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Una presidenza da reinventare

20 Gennaio 2009

Una presidenza da reinventare

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Il mandato del nuovo presidente degli Stati Uniti inizia con una sfida inedita: coniugare la nuova intimità e le relazioni spontanee create grazie alla Rete con il prestigio e la regalità che l'istituzione richiede

È arrivato il giorno tanto atteso, l’insediamento ufficiale di Barack Hussein Obama II a quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America. Online come offline c’è sovrabbondanza di fonti e opportunità per sapere tutto su questo momento storico, oltre che per seguire l’evento dal vivo. Qui, negli Stati Uniti, l’entusiamo sta stimolando un’ampia varietà di soggetti pronti a “cash in on Obama”, a guadagnare dalla situazione: dalla vendita di merchandising d’ogni tipo (con lunghi spot sui network Tv per monete da collezione o Dvd «esclusivi») a una copiosa produzione editoriale (tra corposi volumi alla scalata dei best-seller e appositi “club del libro Obama”), alle svariate edizioni speciali e alte tirature annunciate dalle grandi testate – forse nella speranza che ciò possa rallentare la crisi e risvegliare l’interesse dei cittadini per il giornalismo di qualità.

Alcuni lesti imprenditori sono diventati milionari grazie alla prevendita di gadget con l’icona di Obama, e ancor più incasseranno oggi e nel prossimo futuro. È una tendenza, questa, a cui non è stato estraneo lo stesso team della campagna Obama, che a Natale ha chiesto ai sostentori di donare cinque dollari in cambio di un biglietto per partecipare all’estrazione di un viaggio tutto compreso per due persone all’inaugurazione di Washington; o, in alternativa, di acquistare sciarpe con il logo del neo presidente. Iniziative forse non del tutto all’altezza della carica.

Questa esuberanza commerciale conferma in fondo la rinnovata volontà di partecipazione e lo spirito innovativo che sta contagiando privati cittadini e imprenditori, contraltare all’approccio top-down e poco aperto allo scambio con la gente che ha caratterizzato gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Aspetto, questo, che ben si allaccia al percorso forse più significativo intrapreso dal nuovo corso Obama: l’uso efficace e puntuale dei nuovi media, l’attivazione di un processo (in parte) bottom-up che stimola e richiede il diretto coinvolgimento di cittadini di ogni provenienza, ceto, classe. Si tratta cioè di «empowering people», mettere le persone nelle condizioni di partecipare alla costruzione del cambiamento. Il successo è dovuto a un sagace mix di metodi tradizionali e innovazione, dall’uso accorto dei social media accanto al ricorso ai tipici strumenti della comunicazione di massa quali giornali, Tv, incontri sul territorio.

Obama ha raggiunto uno degli obiettivi centrali del connubio Rete-politica: accorciare la distanza tra cittadini e istituzioni. Per i molti liberal disillusi dalle speranze riposte in Kennedy o Clinton e per coloro che, ugualmente numerosi, non vedono l’ora di uscire dal tunnel dell’era Bush, questo è un traguardo (meglio: un trampolino) cruciale. Non a caso un sondaggio condotto subito dopo le elezioni del 4 novembre dal Pew Internet & American Life Project riportava che oltre la metà dei sostenitori online di Obama prevedevano di ricevere notizie direttamente da lui nei mesi a venire, mentre il 62% si diceva pronto a incitare altre persone a sostenerne le policy. Ottimismo appena ribadito da un sondaggio pre-inaugurazione: il 79% degli americani, incluso un 59% di repubblicani, afferma di avere un’opinione positiva di Obama.

Aggiungendo le interviste alla radio e in televisione, le lettere ai giornali e le chiacchiere per strada – tutti contesti in cui la gente usa riferirsi al neo presidente con il solo nome di battesimo e in maniera chiaramente cordiale – si ha la sensazione di una nuova intimità tra i cittadini e la massima carica dello Stato. Con i primi ben disposti a impegnarsi in loco e online, in prima persona, per dare man forte alle decisioni, anche difficili e impopolari, che dovrà prendere in futuro il secondo. È qualcosa che non era mai successo nell’era del broadcast, dei media tradizionali che trasmettono alle masse, come sottolinea fra l’altro un editoriale apparso domenica sul New York Times.

Un nuovo tipo di relazione politica, dunque, che innesca potenzialità inedite ma altrettanti rischi. A partire dall’eccessiva ridondanza del messaggo complessivo e dell’icona stessa di Obama: gli Sms, le email “personali” dello staff del presidente, i messaggi dei tanti attivisti e delle entità collegate, la presenza pervasiva sui social network come  YouTube, Facebook e Twitter alimentano un bombardamento mediatico che potrebbe presto sfociare nel tipico information overload che online provoca un altrettanto tipico effetto boomerang. Conversazione e reputazione sono una cosa, sovraccarico e ubiquità indiscriminata un’altra.

L’altra sfida è mettere online la Presidenza, ma senza sminuirne il prestigio. È una lezione già imparata al tempo di Jimmy Carter, con il suo fare fin troppo dismesso e contadino, e con Bill Clinton, protagonista del fin troppo noto scandalo Lewinsky. Pur gradendo la nuova l’intimità ottenuta con il “Presidente del popolo”, gli americani non hanno certo intenzione di sminuirne valore e regalità, soprattutto in considerazione dell’enorme influenza che gli Stati Uniti vantano nel resto del mondo e delle difficili sfide interne già in corso, in primis risollevare l’economia in recessione. Spetterà in gran parte alla corretta gestione dell’immagine e del messaggio online creare, spiega il New York Times, quella «distanza ottimale per il comandante in capo dell’era digitale, garantendo al contempo maggiore accessibilità dei suoi predecessori e un ruolo più dignitoso di quello tenuto nella campagna elettorale».

Finora Obama vanta un milione di “amici” su MySpace, oltre 3,7 milioni di sostenitori sulla pagina ufficiale di Facebook (circa 700.000 dei quali aggiuntisi dopo l’elezione), mentre durante la campagna è stato messo insieme un database di 13 milioni di indirizzi e-mail. Un capitale umano tutt’altro che scarso, che porta l’analista politico della Cnn Bill Schneider ad affermare che «Obama ha inventato un modello mediatico alternativo. Nel vecchio modello, il presidente parla al popolo in televisione e la gente risponde tramite i sondaggi. Nel nuovo modello la comunicazione avviene online, ed è bidirezionale». La conversazione online, però, è spesso effimera e instabile: ecco perché è necessario ricorrere a molteplici siti e occasioni che dalla Rete contagino vie e piazze d’America, secondo strategie ancora tutte da inventare. I cyber-consulenti di Obama sono già all’opera in tal senso, ma puntare a essere il primo Presidente “wired” della storia potrebbe rivelarsi poco più di uno slogan a effetto.

Così, mentre oggi buona parte del mondo si ferma per seguire attraverso ogni canale disponibile l’inaugurazione a Washington, l’evento segna anche l’avvio dell’era Obama 2.0. E se è vero che un po’ tutti si apprestano a capitalizzare a modo loro questo momento storico, ancor più e meglio deve fare la stessa Amministrazione per dar corpo alle premesse positive impostate fin qui. Integrando l’intelligenza collettiva della Rete e gli strumenti tradizionali all’interno di una visione innovativa e orizzontale. Si può fare.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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