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Tutte da rifare le norme sul copyright digitale

14 Gennaio 2003

Tutte da rifare le norme sul copyright digitale

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A quattro anni dal Digital Millennium Copyright Act, la EFF ne castiga i risultati, forse inattesi ma ampiamente negativi.

“In pratica, le norme anti-aggiramento sono state usate per limitare un’ampia gamma di attività legittime, anziché per bloccare la pirateria. Come risultato, il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) si è tramutato in una seria minaccia a tre importanti priorità della politica pubblica: la libertà d’espressione e la ricerca scientifica, gli usi consentiti, la competizione e l’innovazione.”

Questo il giudizio, tanto motivato quanto tagliente, diffuso nei giorni scorsi dalla Electronic Frontier Foundation sulla legislazione statunitense che dal 1998 regola il copyright digitale. In realtà si tratta di un update, la versione 2, di un lungo documento che esamina da vicino una serie di controversi casi legali avutisi dopo il passaggio del DMCA. In sostanza sembra fallito l’obiettivo dei legislatori, quello di bloccare l’attività dei “pirati elettronici” in grande stile, di spazzar via “black box” ed altri dispositivi adatti allo scopo. In buona parte ciò va imputato all’eccessiva ampiezza delle stesse misure legislative. Queste hanno reso illegale sia ogni azione che ogni strumento tesi ad aggirare le restrizioni tecnologiche inserite nei vari supporti. Di conseguenza perfino saltare gli spot commerciali, come fanno alcuni modelli di recenti videoregistratori, va contro la legge perché in tal modo vengono aggirati e resi inutilizzabili i sistemi di crittazione ivi inclusi. Al contempo diviene illegale la produzione, la vendita e la distribuzione di ogni tecnologia che impone agli utenti perfino, ad esempio, di copiare un CD o un e-book regolarmente acquistati per successivi utilizzi su altre macchine.

Argomenti sostanzialmente poco nuovi, ripresentati per l’occasione con tutta la rigorosità e la documentazione richieste dalla situazione decisamente poco allegra. Lo testimonia, tra gli altri, il caso delle minacciose pressioni ricevute dal gruppo del Professore di Princeton, Edward Felten, dopo essere riuscito a rimuovere i “watermark” a tutela della musica digitale. Nel settembre 2000 il gruppo aveva raccolto la sfida lanciata in tal senso dal consorzio industriale Secure Digital Music Initiative. Ebbene, alla fine il Professor Felten fu costretto a ritirare la relazione la spiegazione del fatto, pronta per essere diffusa in ambito accademico. Ancor più clamoroso il caso ormai storico del programmatore russo Dmitry Sklyarov, arrestato con molto clamore al Defcon 2001 di Las Vegas, con annesse tre settimane di galera, e formalmente assolto poco prima del Natale scorso insieme alla sua azienda ElcomSoft. Stavolta l’accusa riguardava presunte violazioni alle norme del DMCA per aver realizzato e diffuso un software capace di superare le protezioni al copyright del formato e-Book creato da Adobe.

La scorsa settimana è poi arrivata l’assoluzione anche per Jon Johansen, il giovane norvegese accusato dalla Motion Picture Association of America di aver illegalmente realizzato (diffondendone liberamente i sorgenti) un programma capace di superare i sistemi di protezione CSS apposti sui comuni DVD. In realtà il suo DeCSS era sto progettato per poter utilizzare DVD acquistati regolarmente sui sistemi Linux, opzione allora inesistente. Il fatto, accaduto in Norvegia tre anni fa, non è altro che una delle conseguenze a latere del DMCA. Negli Stati Uniti l’allora quindicenne Johansen avrebbe sicuramente rischiato pene ben più severe dei 90 giorni di carcere, con la sospensione della pena, chiesti dal PM norvegese. E non è affatto scontato che ne sarebbe uscito indenne. Senza dimenticare come, sempre qualche giorno fa, la Corte Suprema della California abbia respinto un’ordinanza d’urgenza che impediva la distribuzione dello stesso DeCSS ad un utente locale. Quest’ultimo, Matthew Pavlovich, era accusato dagli studios hollywoodiani di violazione delle leggi californiane sul segreto industriale.

Il tutto a dimostrazione delle crepe, anzi dei pastrocchi provocati da simili legislazioni draconiane e fin troppo ampie su questioni così delicate. Non a caso dopo la soluzione positiva del caso-Sklyarov, il portavoce della EFF aveva dichiarato come la sentenza rappresentasse una chiara sferzata a quanti vorrebbero “mandare in carcere chi realizza certi software soltanto perché questo non piacciono a qualche azienda pro-copyright.” Gli aveva fatto eco il contempo il deputato repubblicano Rick Boucher, ribadendo “l’urgente bisogno di riformare l’attuale testo del DMCA,” mentre un legale della stessa EFF che difendeva Pavlovich aveva chiarito che “le major dovrebbero smetterla di fingere che il DeCSS sia un segreto”.

Ancora: in queste ore si va dipanando l’ennesimo caso di controversie legali scaturito dal DMCA. Stavolta si tratta di stampanti e relative cartucce. Lexmark, il secondo produttore mondiale del settore, aveva denunciato la Static Control Components, in quanto produttrice di un chip (Smartek) che consente di ricaricare le cartucce del toner e ridurre così gli acquisti di ricambi originali Lexmark. Infatti: come dimenticare che quelle norme puniscono severamente la produzione di ogni tecnologia mirata ad aggirare i sistemi di protezione del copyright? Puntuale il commento della EFF: “Lexmark è solo una delle prime aziende che utilizza il DMCA per tentare di schiacciare la concorrenza ma altre si uniranno presto”. E siccome, appunto, ogni minaccia in nome del DMCA è roba assai seria, ecco che la Static Control Components ha rapidamente alzato bandiera bianca, proponendo ai giudici il temporaneo blocco della produzione e della vendita del chip sotto accusa, che Lexmark vorrebbe eliminare definitivamente dalla faccia della terra. Proposta subito accolta dal giudice federale Karl Forester, in attesa di una prossima audizione. O forse meglio, trattasi di mossa strategica tesa a guadagnare qualche punto nelle trattative riservate tra le due aziende?

Comunque sia, il tutto sembra rivelarsi appena come la classica punta dell’iceberg. Quattro anni di applicazione del DMCA, conclude il documento della EFF, hanno “dimostrato che le norme vanno troppo oltre, provocando un effetto intimidatorio su un’ampia gamma di attività in modi non previsti dal Congresso.” E in futuro tali norme troveranno altre applicazioni impreviste, danneggiando ulteriormente “le legittime attività di innovatori, di ricercatori, della stampa e del pubblico in generale.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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