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Un televisore in ogni casa

19 Ottobre 2006

Un televisore in ogni casa

di

Astrazioni fatali, ovvero analogie che partono da libri. Dalla Radiovisione a YouTube, una parabola storica che può aiutarci a riconsiderare in prospetiva più ampia il digital divide e i problemi di integrazione dei network digitali nelle società comporanee

Per una serie di ragioni, la televisione (o quello che le assomiglia un poco) è entrata di prepotenza nelle cronache di Internet o di quello che ancora alcuni credono sia un network che non interagisce simbioticamente con il resto. Ma questi ultimi sono sempre meno (non per nulla la parola d’ordine dei cronisti, che un tempo era «rivoluzione», oggi tende ad essere sempre più «convergenza»). I temi sono tanti. Il digitale terrestre (Funzionerà? C’è abbastanza pubblico per tutti quei canali? C’è abbastanza raccolta pubblicitaria per tenerli in vita?), le definizioni (I canali satellitari o terrestri che nessuno guarda e che non partecipano alla costruzione della cornice sociale sono ancora televisione? I contenuti video in rete sono televisione?) e persino i linguaggi espressivi: oggi tecnicamente tutti possono produrre e distribuire un video, ma quanti sono capaci di comunicare con le immagini in movimento? E come?

Di fronte a queste (belle) domande, a me vengono in mente due libri molto interessanti, utilissimi per disporre di un parere esperto prima di costruirci una opinione personale sul futuro o anche solo sul presente. Entrambi i libri sono di Enrico Menduni e sono scritti con la sua prosa accattivante, poggiata su molto pensiero. Il primo è sui Linguaggi della radio e della televisione (utile per chi voglia costruirsi un quadro panoramico) e il secondo ripercorre la storia della Tv. Una “storia” che ha molto da insegnare anche a chi cerca di collocare in un contesto diverso dalla cronaca la penetrazione dei network digitali. La televisione, oggi è familiare a tutti e spesso tendiamo a percepirla come se fosse nata così come la conosciamo. Ma i primi che ci ebbero a che fare condivisero molto dello stupore che noi oggi riserviamo alle possibilità offerte dalla Rete:

«La generazione precedente [a quella della televisione] non aveva nulla da insegnare a chi viveva in condizioni tanto diverse dal recente passato, e in così rapida evoluzione.
[…] Il fatto che l’uomo comune potesse guardare da vicino la regina aveva in sé, comunque, qualcosa di democratico. La televisione appariva come una forma visiva di suffragio universale, un’estensione dei diritti della gente comune […] poteva così apparire come un elemento di democratizzazione e di trasparenza degli eventi: il mondo con i suoi misteri e le sue meraviglie, in ogni casa.»
[E. Menduni, La televisione]

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Gli argomenti di Menduni, e persino il lessico, sono quelli che contraddistinguono i discorsi sui network digitali. Ma quella che ci racconta è la storia di un medium che utilizzava tecnologia e che, come sempre nella storia delle comunicazioni umane, era destinato a modificare l’organizzazione delle nostre società. Nei suoi primi anni la televisione, come oggi Internet, aveva costi alti di accesso (serviva un poco economico televisore) e in più aveva costi enormi di costruzione della rete distributiva (laddove le tecnologie digitali hanno costi cognitivi).

«Nel corso degli anni Trenta vari paesi (l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Unione Sovietica e altri, tra cui l’Italia) effettuarono esperimenti di televisione che in Germania, Inghilterra, Stati Uniti, portarono all’inizio ufficiale delle trasmissioni tra il 1936 e il 1939. La guerra però bloccò tutto. Soiltanto nel dopoguerra si verificarono le condizioni sociali di sfondo, come il benessere, il desiderio di investire in beni durevoli, per una migliore qualità della vita, o una coesione sociale sufficiente, che potevano rendere plausibile la televisione. Tra l’altro, solo nel dopoguerra il nome “televisione” prevalse nell’uso generale rispetto a “Radiovisione” e ad altre denominazioni oggi dimenticate»
[E. Menduni, I linguaggi della Radio e della Televisione]

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La televisione arrivava dopo radio e cinema e faceva entrambe le cose sebbene, come notavano già allora i puristi, non esattamente con le stesse regole. Come oggi con Internet (che fa quello che fanno radio, tv, giornali e cinema), i primi tentativi di utilizzarla partivano dalle esperienze precedenti: inizialmente «il modello televisivo americano», ci racconta Menduni, «riprende le caratteristiche del sistema radiofonico. Esso è fondato sulla competizione tra più catene televisive indipendenti (network), finanziate dagli investitori pubblicitari e gratuite per gli spettatori». Ma, negli anni sessanta, se i telespettatori fortunati avessero potuto usare la Tv per discutere sulle prospettive e sull’innovazione sociale del mezzo, avrebbero detto: siamo ancora pochi ad avere il televisiore, lo strumento è costoso, la rete di trasmissione non arriverà mai a tutti. Avrebbero parlato di analogic divide.

