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Vincitori e vinti nel grande business high-tech

17 Maggio 2002

Vincitori e vinti nel grande business high-tech

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IBM promette rilanci ma anche licenziamenti, mentre in California cresce il gap tra ricchi e poveri

Notoriamente, l’high-tech odierno è alle prese con il rilancio del business dopo una recessione blanda quanto si vuole ma pur sempre di segno negativo. Manager e CEO s’affannano alla ricerca di innovazioni e strategie capaci di offrire alle proprie società una via d’uscita dalla recente fase di stallo. Dalla East Coast alla California, s’accavallano gli annunci di tagli e ristrutturazioni aziendali, passi necessari — almeno così sembra — per poter tornare presto in auge. Stavolta tocca al gigante IBM, il cui responsabile fresco di nomina informa gli analisti di Wall Street che “l’azienda emergerà dall’attuale fase di ribasso più forte che mai.” Aggiungendo sottovoce che, ahimè, un simile traguardo richiede il licenziamento immediato per qualche migliaio di dipendenti. Invece dalla West Coast, dove il paradigma dei tagli occupazionali ormai non fa più notizia, arriva un segnale ugualmente ambiguo: l’ulteriore aggravarsi del gap tra ricchi e poveri della zona. Una disparità che, spiegano gli esperti, rischia non solo di aggravare bilanci pubblici e struttura sociale, ma (anche e soprattutto) di rallentare il più che atteso rilancio di Silicon Valley.

“L’odierno ambiente finanziario non è certo di nostro gradimento, però stiamo capitalizzando sulle opportunità che presenta. IBM uscirà da questa fase di ribasso assai più forte di quando vi è entrata.” Questa la prima uscita pubblica alla borsa di New York di Samuel J. Palmisano, neo-CEO di IBM. Teoria semplice ma efficace, basata su precedenti storici: l’inizio degli ’80, quando il lancio del PC ha aperto orizzonti impensabili, oppure una decina di anni dopo, quando i primi network hanno fatto da apripista per la valanga Internet. “Ogni volta,” ha aggiunto, “il riflusso economico ha costretto le aziende a cercare nuove opportunità tecnologiche atte a incrementare la produttività.” Pur senza lanciarsi in previsioni specifiche sui tempi della ripresa (entro l’anno? nel 2003?), il CEO di Big Blue ha però sostenuto che quando ciò avverrà l’info-tech crescerà in maniera solida, ad un ritmo doppio di quello dell’intera economia nazionale.

Il rovescio della medaglia è la conferma che IBM taglierà la forza-lavoro di “qualche migliaio di unità.” Ancora in fase di definizione cifre e dipartimenti interessati, ma è probabile la riduzione risulterà più ampia di quanto previsto. Recentemente si era parlato di circa 9.000 licenziamenti in arrivo entro giugno, ovvero meno del 3 per cento dell’organico mondiale (320.000 dipendenti). Gran parte dei tagli interesserebbe gli Stati Uniti, dove IBM dà lavoro a 160.000 persone. Alcune fonti ritengono si possa arrivare ad un totale di 20.000 licenziamenti da qui a dicembre. Palmisano ha inoltre annunciato riduzioni di bilancio compresi tra uno e due miliardi di dollari, a partire dall’anno in corso. È d’altronde noto come, al pari di società high-tech grandi e piccole, IBM non viva di rose e fiori: appena qualche settimana fa ha reso pubblico il peggior declino trimestrale da un decennio a questa parte. E la strategia di Palmisano non può discostarsi granché da quella del predecessore, Louis Gerstner: riorganizzare spese e investimenti per far fronte alla netta diminuzione della domanda.

Senza però dimenticare la costante ricerca della “Next Big Blue Thing”, con progetti che spaziano dall’Autonomic Computing (sistemi capaci di auto-organizzare dati e risolvere problemi senza aiuti umani) al Web Mining (programmi superpotenti per usare il web come surrogato per ricerche sull’opinione pubblica, mirati per ora al marketing) passando naturalmente per il grosso impegno su Internet e open source. Anche se, come sottolineano gli analisti di Merryl Lynch, occorre “stare molto attenti al fatto che Internet è ben più vasta di ogni azienda, e che l’open source è più grande di IBM.”

Se quindi sulla East Coast non si ride, altrettanto seri appaiono certi dispacci in arrivo dalla costa opposta. Silicon Valley registra l’aggravarsi del gap tra ricchi e poveri, tra immigrati di serie A e di serie B. Nulla di nuovo, in realtà, ma pur sempre importante per il necessario “reality check”. Secondo un sondaggio connesso al censimento del 1999, la Santa Clara County riporta il reddito medio familiare più elevato dell’intera California — 74.335 dollari annuali. Non oltre il 7,5 per cento dei residenti vivrebbe in condizioni di indigenza, cifra analoga a quella registrata un decennio addietro. Ma nell’adiacente Stanislaus County il numero di quanti vivono in povertà è balzato in avanti di un terzo, toccando il 16 per cento della popolazione locale. Ancora, elevata anziché no la differenza dei guadagni di un nucleo familiare residente in Santa Clara e nell’area di Los Angeles: 76 per cento a favore della prima.

Una disparità che rispecchia quella registrata nel flusso d’immigrazione. A Silicon Valley niente messicani o sud-americani, ma piuttosto asiatici (lontani secondi gli europei) con un alto livello di istruzione — il 40 per cento vanta almeno una laurea. Il contrario di quanto avviene nelle regioni più a sud, dalla super-agricola Central Valley ai barrio di L.A., dove l’immigrazione arriva tradizionalmente dal meridione del continente. Ne consegue, ad esempio, che oltre il 30 per cento dei residenti in Los Angeles County non possiede neanche il diploma di media inferiore. Un gap fin troppo generalizzato in una regione geografica alquanto ristretta. E che non può non porre interrogativi inquietanti ai vari soggetti interessati. Incluso il Public Policy Institute of California di San Francisco, i cui operatori cercano di far fronte questioni quali: Come incoraggiare lo sviluppo economico di certe aree? In che modo farvi affluire maggior denaro? Come incrementare le capacità professionali dei singoli?

Tra le possibili soluzioni gli esperti locali suggeriscono aggressive politiche di social-welfare, massicci programmi educativi e professionali per i giovani. Ma si tratta di progetti a lungo termine, mentre tra le conseguenze di un tale gap si acuisce il problema-alloggi. Esempio: nella Stanislaus County si registra l’ennesimo aumento degli affitti e la diminuzione degli appartamenti vacanti, grazie agli ulteriori arrivi di impiegati high-tech che poi ogni giorno fanno i pendolari verso Palo Alto e dintorni (altro grosso problema irrisolto). Le famiglie più indigenti sono così costrette a spostarsi ancora più a sud, oppure a devolvere quasi l’intero stipendio per pigioni più elevate. Fino all’inevitabile corollario: ghetti da un parte, ridenti cittadine dall’altra. A meno che Silicon Valley (e la California) non decidano di spalancare a tutti le porte della crescita economica.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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