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Web e new economy a braccetto verso il baratro…

29 Giugno 2001

Web e new economy a braccetto verso il baratro…

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Anche il Nasdaq licenzia, mentre AOL e Microsoft lottano per il dominio assoluto online.

Il Nasdaq taglia il 10 per cento della forza-lavoro. Questa la notizia dell’ultimora in primo piano sia online che offline. 140 i dipendenti licenziati, sul totale di 1300, il doppio di quel 5 per cento precedentemente annunciato. Crisi attesa, quindi, sulla scia della bolla Internet ormai scoppiata. Lo precisa lo stesso responsabile del Nasdaq, Hardwick Simmons: “il listino high-tech non è immune dall’attuale trend ribassista delle borse, che riduce gli scambi e i nuovi collocamenti.” Aggiungendo come occorra “ricondurre il Nasdaq alle dimensioni richieste dall’attuale trend del mercato e quindi i tagli sono una necessità per recuperare efficienza.” Sarà pure così. Rimane però il fatto che prosegue ininterrotto il riflusso della new economy, con tutti gli annessi e connessi.

Al contempo nel mondo online sembra affermarsi con risolutezza il consolidamento delle grandi corporation, risucchiando gli utenti intorno a un pugno di siti ben protetti e recintati. Lo illustra a dovere un’altra notizia, i dati di un recente sondaggio condotto da Jupiter Media Metrix. Il 50 per cento dei surfer preferisce navigare sempre nelle stesse acque: AOL Time Warner, Microsoft, Yahoo e Napster. Il traffico globale viene infatti spartito tra i quattro siti, pur con percentuali assai differenziate: AOL conduce nettamente con il 32 per cento dei minuti complessivi trascorsi sul web, seguono nell’ordine gli altri con, rispettivamente, l’8, il 7 e il 4 per cento. Se ciò non bastasse, il sondaggio rivela che un buon 60 per cento delle ore dedicate alla navigazione online viene impiegato utilizzando prodotti e servizi forniti da appena 14 aziende, a confronto delle 110 entità che veleggiavano soltanto due anni addietro.

Certo, simili inchieste vanno comunque prese con le dovute molle. E i licenziamenti al Nasdaq fanno parte di un trend negativo ben più vasto e complesso. Ma entrambi gli eventi caratterizzano l’attuale momento storico di Internet: la caduta di quel fermento magmatico che aveva avviato la “rivoluzione del web” da una parte e dall’altra il ripiegamento di un’economia aperta in cui start-up e giovanotti squattrinati potevano realizzare sogni di gloria.

Sette-otto anni dopo la sua rigogliosa esplosione, il web va sempre più assumendo le tinte grigie e statiche delle grandi corporation, il cui controllo spazia dall’alleanza AOL Time Warner alle ultime mosse del gigante Microsoft con Windows XP e le “smart tags”. Come già segnalato più volte, i non molti esempi di testate indipendenti sopravvissute vanno vieppiù assottigliandosi, vedi le recenti vittime illustri Feed e Suck. Nato come sinonimo di cultura e informazione a poco costo, vibrante, aperta al mondo intero, il web odierno va così appiattendosi. Ciò non solo per via dei risultati di Media Metrix, sostanzialmente attesi, quanto forse piuttosto per la rapidità del restringimento. Nel marzo dello scorso anno, ad esempio, il 60 per cento dei minuti trascorsi sul web veniva suddiviso almeno tra 40 diversi siti. Un anno dopo si era scesi a 14 nomi, e dopo appena tre mesi ci troviamo a soli 4 grandi siti. In pratica, il numero delle società che controllano il 50 per cento del tempo passato sul web è sceso rapidamente di oltre i due terzi.

Un consolidamento dovuto intanto alla diffusa chiusura di siti d’ogni ambito e dimensione. Almeno 55 quelli scomparsi soltanto nello scorso mese di aprile, con un totale di circa 435 caduti a partire dal gennaio 2000, una buona metà dei quali concentrati nei primi quattro mesi di quest’anno. Di pari passo le mega-fusioni hanno inferto un duro colpo un po’ a tutti. Basti segnalare l’acquisizione nell’autunno ’99 di Blue Mountain Arts, rampante sito di cartoline d’auguri elettroniche, da parte di [email protected] per circa 780 milioni di dollari. E ovviamente la storica unione, a inizio 2001, tra America Online e Time Warner, che ha unito il maggior provider mondiale e una colossale cordata di testate d’informazione e cultura. Difficile vedere il nesso con le attuale indicazioni di un web gestito da pochi eletti?

È appena il caso di notare, in un tale panorama, gli squarci aperti della ripetute offensive lanciate dall’azienda di Bill Gates allo strapotere di AOL. Dall’avvio di MSN alle odierne iniziative accennate sopra, scopo di Microsoft rimane quello di accalappiare tutti gli utenti, forte del naturale vantaggio conquistato con Windows. Strategia già riuscita a suo tempo con l’abbattimento di Netscape da parte dell’allora nascente Internet Explorer. Ma a ben vedere ciò non fa che ripetere i tipici principi dell’imprenditoria commerciale, qualcosa che il boom del web del 93-94 sembrava potesse scardinare per il meglio. Quel gioioso assalto al nuovo medium — free, aperto, libero — da parte di milioni di entusiasti, editori, curiosi, semplici cittadini di ogni angolo del pianeta; un abbraccio alle potenzialità trasversali di sistemi e software finalmente non proprietari e interconnessi. Al pari di una new economy che pareva tagliata su misura per i giovani avventurosi, a cominciare dai due studenti di Stanford che avevano ideato Yahoo fino alla più fresca e dirompente trovata di Napster.

Oggi, una manciata di anni dopo, lo scenario va mutando radicalmente, ripiegandosi su stesso. Come chiarisce un nuovo pezzo dell’editor dell’arguto Salon: “la guerra AOL/Microsoft nasconde un segreto che entrambi non ammetteranno mai pubblicamente: a loro Internet non piace, e non è mai piaciuta.” Quel che più preme è conquistare spazi, denari e mantenere il potere. Chiudendo gli utenti in un recinto dorato, ben protetto e dal quale è difficile sgusciar fuori. Onde potersi salvare e prosperare pur nel malaugurato caso in cui l’economia digitale dovesse davvero cadere in disgrazia.

Sarà davvero così?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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