A quell’epoca, immaginare un televisore in ogni casa (senza tenere conto dei tempi sociali), con satelliti che trasmettono il segnale ovunque e canali televisivi anche nei paesi meno sviluppati sarebbe sembrata pura utopia. Ottimismo nel migliore dei casi. La copertura televisiva del globo fu considerata soddisfacente solo negli anni Ottanta (quarant’anni dopo la prima diffusione di una certa importanza). Ma il vero digital divide di allora era chiamato «scambio ineguale»:

«Altre obiezioni riguardavano lo “scambio ineguale” tra paesi forti, grandi esportatori di prodotti video, e Terzo Mondo. […] Nel 1980 una commissione dell’Unesco guidata dall’irlandese Sean Mac Bride presenta un rapporto per il quale l’industria culturale occidentale costituisce una forma supplementare di dominazione economica ed ideologica del terzo mondo. Sempre su commissione dell’Unesco, l’Università di Tampere, in Finlandia, ha effettuato ricerche sullo “scambio ineguale” che dimostravano il traffico a senso unico di programmi di intrattenimento dagli Usa ai paesi sottosviluppati.»
[E. Menduni, La televisione]

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E, come spesso ci capita di sentire oggi a proposito dei media digitali, gli ipotetici osservatori, se fossero stati connessi tra loro, avrebbero detto: gli Stati Uniti sono avanti e l’Europa rincorre. L’espansione, infatti, negli Usa fu rapida: «le famiglie dotate di televisione erano il 4% nel 1952, il 48% nel 1956, l’89% nel 1960, con oltre 50 milioni di apparecchi.» In Europa la diffusione fu estremamente più lenta. Oggi, con lo sguardo di chi ha visto accadere le cose, potremmo dire che il modello americano (nato a contatto con il mercato e quindi portatore di interessi legati all’ampliamento del mercato stesso) fu trainante nella diffusione (e nello sviluppo di innovazione tecnologica, quindi nell’offerta di soluzione e nella diminuzione dei costi di accesso). Il modello europeo, pedagogico e colto, meno centrato sull’intrattenimento e sul pubblico, aveva alle spalle una «mappa degli interessi» più debole. Le grandi infrastrutture di comunicazione non sono mai avulse dai meccanismi di funzionamento dell’organizzazione sociale.

Anche culturalmente la storia della televisione può insegnarci molto a valutare l’impatto dei network digitali (e le resistenze) sulla nostra società.

«Qualcuno ha visto nella televisione un’espressione di volgarità, un genere basso, antagonistico alla cultura consolidata e in particolare alla scrittura.
[…] C’è nella televisione un antagonismo sempre più scoperto verso tutte le espressioni culturali in cui prevale la parola scritta sull’immagine, la fatica di leggere e capire sulla percezione diretta, la dimostrazione delle cause sull’evidenza. Non può stupire che da tali culture siano venute critiche feroci alla televisione: alla sua pretesa rozzessa, all’ignoranza dei suoi protagonisti, alla grossolanità dei prodotti. Tale critica si è spinta fino a rifiutare di comprendere che la televisione, con grande rapidità, stava abbandonando la sua primitiva funzione di riproduzione di eventi e spettacoli, per assumere una forma culturale propria.»
[E. Menduni, La televisione]

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e ancora, tanto per ricordare Tunisi, in un paragrafo intitolato Il mondo diviso in due, Menduni racconta:

«All’indomani della seconda guerra mondiale la televisione riprese con decisione la sua strada. Nel mondo diviso in blocchi contrapposti, la diffusione della TV si colorava di un aspetto geopolitico: lo si vide immediatamente quando si trattò di dare un ordinamento internazionale alla radiodiffusione e di scegliere gli standard di trasmissione. Una conferenza mondiale si tenne ad Atlantic City nel 1947, presenti i delegati di 60 peasi, stabilendo una distribuzione delle frequenze disponibili nell’etere (lo “spettro elettromagnetico”) che sostanzialmente è ancora quella odierno e scegliendo ufficialmente il termine “televisione”.»
[E. Menduni, La televisione]

