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Un bel fidarsi

02 Ottobre 2013

Un bel fidarsi

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Come curare una piattaforma se i costruttori hardware sono refrattari a distribuire gli aggiornamenti software.

Dopo che Apple ha annunciato la transizione di duecento milioni di apparecchi iOS alla settima versione del sistema operativo nel giro di cinque giorni, è tornato alla ribalta il tema della frammentazione di Android.

Il sistema operativo messo a punto da Google si contraddistingue infatti per il numero elavato di configurazioni diverse, attive su Internet e preoccupanti per i programmatori a causa del sovraccarico di lavoro necessario per garantire un supporto generalizzato..

L’aggiornamento è un’arma strategica nel mondo mobile (diversamente dai desktop, dove l’antidiluviano Windows XP presenzia ancora su quasi un terzo dei PC del mondo). Se Apple promuove aggressivamente il passaggio al nuovo sistema, Google – scrive Ars Technica – aggira la frammentazione con lo svuotamento progressivo di Android:

A parte la nuova interfaccia della fotocamera, [l’aggiornamento 4.3] presenta migliorie estremamente anonime e di basso livello. Non è che Google abbia finito le idee o il gruppo di lavoro su Android abbia rallentato. […] Convincere Samsung e gli altri costruttori a aggiornare i loro apparecchi è estramemente difficile. […] La soluzione di Google è scavalcare la procedura. Le cose importanti non stanno più negli aggiornamenti di Android.

Si trovano in una app chiamata Google Play Services, che attualmente – racconta Ars – viene aggiornata ogni una-due settimane su tutti i sistemi, indietro fino ad Android 2.2. In pratica, ogni Android non più vecchio di tre anni contiene una versione aggiornata di Google Play Services.

Dalla app dipendono per esempio sincronizzazione e autenticazione degli account, autenticazione su Google, fatturazione degli acquisti in-app, geolocalizzazione, individuazione del malware e molto altro.

Come facciamo a essere sicuri della sua pervasività? La risposta è per un verso anche preoccupante: il possessore dell’apparecchio non ha potere su Google Play Services. La app possiede permessi tali da renderla praticamente un processo a livello di sistema, spiega Ars, e può attribuirsi da sola permessi ulteriori. Ha un proprio meccanismo invisibile di aggiornamento, non è open source e i costruttori di telefoni non hanno facoltà di modificarla. Disattivarla rende l’apparecchio inservibile o quasi.

Da una parte, rappresenta una mossa brillante contro la frammentazione; ogni settimana un telefono Android diventa migliore senza dover attendere programmatori indipendenti o il costruttore dell’apparecchio. Dall’altra, conoscendo le abitudini di Google in tema di privacy, è un bel fidarsi.

L'autore

  • Lucio Bragagnolo
    Lucio Bragagnolo è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa di mondo Apple, informatica e nuove tecnologie con entusiasmo crescente. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive.

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