismo cooperativo e aperto.

Il progetto si propone tra l’altro “di riportare e sintetizzare in modo collaborativo le notizie su qualsiasi argomento da un punto di vista neutrale”. Una sorta di estensione di Wikipedia, dove soprattutto i membri della comunità che già gestiscono le voci dell’enciclopedia possono cimentarsi in attività correlate, in qualità di reporter sui generis. “Wikipedia si è dimostrata sempre molto forte nel fornire articoli di background su eventi di attualità”, precisa lo stesso Wales. “Ma su Wikinews ogni pezzo deve essere redatto nelle vesti di un articolo giornalistico, con taglio diverso da quelli dell’enciclopedia”.

La “demo” è partita il 12 novembre scorso, dopo la votazione online (largamente positiva) degli aderenti alla Wikimedia Foundation, e ha raccolto finora poco più di un centinaio di pezzi. Primeggia ovviamente l’attualità, con articoli sulla crisi politica in Ucraina, la caduta di un aereo in Cina, la visita del presidente Bush in Canada. Non mancano però le brevi legate al mondo online: “blog” è parola dell’anno per il Merriam-Webster’s Dictionary, in base alle richieste poste dagli utenti nel dizionario online. (Questa la Top 10: 1. blog 2. incumbent 3. electoral 4. insurgent 5. hurricane 6. cicada 7. peloton 8. partisan 9. sovereignity 10. defenestration).

Tecnicamente, il wiki è una piattaforma software che consente di diffondere, condividere e gestire dei contenuti in maniera semplice e immediata. In particolare, le entità riunite sotto la Wikimedia Foundation usano un’applicazione con licenza GPL chiamata MediaWiki, dove i materiali vengono gestiti da un semplice editor WYSIWYG (What You See Is What You Get) che rende possibile per default l’editing dei testi a chiunque, anche senza entrare nel sito con un proprio login. Tipicamente gli articoli sono corredati da spazi per i commenti, onde avviare eventuali discussioni, e dalla possibilità di seguire in dettaglio la “history” delle correzioni effettuate. Un’estrema facilità d’uso che è indubbiamente l’elemento base per il boom di Wikipedia e degli altri progetti correlati. Lo stesso si prevede per Wikinews, almeno nelle intenzioni dei suoi animatori. La cui comunità alle prime armi deve produrre, per aver successo, pezzi capaci di sopravvivere, ovvero, spiega ancora Jimmy Wales, “che siano accettabili per un pubblico assai vasto”.

Il paragone obbligato è con esperienze quali Indymedia, il network dell’informazione indipendente di taglio decisamente progressista-antagonista. Pur riprendendo il modello aperto e circolare dei vari Independent Media Centers, va tuttavia notato come Wikinews ponga l’enfasi sulla “neutralità” della propria informazione. In tal senso va un po’ sulla scia del giornalismo mainstream, anche se a livello non commerciale e amatoriale. Scelta che permetterà a Wikinews di seguire temi spesso ignorati soprattutto negli Stati Uniti, quali l’attualità estera, che non interesserebbe i lettori locali, secondo la scusa dei Big Media, che come tutte le aziende vogliono ridurre gli investimenti e guadagnare il più possibile.

Tutto dipende, comunque, dalla piega che i reporter-wiki vorranno dare al progetto, e per ora gli ideatori non paiono tanto interessati a scendere in competizione con il giornalismo tradizionale, quanto piuttosto a stimolare la partecipazione e far maturare dal basso l’iniziativa. Ampliando, ad esempio, la sezione delle “latest news”, che adesso presenta soltanto quattro-cinque pezzi al giorno, e stimolando la partecipazione globale nelle aree più peculiari e potenzialmente dirompenti del progetto. Ovvero gli articoli in corso di continua scrittura/editing e la “Peer Review”, ambiti che vanno sfruttati per garantirsi un qualche livello d’attenzione e farsi largo nell’affollato pianeta dell’informazione online. E sfociare, come per Wikipedia, in qualche tipo di sbocco commerciale, non si sa mai.

Non a caso già ora la sezione “Peer Review” ospita analisi più approfondite su tematiche sempre calde ma spesso dimenticate dalle grandi testate, quali il processo di pace nell’Irlanda del Nord o sull’abbuono del debito irakeno nei confronti dei paesi occidentali. A riprova del fatto che, sulla scia del successo del software libero e open source, sono le pratiche aperte quelle che possono imporre al mondo l’ennesimo esempio innovativo costruito dal basso, quello del giornalismo collaborativo.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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