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Un Paese lo riconosci dalle sue frequenze

03 Maggio 2011

Un Paese lo riconosci dalle sue frequenze

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I tavoli su cui si giocano le preziose e ambite frequenze nazionali sono almeno cinque, con un governo ancora arroccato a difesa della televisione e qualche nuovo movimento a favore degli investimenti nella rete mobile

Frequenze, specchio dell’anima di un Paese. Specchio che rivela il volto di un vecchio, che chiude gli occhi all’innovazione e preferisce tenerli fissi puntati sulla tivu. Il modo con cui uno Stato assegna le proprie, sempre più preziose, risorse di radiofrequenza dice tantissimo di quali siano le sue priorità. È quindi su questo binario che l’Italia si gioca, nei prossimi mesi del 2011, una parte consistente del proprio futuro di tecnologia e innovazione. È una partita che al momento si gioca su almeno cinque tavoli. Non solo su quello, più noto, del dividendo digitale, lo spettro a 800 MHz liberato con il passaggio alla tivù digitale terrestre. La cattiva notizia è che il governo, nei ministeri direttamente interessati, continua a fare scelte che mettono a rischio l’innovazione. La buona è che forze di segno opposto stanno imparando a gridare, più forte, e a organizzarsi. L’esempio viene in particolare dal movimento Agenda Digitale, da cui stanno sgorgando le prime proposte politiche, per una svolta dell’Italia. Il difficile è imporsi sugli interessi di chi rema in direzione opposta. Il caso frequenze è illuminante perché mai prima d’ora forze di segno diverso, rappresentative del vecchio e del nuovo mondo, si erano affrontate faccia a faccia, contendendosi le stesse risorse.

Il primo tavolo

Per la guerra degli 800 MHz i due avversari sono, com’è noto, la banda larga e le tivu. Quest’estate è il momento della verità, a proposito. Il governo intende fare il beauty contest, per assegnare nuove frequenze alle tivu entro giugno. Qui ha già fatto scelte che, se confermate, pregiudicherebbero i passi ulteriori della banda larga. Ha stabilito di assegnare due multiplex aggiuntivi alle emittenti nazionali (probabilmente finiranno a Rai e Mediaset). Problema: sono risorse che, se finiscono ora alle tivu, bloccano un tassello importante nel puzzle delle frequenze, rendendo difficile, se non impossibile, un buon esito della partita per lo sviluppo della banda larga. «Per assegnare alle tv quei due multiplex, il governo si trova poi con la coperta troppo corta nell’asta che sarà dopo il beauty contest: quella che, come imposto dall’Europa, servirà a dare dividendo digitale agli operatori banda larga», spiega Antonio Sassano, docente de La Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze (redatto da Agcom). Visto che impegnerebbe quei due multiplex a favore delle tivu nazionali, come potrà ricavare le frequenze da assegnare alla banda larga? Togliendole tutte alle emittenti locali, come stabilito. Queste non ci stanno e minacciano ricorsi al Tar; il governo al momento si è chiuso a qualsiasi contrattazione economica con loro.

Si va quindi verso uno scontro. Nessuna sorpresa che già il governo metta in conto di rimandare l’asta a fine anno. Asta importante per tanti versi, si noti bene: il ministero dell’Economia prevede di ricavarne 2,4 miliardi di euro. Quelle frequenze sono di supporto inoltre alla banda larga wireless: per potenziare non solo l’Umts/Hspa (verso la Long term evolution) ma anche il Wi-Fi (come previsto dalla Commissione europea). E non solo per aumentare la velocità, ma anche per ridurre il digital divide. Ma il governo è disposto a mettere a rischio tutto questo pur di far contente le tivu nazionali con il beauty contest di giugno. Si aspetta a proposito, a giorni, il parere di Bruxelles sul piano dell’Italia: forse l’ultima speranza per evitare pasticci. Specchio dell’innovatività di un Paese, si diceva. Gli Stati Uniti, come la Germania, hanno già fatto l’asta con il dividendo digitale. In questi giorni sta lottando con le emittenti tv per togliere da loro ulteriori frequenze e darle in pasto alla banda larga. Lo sviluppo di internet è la massima priorità, per i Paesi innovativi. Il resto passa in secondo piano. Quel resto che da noi occupa il posto centrale nei salotti.

Non c’è solo la televisione

Sono anche altre le forze del passato, padrone dello status quo, che in Italia rallentano l’innovazione. La Difesa detiene le frequenze 2.6 GHz, che gli organismi internazionali già da tempo attribuiscono alla banda larga. Anche se le tiene di fatto inutilizzate e ora sta contrattando con il Ministero dello Sviluppo economico per cederle. «Ha in mano anche le frequenze intorno ai 60 MHz, che in mano alla banda larga permetteremmo di coprire l’Itlaia con poche antenne. Anche queste sono sottoutilizzate», dice Sassano. Un altro caso sono le frequenze intorno ai 400 MHz, ora destinate in Italia a usi molto particolari («reti private wireless»). «Per esempio, reti private di grossi enti, come le Ferrovie. Che però non le usano. Comincia a circolare, presso organismi come l’Itu (agenzia Onu) l’ipotesi di assegnarle alla banda larga», aggiunge. Risorse preziose sprecate anche le frequenze 1.400 MHz: in questo caso a remare contro la banda larga sono le radio. Sono risorse attribuite a loro, infatti, per fare la radio digitale; ma anche queste sono inutilizzate, in Italia.

Bisognerà vedere come le forze intorno a Agenda Digitale potranno smuovere questo status quo, pesante fardello che l’Italia si porta appresso. Nelle settimane scorse, su sollecitazione di Agenda Digitale, il Partito Democratico ha formulato alcune proposte normative, tra cui si prende di petto anche la questione frequenze. «Per far fronte all’aumento degli accessi a internet da reti radiomobili e realizzare le reti wireless LTE, occorre assegnare con un’asta entro il 2011 le frequenze della banda 800 Mhz liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale. Questo obiettivo, indicato dal Pd nel 2009 e fino a pochi mesi fa osteggiato dal Governo, si è fatto finalmente strada nella legge di stabilità», si legge nella proposta. «Noi poniamo due condizioni: La prima: a pagare questo “dividendo di spettro” in termini di capacità trasmissiva dovranno essere innanzitutto gli incumbent Rai e Mediaset, la cui posizione dominante non può aumentare ulteriormente grazie al digitale. Non è possibile che mentre si organizza l’asta per le frequenze della banda 800 momentaneamente assegnate a emittenti locali, con il beauty contest sulle frequenze tv si regalino altri due multiplex a Rai e Mediaset. Si tratta di una capacità trasmissiva superflua per gli incumbent della Tv e preziosa per mettere a disposizione frequenze per le emittenti chiamate a liberare la banda 800. La seconda condizione: una parte significativa dei proventi dell’asta dovranno essere usati per investimenti nell’innovazione e nel digitale, come ha chiesto di recente anche la Commissaria Kroes».

Innovazione

Non cadiamo in equivoco: il dilemma delle frequenze sono solo un tassello dell’agenda di innovazione che l’Italia dovrà affrontare. Altre proposte sollecitate da Agenda Digitale, che saranno presentate il 10 maggio al Forum Pa e che provengono da vari partiti, associazioni e cittadini, si occupano anche di infrastrutture, di alfabetizzazione, di incentivi ai servizi digitali in genere. Ma la storiaccia delle frequenze è esemplare. Ha il pregio di mostrarci limpido il volto del Paese.

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