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Unvarnished e la rete sociale della delazione

27 Aprile 2010

Unvarnished e la rete sociale della delazione

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La reputazione online portata alle estreme conseguenze: arriva il social network in cui non ci si racconta, ma si viene giudicati

Vuoi far sapere a tutti come ti senti maltrattato/a dal tuo capo? Vuoi parlare male del/della tuo/a ex? Lo puoi fare pubblicamente, ma senza esporti, creando legalmente un suo profilo su un social network dando giudizi: senza filtro. Una stretta relazione fra anonimato e trasparenza: questo è quello che sta dietro a Unvarnished, social network in cui è possibile aprire un profilo su qualcuno e commentarlo in modo anonimo. La persona interessata può reclamare la proprietà del profilo ma dovrà accettare tutti i contenuti presenti: positivi o negativi che siano. E, soprattutto, non potrà cancellare il suo profilo. Il rischio è di avere a che fare con un LinkedIn della delazione.

Paranoia digitale

Non ci troviamo, cioè, in un caso in cui semplicemente la gente recensisce la gente, come sembrerebbero intendere molte delle dichiarazioni dei responsabili del sito. Di fatto, come sostiene Techcrunch, un social network come questo sembra fare più leva sul livello di «paranoia digitale e sulla nostra crescita di ansia quando si tratta della nostra identità online». Siamo abituati a controllare la nostra identità in Rete gestendo profili diversi e controllando attraverso motori di ricerca come appariamo – la tendenza a googlarsi, come sappiamo, è elevata. Questo però non significa che sappiamo gestire consapevolmente i contenuti che anche noi stessi produciamo online, i quali, aggregati da alcuni siti possono restituire un’immagine complessiva fuori controllo.

Unvarnished non fa che esplicitare questo meccanismo portandolo alle sue estreme conseguenze, fino a invitare a creare un profilo in cui siano gli altri a raccontarci, a descriverci, a mettere nero su bianco nostre forze e debolezze (dal loro punto di vista) senza possibilità di controllo. In pratica ci invita ad avere maggiore consapevolezza su come veniamo rappresentati in Rete privandoci però del controllo assoluto sul racconto che di noi viene fatto – cancellare commenti o appellarsi contro commenti negativi o, in via definitiva, cancellarci dal social network. I responsabili del sito lasciano agli algoritmi – e successivamente ai moderatori – il compito di individuare coloro che si connettono solo per lasciare commenti negativi e lesivi della persona e incoraggia a loggarsi utilizzando il proprio account, e quindi le proprie “referenze”, di Facebook. Ma questo non impedisce, come scrive Molly Wood, che l’ambiente possa diventare una sorta di paradiso dei troll.

Trasparenza

L’altro lato della medaglia che un sito di social network come questo propone è la promozione di un alto livello di trasparenza che la Rete rende non solo necessario ma, a questo punto, premiante: basta iscriversi e commentare per sbugiardare persone che tengono comportamenti sociali e/o lavorativi ambigui e al limite della legalità. Immagino, ad esempio, che uso possa essere fatto nei casi di mobbing sul lavoro: una class action della reputazione online – metaforicamente parlando – che può aggregare persone che hanno subito gli stessi maltrattamenti quotidiani, avances, angherie eccetera: il risarcimento è morale, ma non è detto che un’azione, quando viene percepita come collettiva, non possa poi tradursi anche in qualcosa di giuridicamente rilevante.

Peter Kazanjy, co-fondatore di Unvarnished, sostiene che delazioni, commenti negativi sulle persone, accuse eccetera siano già presenti in Rete, nei propri blog, nei forum di discussione, annidate magari nei commenti o gestite esplicitamente. La differenza però, diciamo noi, è che Unvarnished le stimola e le organizza, rende il profilo di un individuo il luogo in cui le opinioni risiedono in modo permanente e aggregato. Come dire, se in Rete si diluiscono nei contesti diversi, magari come commento negativo su un’azione particolare di un individuo, qui la ragione stessa del profilo è fornire opinioni sugli altri e dare giudizi.

Reputazione concentrata

Siamo di fronte a un rovesciamento della logica della reputazione online la cui costruzione ha la sua forza in un mix tra valore dei contenuti che produci e diffusione: il fatto che siti diversi si linkino a te, che post di blog molto letti citino le tue cose, e così via. Un social network che si propone di costruire a tavolino la tua reputazione esprime una logica diversa: dalla reputazione “diffusa” a quella “concentrata”, costruita ad hoc da qualcuno che la pensa per te. Portando magari online anche quello che tu ometti del racconto della tua vita sociale off line, aggirando ogni settaggio di privacy (la tua privacy la decide lui) per costruire una tua privacy raccontata in pubblico senza possibilità di gestione o di appello – se non in forma di un qualche commento nel flusso.

Non basta inneggiare a una trasparenza a tutti i costi – trasparenza a cui spesso rimandiamo correlandola alla reputazione in Rete – per sostenere progetti come Unvarnished. Quello che viene esaltato è un livello di sovraesposizione delle nostre vite, nel bene e nel male, o meglio: il racconto delle nostre vite sollecitato da un contesto abbastanza ambiguo da far leva su umori e istinti che l’anonimato in Rete spesso produce. Una trasparenza non trasparente, perché è una trasparenza che rende visibile solo colui su cui si comunica e lascia invisibile colui che questa trasparenza la comunica. Non è vero quindi che sia un racconto senza filtri: il filtro c’è ed è in quello che non vedi.

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