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Wi-Fi, la parola alle location e al neutral hosting

14 Maggio 2004

Wi-Fi, la parola alle location e al neutral hosting

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In Italia tutte le nuove tecnologie di telecomunicazione pubblica hanno seguito un modello di attuazione e diffusione molto simile: una serie di società specializzate sono sorte, si sono dedicate alla costruzione dell'infrastruttura e poi hanno iniziato a fare ricavi dalla vendita dell'accesso all'infrastruttura. Stessa sorte è toccata all'accesso a Internet tramite tecnologia Wi-Fi

Hanno seguito questo percorso le comunicazioni fisse, prima telefoniche e poi dati, quelle via satellite, quelle cellulari. Queste ultime, e in parte quelle fisse deregolamentate, nel corso del loro sviluppo hanno visto emergere la possibilità che un gestore sia parzialmente o totalmente privo di una propria infrastruttura e si appoggi a quella di altri. È il caso del roaming nelle comunicazioni cellulari. In questi casi, comunque, l’uso di infrastrutture altrui non è un fenomeno di mercato spontaneo ma guidato dalle normative pubbliche di regolamentazione del mercato e di salvaguardia della concorrenza.

Date queste premesse, il mercato del Wi-Fi pubblico è stato visto in base allo stesso modello, che comprende il roaming, gli accordi con i possessori delle location dove stanno gli hot spot (visto come simile all’affitto dei terreni dove stanno le base station cellulari) e l’intera catena del valore a monte e a valle, come ben descritta nel recente studio dell’Osservatorio Wi-Fi del Politecnico di Milano: dai WISP Retail a quelli Wholesale, agli aggregatori di hot-spot. Contando gli hot spot di tutti questi operatori si arriva al totale di circa 800 in tutta Italia allo scorso aprile.

Nel nostro paese, purtroppo, non viene colta la sempre maggiore diffusione della modalità “neutral hosting” per la formazione dal basso delle reti Wi-Fi pubbliche. L’iniziativa parte dai gestori di location o di catene di location che “cablano” in Wi-Fi per poi stringere accordi con fornitori di accesso alla Rete, cui consentono in modalità non esclusiva la vendita di servizi ai frequentatori.

Esistono ormai decine di esempi nel mondo. Il più eclatante è forse quello di McDonald’s, che sta dotando di hot spot migliaia di suoi ristoranti negli Stati Uniti (3000 entro fine anno), Regno Unito (4000 entro fine anno), Cina, Singapore, Australia (centinaia di ristoranti ognuna). Ma anche la catena di librerie Barnes & Noble che avrà 350 punti online entro settembre, sempre con le stesse modalità. O l’aeroporto di Minneapolis-St. Paul. Gli esempi potrebbero continuare, ma aldilà dell’enumerazione, la cosa più importante è che in linea di principio gli accordi non sono esclusivi con un WISP o un altro e che è la location che prende l’iniziativa con obiettivi di business propri.

Seguendo un simile modello, in teoria, nessun WISP potrebbe essere obbligato a possedere un’infrastruttura di hot spot. Inoltre, la tecnologia di base delle reti WI-Fi consente di avere fino a 32 reti logiche contemporaneamente attive sulla stessa LAN fisica, per cui la gestione in neutral hosting di una location consente la coesistenza paritaria di diversi WIPS sullo stesso hot-spot.

Dal punto di vista delle potenzialità di mercato, l’affermarsi del neutral hosting è evidentemente importantissimo. Il numero potenziale di hot spot non deriva più solo dal business plan di una categoria di operatori come i WISP, che presenta limiti di spese in conto capitale e di capacità di “convincimento” dei gestori delle location, ma dalla convenienza delle location stesse ad essere hot spot (revenue addizionale, aumento dei servizi e dell’appeal).

ottimo impulso alla proliferazione delle rete Wi-Fi.

L'autore

  • Redazione Apogeonline
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