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Turchia e Iran: spiragli di democrazia per i media e Internet

13 Giugno 2001

Turchia e Iran: spiragli di democrazia per i media e Internet

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Il parlamento turco ha adottato una legge che introduce sanzioni per la diffusione di informazioni menzognere o diffamatorie su Internet e rincara le pene per chi lo fa attraverso la radio e la televisione.

Il governo ha cassato, però, un progetto di legge che iniziava con un articolo controverso che chiedeva a tutti i siti Internet di sottomettere le loro pagine alle autorità per un controllo prima della pubblicazione.

Una decisione che ha trovato forti opposizioni dentro la Turchia e fuori dal paese.

L’Istituto internazionale della Stampa, con sede a Vienna, aveva condannato questo aspetto del progetto di legge, indicandolo come “una restrizione della libertà dei media e di espressione”, in una lettera aperta indirizzata al primo ministro Bulent Ecevit.

La legge che annulla le disposizioni esistenti, dichiara che la propagazione di false informazioni, la diffamazione e altri atti della stessa natura sui siti, sarà passibile di ammenda fino a 100 miliardi di sterline turche.

Gli emendamenti rendono ancora più difficile la sospensione temporanea di network radiofonici o televisivi, una pratica corrente in Turchia, per attentato al pudore, alla privacy, alla struttura famigliare turca e alle regole morali in genere o per l’accusa di separatismo, in relazione alla ribellione curda.

L’Alto consiglio dell’audiovisivo (RTUK), l’organismo similare all’autorità sulle telecomunicazioni molto discusso, potrà solo sospendere il programma e non tutto il network e infliggere un’ammenda fino a 200 mila dollari in caso di recidiva.

I partiti politici, i sindacati o le associazioni non potranno creare network televisivi o radiofonici.

In Iran, i cybercafè di Teheran chiusi a maggio dalle autorità, hanno ricevuto l’autorizzazione a riprendere le attività.
Una decisione che è stata presa dall’Unione degli utilizzatori di computer, sindacato professionale diretto dai conservatori.

Secondo la stampa, 400 cybercafè erano stati chiusi a maggio a Teheran, anche se la polizia aveva mentito indicando in 15 le attività chiuse.

Le centinaia di cybercafè creati nel giro di tre anni grazie alla relativa apertura avvenuta con la prima elezione del riformatore Khatami, dovrebbero ottenere un permesso di attività e una licenza per l’uso di Internet.

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