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Tre videogamer in cerca d’autore

28 Aprile 2008

Tre videogamer in cerca d’autore

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Chi sono i giocatori di videogame? Che cosa pensano, che cosa sognano quando stanno incollati davanti al mionitor? Tre personaggi della narrativa contemporanea si svelano

«Spingi in avanti il Joystick, non fermarti mai», dice Todd Rogers. Avete mai osservato un videogiocatore impegnato in una partita? Se su eccettua il Nintendo Wii, che con il suo nunchaku ha imposto una modalità di gioco del tutto nuova, la descrizione può essere adatta per una qualsiasi delle piattaforme, dal Pc alle console. A dispetto delle apparenze, corpo del giocatore è tutt’altro che immobile. Gli occhi si muovono incessantemente come scossi da movimenti nistagmici, mentre le dita tormentano con tocchi fulminei il pad, il mouse, la tastiera. Ogni muscolo del corpo riceve la sua dose di impulsi che la coscienza tiene sotto controllo. Non a caso dopo lunghi periodi a rincorrersi per le strade di una città con una macchina truccata o a decapitare zombie ci si ritrova piuttosto indolenziti. Tutta l’esperienza estremamente stimolante è concentrata nello sguardo e sulla punta delle dita. La parte più antica del cervello invia disperatamente impulsi a correre o a gridare. Ma non ce n’è bisogno. Basta cambiare tasto, premere, scegliere, cambiare tasto.

Il giocatore è coinvolto in un’attività che da dipendenza. Di videogioco se ne parla demonizzandolo come demolitore di coscienze nel pieno dell’età evolutiva e se ne parla in termini di esaltazione da parte di coloro che passano le ore, spesso di notte, a inseguire un avversario per farlo a pezzi. Strani personaggi i videogiocatori. Strani come i tre esemplari tratti dalla narrativa contemporanea che si è occupata di giochi: Skin, Gianluca e Todd Rogers.

Skin. Skin eccede, in tutto. Sesso droga e anche rock and roll. Skin ha poco più di vent’anni anni ed è tra i campioni assoluti del Gioco. Skin è impegnato in un torneo all’ultimo sangue nel quale si gioca in una arena dotata di maxischermi e un pubblico appassionato. È puro show business e Skin è una specie di Jim Morrison della console scaraventato nel professionismo e negli eccessi. Si scontra con gli avversari con uno stile violento, raffinato, per certi versi distaccato e professionale. «Fraggo la ragazza ancor prima che possa capire d’essere entrata nella mappa. Poi, per verificare le potenzialità dell’economia del mercato, la elimino impiegando unicamente mosse molto complicate».

Skin è il protagonista di Skill, romanzo d’esordio di Alessandra C, giornalista e scrittrice, ben conosciuta nell’ambiente digitale. Skill è un romanzo crudo, esaltato, per palati esperti (per i meno esperti c’è bisogno del glossario che si trova a pagina 183), nel quale le sessioni di gioco sono descritte con dovizia di particolari con la stessa passione di un Garri Kasparov che descrive un controgambetto Sokolov. Skin, ossessivamente fedele al suo personaggio, si atteggia nella sua veste (probabilmente in lattice nero) di bello e dannato del joystick. «Per quindici giorni mi sono fatto sparare milardi di colpi in tutti i punti del corpo e con tutte le armi presenti nell’arsenale. Mi sono fatto maciullare, squartare, massacrare, triturare, straziare nei modi più fantasiosi.»

Gianluca Arkanoid. «La Stazione è una voragine che inghiotte il tempo. Una volta che ce l’hai in casa, gli ho detto, la Stazione occupa potenzialmente ogni momento delle tua giornata. Qualsiasi cosa tu faccia pensi che potresti fermarti e accedere la Stazione.» Chi parla non è la Christiane F. dello Zoo di Berlino ma Gianluca, che gli amici chiamano Arkanoid. La Stazione è la Playstation. Gianluca è il protagonista del romanzo d’esordio di Simone Laudiero, La difficile disintossicazione di Gianluca Arkanoid, pubblicato da Fazi. Preso da un repentino quanto misterioso impulso di liberazione, Gianluca chiude per sempre la Playstation in una valigia e consegna la memory card alla fidanzata, eterna nemica della console. Sarà perché ambientato in una Napoli disincantata, sarà perché il protagonista associa al suo aggressivo nome di battaglia (Arkanoid) il suo borghesissimo nome (Gianluca), ma la storia è decisamente più umana.

Gianluca ha deciso di riprendersi il tempo perduto dietro a una dipendenza. Come la droga, l’alcool, la nutella. E non è una cosa facile. Se la sogna la Playstation e si sogna anche i personaggi del gioco come finisce di sognare chiunque abbia passato più di qualche ora tra le spirali di un videogioco di avventura. C’è persino uno ieratico consigliere, il Camerlengo («a memoria d’uomo il Camerlengo è l’unico che è riuscito a smettere con la Stazione»), che dispensa consigli in chiave culinaria e che aiuta Gianluca nella sua difficile disintossicazione. I giorni sono scanditi uno a uno, fino al tormentato finale. Un dettaglio: il nome del gioco preferito di Gianluca è Abysmal, traducibile in italiano con “abissale”.

Todd Rogers. Secondo Mark Twain la differenza tra realtà e finzione sta nel fatto che la finzione deve essere verosimile. E pur essendo una persona in carne e ossa, Todd Rogers è il più inverosimile dei giocatori. Rogers è più vero del vero. È il mitico detentore di più di 2.000 dei 75.000 record di tutte le piattaforme ed è ricordato per essere stato in grado di giocare per ottantacinque ore e quarantasei minuti consecutivi sulla sua console Atari 2600. Anche Todd è diventato “professionista” a 16 anni, come Skin. Todd è un giocatore grezzo, corpulento, senza peli sulla lingua, in odore di millanteria. Non ha la sensibilità di Gianluca e neppure la coolness di Skin. Todd è un baffuto americano che mangia record su console obsolete, su videogiochi dalla grafica primitiva e un po’ infantile che lui comunque affronta con la serietà di un broker di Wall Street. La sua storia è raccontata da Daniel Nester nella raccolta Gamers pubblicata da Mondadori, che comprende storie di videogiocatori americani e italiani.

Ciò che scaturisce da tutte queste storie è il ritratto di un modo di giocare tutto sommato cupo, ossessivo, molto lontano dalle tenere reminiscenze dei giochi come il nascondino, la palla, la bici, indiani e cowboy. Dipendenza, competizione spietata, ossessione per il record e un certo lezioso piacere per il gesto atletico, il passaggio elegante che spinge molti giocatori a ripetere lo schema per curare l’aspetto estetico della sua soluzione. Ma forse è solo tutto quello stare piantati per ore con gli occhi fissi sul monitor, lasciando solo che gli occhi e le dita si muovano. Forse è solo la repressione del corpo che rende tutto quanto più cupo, che lascia lo strascico di senso di colpa per aver perso tanto tempo dietro a un mutante che non voleva morire. Forse i giochi che lasciano soddisfatti sono quelli che richiedono un po’ di sudore, un po’ di quel dionisiaco abbandono che rende anche il gioco più semplice un vero e proprio inno all’essere vivi.

Eppure, malgrado questo senso di colpa, di insoddisfazione, se si dovesse sintetizzare quella scarica di adrenalina a circuito chiuso che prende i videogiocatori non si potrebbe usare altro che la frase con cui comincia il racconto di Christiane F: «Era di un eccitante pazzesco».

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