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Considerare la storia della televisione, a mio parere, ci aiuta moltissimo a leggere quanto accade oggi nei grandi network, e soprattutto a far nostra una visione più distante dal “qui ed ora”. Toda vision requiere distancia, scriveva Machado, e forse è interessante collocare quanto accade in un contesto sempre in divenire. La parabola della diffusione della Tv (e le regole che ne hanno governato la tendenza) ci aiutano a capire la necessità fisiologica del digital divide più di quanto faccia una fotografia di un dato di stock sull’attuale diffusione di Internet e delle tecnologie. Ci fa rendere conto che, come per la Tv, è il mercato il principale alleato contro le barriere alla connettività (perché ha interesse ad avere popolazione connessa, in quanto aumenta le sue dimensioni). L’innovazione lo seguirà o lo anticiperà, proponendo soluzioni hardware e software, oltre che infrastrutture, a costi decrescenti e sempre più semplici da utilizzare. È stato così per la televisione (per la radio) e anche per Internet negli ultimi dieci anni. È lecito dunque sospettare che, in un contesto di innovazione così rapido, l’hardware e la connettività saranno più veloci a essere disponibili della “comprensione culturale”, che potrebbe essere il vero fattore di ritardo della penetrazione dei network (la televisione non ne aveva bisogno).

Quanto all’utilizzo che faranno dei network i diversi stati e le diverse attitudini politiche, abbiamo un altro esempio di riduzione a realtà di un problema più teorico che realistico: la diffusione stessa della televisione, oggi, non è esattamente lineare ed uguale ovunque, tantomeno pluralista e trasparente. Non è pensabile immaginare che Internet lo sia, né oggi né in futuro, anche se per le sue caratteristiche funzionali (noi tutti partecipamo al suo sviluppo) è possibile far tendere il sistema ad una maggiore libertà rispetto alla Tv. Ma per arrivarci, ancora una volta, bisogna tentare una lettura più laica di quella della cronaca (tentata troppo da ciò che fa notizia).

Sono solo un paio di esempi forse banali, poiché in questa rubrica non ci sono gli spazi per una lettura contrastiva (in cosa la logica funzionale della Rete differisce dalla televisione e quindi, quali saranno i punti di forza e di debolezza nella sua penetrazione?). Ma è interessante notare che la storia della Tv di Menduni (scritta nel il 2001, con aggiornamento nel 2004) termina all’interno della Rete. Anzi, sfuma –come persino la cronaca sta cominciando a suggerire- i confini tra internet e la televisione.

«La cultura di oggi è assai più attenta alle differenze e alle opportunità. Si sta affermando una “cultura delle reti”: nel nuovo secolo il mondo è progressivamente avvolto da un insieme di reti di comunicazione che permetteranno a ciascuno, indipendentemente dal luogo fisico in cui si trova, di accedere a servizi audio e video (informazione, intrattenimento, formazione) […]»

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e poi, in una prospettiva storica che non può essere quella della cronaca, Menduni suggerisce una riflessione:

«la rete Internet, con il suo precipitoso sviluppo, sembra una buona metafora di questa nuova epoca che attende però un principio etico, qualcosa che sostituisca i principi di Reith senza consegnare la normazione etica al solo mercato, la cui capacità ed efficacia regolatrice, in questo campo, è assai dubbia. Il nuovo secolo è marcato dalla presenza di apparati di comunicazione meno asimmetrici, in cui non siamo più esclusivamente consumatori, ma abbiamo una crescente possibilità di comunicare a nostra volta, di essere interattivi. Questo segnerà le forme della cittadinanza e della democrazia. Potrà creare uguaglianza, ma anche confermare disuguaglianze sociali.»

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E, su questo, a mio parere la disponibilità di tecnologie abilitanti conta molto meno di una comprensione culturale dei processi e delle potenzialità della Rete. È un problema – questo – che riguarda il pensiero, l’analisi culturale, le aspirazioni sociali e politiche di tutti noi che partecipiamo al processo. Se per rendere sempre più disponibile l’hardware e le connessioni abbiamo gli interessi di mercato e l’innovazione tecnologica come validi alleati, la vera battaglia si gioca sui valori. E, se per la televisione erano valori che accoglievamo da audience, oggi sono valori che ciascuno di noi porta nel network. Ma, tanto per rendercene conto, il fatto stesso di allargare la consapevolezza di queste “funzionalità sociali” è un problema grande (a partire dal lessico astratto che abbiamo a disposizione per raccontarle e che oggi è ancora alla ricerca di nuove soluzioni più divulgative, per poter essere comprensibile a un numero sempre maggiore di persone).

Titoli: “I linguaggi della radio e della telvisione. Teorie, tecniche, formati” e “La televisione”

Autore: Enrico Menduni

Prezzo: 20 e 8,80 euro

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