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Verso la Magna Charta per Internet

26 Novembre 2007

Verso la Magna Charta per Internet

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Pur se tutt’altro che facile, prosegue il cammino dell’Internet Bill of Rights all’indomani dell’Internet Governance Forum in Brasile

Tutela della privacy e della libertà d’espressione, accesso universale, neutralità e interoperabilità dei network, standard aperti e diritti dei consumatori online. Questi i capisaldi che danno forma alla Magna Charta per l’autoregolamentazione di Internet, la costituzione possibile per la Rete delle reti – ufficialmente raccolti sotto The Internet Bill of Rights. Iniziativa lanciata durante il World Summit on Information Society di Tunisi, poi ampliata all’Internet Governance Forum 2006 di Atene e decollata grazie al Dialogue Forum on Internet Rights del settembre scorso a Roma. E che ha svolto un ruolo di primo piano durante l’Internet Governance Forum da poco conclusosi a Rio de Janeiro, dove una folta coalizione (una cinquantina i gruppi partecipanti) è stata coinvolta in questa proposta che vede all’avanguardia la comunità italiana.

Non a caso è stato Stefano Rodotà, componente del Comitato italiano per la governance di Internet, a illustrarne i dettagli: una società aperta e democratica non può tollerare censure e repressioni governative in Rete, né lasciare alle corporation il controllo sulla circolazione dell’informazione. Va riaffermato, in maniera globale e partecipata, il valore dei diritti umani su Internet, della sua centralità come strumento universale e pubblico. Ciò è possibile solo tramite un confronto aperto, dal basso e soprattutto capace di riunire intorno al tavolo della discussione i molti stakeholder coinvolti. E come ha ribadito lo stesso Rodotà, «la formula del Bill of Rights ha forza simbolica, mette in evidenza che non si vuole limitare la libertà in rete ma, al contrario, mantenere le condizioni perché possa continuare a fiorire. Per questo servono garanzie “costituzionali”».

A Rio il processo ha dunque compiuto un altro passo importante, condensato nella dichiarazione congiunta firmata dalle delegazioni brasiliana e italiana, ora aperta all’adesione di altri Paesi. Lo stesso Vint Cerf, uno dei “padri” di Internet, ha riconosciuto a conclusione dei lavori dell’IGF che «ora la proposta è sul tavolo e può rappresentare un grosso impegno per il futuro». La questione sarà infatti al centro della prossima sessione dell’IGF, prevista per inizio dicembre 2008 a New Delhi, nonché discussa in altri eventi in via di organizzazione. Chiaro che non è tutto e rose e fiori. Si chiede ad esempio Arturo di Corinto, osservatore attento e presente a Rio de Janeiro, «come possa essere implementata la carta, quali saranno i mezzi per applicarla, come farne una bandiera per lo sviluppo futuro di Internet». Mentre, fra le varie critiche, qualcuno avanza l’ipotesi che «un set di regole definite limiti la flessibilità d’intervento delle istituzioni nella risoluzione di dispute internazionali relativamente al cyber-crime, alla tutela della proprietà intellettuale, all’electronic warfare di alcuni Stati contro altri».

Oltre a svariati resoconti nella blogosfera italiana, altro intervento degno di nota è quello di Robin Gross, direttore di IP Justice, uno dei pochi gruppi statunitensi impegnato nella definizione dell’Internet Bill of Rights e gestore della relativa mailing list di discussione. Secondo Gross, occorre tenere in debito conto anche l’anonimato, «importante diritto umano che abbraccia sia la privacy sia la libertà d’espressione», nonché le annose questioni sul copyright per esplorare piuttosto nuovi business model che «traggano vantaggio dalla facilità di copiare e distribuire materiali, anziché limitare simili pratiche». Posizioni queste tutt’altro che popolari nel mainstream Usa, come conferma un recente questionario (o presunto tale) inviato dalla Copyright Alliance ai candidati presidenziali dove le domande sono confezionate in modo da assicurare che i fondamenti dell’attuale, iper-restrittivo diritto d’autore non vengano toccati ma anzi riaffermati dal prossimo Presidente, chiunque sarà.

D’altronde sia i grandi media che le testate specializzate online statunitensi hanno tranquillamente ignorato il meeting di Rio de Janeiro, né potrebbe essere altrimenti in questi giorni dedicati al mega-lancio delle festività, che sono un tutt’uno da Thanksgiving a Natale, e soprattutto al Black Friday, momento clou dello shopping annuale. Né è un mistero come, più in generale, il tema dei diritti online ottenga attenzione solo se e quando si tratti, ad esempio, dei Privacy Principles di Microsoft, delle manovre auto-tutelari di Google o, peggio, degli improvvisi dietro-front legali di Yahoo!. Un ulteriore gap nel non facile processo di stesura e applicazione di questa Magna Charta, le cui sorti restano così affidate al fattiva partecipazione dei singoli oltre che alla spinta di paesi come Italia e Brasile.

Quale il futuro dell’Internet Bill of Rights, a questo punto? «Non mancano dubbi e perplessità su che cosa farne in pratica, su come applicarlo in maniera efficace», spiega Andrea Glorioso, presente a Rio per conto del Nexa al Politecnico di Torino). «La strada è comunque puntare alla discussione aperta e al coinvolgimento diretto di tutti gli stakeholder della Rete». Rimboccarsi le maniche, insomma. Che è poi l’oggetto dell’ultimo messaggio diffuso nell’omonima mailing list, onde tirare le fila degli iscritti una volta tornati nelle rispettive residenze dopo il meeting brasiliano. Dove vengono anche dettagliate “the action items” che vanno implementate al più presto, non solo a livello nazionale: dalle bozze della “Lettera di Rio” all’attivazione di una piattaforma integrata di strumenti operativi alla raccolta di analoghi documenti formali internazionali. Tutto ben specificato nell’apposito wiki.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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